VI dopo il martirio del precursore

vigna BaroloÈ interessante fare il solito passo indietro per andare a scoprire cosa abbia spinto Gesù a raccontare questa parabola. Scopriamo così che nei versetti precedenti Pietro, a nome di tutti i discepoli, afferma con sicurezza: Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito e subito dopo domandare: che cosa dunque ne avremo? Che cosa ci guadagniamo? La domanda non è banale. Immagino possa essere stata la domanda che gli uomini chiamati al mattino presto abbiano fatto al padrone di casa, quando esce all’alba per prendere a giornata dei lavoratori per la sua vigna e che dà origine al loro accordo: un denaro al giorno. Giusto sapere cosa si guadagna. Curiosamente con gli uomini chiamati alle 9.00 del mattino l’accordo si fa già più vago: vi darò quel che è giusto. Agli altri, chiamati lungo la giornata, invece, viene detto semplicemente: andate anche voi nella vigna. Che cosa ne avremo? Questa domanda mi ha fatto tornare in mente anche il figlio maggiore della parabola che risentito dice al padre: Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso. Sono tante le riflessioni e ancora prima le reazioni che questa parabola può far nascere in noi. Io scelgo di fermarmi sulla reazione dei servi della prima ora quando scoprono che a loro è data come ricompensa la stessa somma data anche a chi aveva lavorato molto meno: pensarono che avrebbero ricevuto di più. Di conseguenza nel ritirare quel denaro loro promesso mormoravano contro il padrone dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato un’ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo”. Scelgo di fermarmi sulla risposta che il padrone da loro: “Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?”.  Che cosa dunque ne otterremo è evidentemente domanda che ha la sua logica, ma dobbiamo riconoscere che è la logica del mercato, la logica del tutto ha un prezzo, la logica anche semplicemente della proporzionalità. Una logica che facilmente porta, oggi come sempre, a sentirsi apprezzati e giudicati per quello che si riceve: se ricevo tanto, valgo tanto, se ricevo poco valgo poco; il mio lavoro vale per quanto viene pagato. È una logica coerente con le regole dell’economia e che sostiene anche le regole del mondo del lavoro dentro le quali anche noi siamo immersi e secondo le quali anche noi ragioniamo. Chi di noi si metterebbe a socio e in affari con un padrone così sprovveduto e ingenuo che al termine della giornata dà a tutti indistintamente un denaro? Se la sua azienda fosse quotata in borsa il giorno dopo vedrebbe crollare il proprio valore azionario, giudicandola destinata al fallimento e difficilmente gli operai della prima ora il giorno dopo si darebbero da fare fin dal primo mattino. Ma questi operai, che esprimono il loro malumore per il trattamento ingiusto che ritengono di aver subito, vengono giudicati dal padrone invidiosi e questa invidia io credo nasca proprio da questo voler giudicare e sentirsi giudicati per quello che si riceve. Diverso evidentemente l’atteggiamento e la logica del padrone che si definisce buono proprio perché egli è abituato a misurare se stesso non su quello che riceve ma su quello che dà. Quel pessimo padrone non ragiona con la logica del padrone, ma del padre che non misura la sua bontà, il suo valore e il suo merito, da quel che riceve da un figlio, ma misura se stesso da quel che dà ad un figlio. Quel pessimo padrone non si accontenta della logica della proporzionalità con cui pure aveva fatto accordi quando era uscito al mattino presto a cercare operai, ma preferisce la logica della gratuità. Per questo può dire di se stesso, senza presunzione, io sono buono perché i buoni li misuri su quanto danno e non su quanto ricevono, a differenza degli invidiosi che si misurano e misurano tutti su quanto ricevono o vorrebbero ricevere e non sulla misura di quanto sanno dare. È quello che stanno facendo gli operai che mormorano, che vivono quella gratuità come un torto. Sono da ammirare gli operai della prima ora che non perdono tempo e fin dal mattino si danno da fare, sono da comprendere nel loro smarrimento e nel loro fastidio, ma non da meno sono da ammirare gli operai dell’ultima ora che senza promessa di un compenso vanno a lavorare nella vigna. Sta a noi decidere se essere tra gli invidiosi o tra i buoni. Se essere uomini e donne che misurano se stessi e il loro valore su quanto si aspettano di ricevere o se misurano se stessi su quanto sono invece capaci di dare.

 

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