Dedicazione della Chiesa cattedrale

duomo di Milano«Fino a quando ci terrai nell’incertezza?» È molto umana questa domanda. Nell’incertezza non si vive bene. Anche per questo abbiamo inventato le previsioni meteo; per questo abbiamo inventato l’oroscopo; su questo fanno affari le assicurazioni; per questo motivo prendere una decisione e fare una scelta sono azioni sempre difficili: quasi mai hai la certezza di fare la cosa giusta. In qualsiasi ambito della nostra vita, preferiamo stare dentro a situazioni sicure, chiare e certe. Quando ci troviamo di fronte a situazioni che non conosciamo o semplicemente non capiamo, cominciamo a fare ipotesi e supposizioni, e spesso a tirare subito conclusioni pur di sciogliere l’incertezza e la conseguente insicurezza. L’incertezza facilmente genera in noi stress, affanno, perfino ansia. Ognuno poi adotta le sue strategie per contrastarla. Lo abbiamo visto in questo tempo di pandemia che ha moltiplicato l’incertezza: qualcuno ancora sostiene che i morti siano un’invenzione, che il virus non esista, che il vaccino sia un complotto, che questo o quell’altro farmaco di cui hanno sentito parlare funziona per la guarigione. Senza rendercene sempre conto, siamo portati a preferire una falsa notizia piuttosto che stare a lungo nell’incertezza di complessi scenari in cui non eravamo forse più abituati a vivere, convinti di avere in buona misura il mondo nelle nostre mani e sotto il nostro controllo. Ecco perché la domanda dei giudei è molto umana. Ma ci sono diversi indizi nel Vangelo che ci autorizzano a pensare che la domanda per quanto umana e molto seria non fosse sincera dal momento che quell’incertezza dichiarata a parole era già stata risolta a loro modo: tu non sei il Cristo!  Tu continua pure a sostenerlo e dillo apertamente, avremo così il motivo per ucciderti. Questo è l’atteggiamento che i Giudei terranno fino al momento del processo quando nel sinedrio il sommo sacerdote di nuovo dirà: “Ti scongiuro, per il Dio vivente, di dirci se sei tu il Cristo, il Figlio di Dio” e di fronte alla risposta di Gesù “Tu l’hai detto”, stracciandosi le vesti affermerà: «Ha bestemmiato! Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Ecco, ora avete udito la bestemmia; che ve ne pare?» con l’approvazione di tutti: «È reo di morte!». Per uscire dall’incertezza, uccidono la Verità! Questo ci suggerisce di far pace con le incertezze della nostra fede. Meglio un fastidioso dubbio che una falsa certezza, meglio la fatica e l’inquietudine del credere che dire: “Dio non esiste” per essere lasciati in pace da Dio. Ci suggerisce di non fare lo stesso errore dei Giudei che, per eliminare quell’incertezza nei confronti di Gesù, scelgono di eliminare Gesù; piuttosto che fare i conti con quel Messia così diverso da quello che si aspettavano e da quello che credevano, preferiscono accusarlo di bestemmia.Il cardinal Martini ci ha sapientemente insegnato, anche portando la sua personale testimonianza, che la fede vive anche dentro i dubbi, anzi, che ne ha bisogno per rimanere umile, semplice, per non essere ostentata e usata come un privilegio. C’è in noi un ateo potenziale che grida e sussurra ogni giorno le sue difficoltà a credere: «Io ritengo che ciascuno di noi abbia in sé un non credente e un credente, che si parlano dentro, che si interrogano a vicenda, che rimandano continuamente domande pungenti e inquietanti l’un l’altro. Il non credente che è in me inquieta il credente che è in me e viceversa». Accettare l’incertezza aiuta ad essere più cauti e meno estremisti e fanatici; a non credere di possedere la verità o peggio delle formule magiche. Evita la pretesa di pensare di avere trovato la strada giusta, e nello stesso tempo di non lasciarsi prendere dal panico dopo aver preso una strada sbagliata. Il Gesù del Vangelo non ha paura dei dubbi dei discepoli, non ha paura della loro fede traballante che conosce, ama, accompagna e non giudica. I discepoli sotto la croce non c’erano; nell’orto degli ulivi si erano addormentati; c’è chi aveva lasciato Gerusalemme per scappare ad Emmaus; c’è chi aveva rinnegato, chi aveva tradito, chi si era chiuso nel dolore e nello sconforto. In questa festa della dedicazione del Duomo di Milano, festa di una Chiesa di pietra e di una Chiesa di uomini, è bello ricordare che Gesù sceglie uomini così per iniziare la missione di annunciare il Vangelo ad ogni creatura; perché la gioia del Vangelo riempia il loro cuore e la vita di coloro che incontreranno, senza gridare allo scandalo per la fragile fede degli altri, senza dimenticare e piuttosto riconoscere le proprie ipocrisie, le proprie mancanze e la misericordia di Dio. È bello ricordare la promessa di Gesù: Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano.  Questa è la certezza da custodire nel cuore; non una semplice previsione degli uomini, ma la promessa di Dio, di cui ci è chiesto di fidarci e a cui ci è chiesto di affidarci, e che quasi ci supplica: Ve l’ho detto, e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste danno testimonianza di me. Il cristiano cammina consapevole dentro questa promessa, attraversa le prove, riconosce la grazia, sapendo di essere guidato da una voce: le mie pecore ascoltano la mia voce, io le conosco ed esse mi seguono.

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