Che ne pensate di quest’uomo che diede una festa, fece molti inviti e poi mandò un servo a dire agli invitati: “Venite, è pronto”. Che ne pensate di questi invitati che, uno dopo l’altro, cominciarono a scusarsi e gli mandano a dire: “non posso venire”? Uno ha comprato un campo, uno ha comprato cinque paia di buoi e vorrebbe provarli, uno si è appena sposato. Ciascuno di loro ha i suoi buoni motivi per declinare l’invito. Non si riesce facilmente ad intuire se siano realmente scuse, ovvero se dicano il reale dispiacere per il loro essere impossibilitati a partecipare a quella festa. Sembrano scuse di circostanza più che la reale espressione di un dispiacere. Pare piuttosto possibile intendere dalle parole del Vangelo che siano convinti che quello che stanno per andare a fare sia la cosa giusta da fare, la cosa importante a cui dedicare il tempo. Quel loro ti prego di scusarmi, pare più una formula di cortesia di chi avverte il possibile dispiacere di quell’uomo di fronte al rifiuto a partecipare alla festa, piuttosto che l’espressione del loro dispiacere; qualcosa del tipo: caspita che peccato, vorrei davvero poter venire, ma purtroppo non posso. In buona sostanza: non gli importa molto della festa. Mi pare non accada niente di diverso a molti uomini e donne che si dicono cristiane e che disattendono senza troppo dispiacere a quella cena che il Signore “organizza” ogni domenica e, volendo, ogni giorno. Hanno forse un briciolo di senso di colpa nel sapere che stanno disattendendo ad un precetto– perché si ricordano che così è stato loro insegnato – ma certo non con un vero e proprio dispiacere intimo e personale per il loro non poter partecipare. Molti di loro sono seriamente convinti che la domenica a volte convenga fare altro magari di più opportuno e di più utile: “guarda è l’unico giorno in cui posso riposare e non svegliarmi presto; è il giorno in cui recupero i mestieri che non faccio in settimana; mi dedico alla famiglia; siamo soliti organizzare una gita insieme; mi dedico alla casa o ai miei hobby; arrivo alla domenica che sono stanco”. Altri sono semplicemente convinti che non abbia senso quella festa; una festa che tanto non capiscono e che non ha proprio nulla della festa così come sono abituati a immaginarla; a cui non riescono a partecipare perché fa praticamente tutto il prete e quindi ci si annoia. Senza entrare oltre in questo discorso che pure merita, vorrei tornare sull’atteggiamento dei primi invitati: alcuni hanno comprato – un campo, dei buoi -, gli altri han preso moglie e sono completamente assorbiti da queste cose e dal loro agire. Sono tutti incapaci di lasciare la presa sulla vita convinti che questo sia l’atteggiamento da avere nei confronti della vita stessa: comprare, lavorare, prendere. Il tempo di un banchetto, il tempo di una festa sono il tempo in cui riconoscere che la vita in fondo è innanzitutto un dono che noi riceviamo e accogliamo. Accogliere un dono ci lascia sempre felici, ma nello stesso spesso ci spiazza perché ci mette nelle condizioni di dover ricambiare o restituire, di dover quasi sdebitarci. Ci sono momenti della vita in cui invece occorre arrendersi e fermarsi. Ci sono eventi attraverso cui Dio ci prende per mano e ci dice: la festa è per te, vieni, è già tutto pronto. Non pensare di poter da solo provvedere alla tua vita. Fermati. Dice addirittura il Vangelo: per quanto tu ti dia da fare, non puoi aggiungere un’ora sola alla sua vita? L’uomo lavora, compra, vende, prende, fatica; Dio dà e ci invita a prendere. L’uomo gode giustamente di ciò che Dio ha creato e ha messo a sua disposizione: campi, la natura tutta, ogni animale ed ogni essere vivente e certo ogni persona. Non è saggio godere del creato senza riconoscere chi è il Creatore. Anche se comprato, un campo rimane dono di Dio; rimangono doni di Dio i buoi e ogni animale; rimane un dono di Dio tutta la creazione di cui noi siamo custodi e non padroni; rimane dono di Dio perfino quella donna o quell’uomo che ti ha affascinato e ti ha conquistato il cuore. Questo lo capiscono più facilmente i poveri, gli storpi, i ciechi e gli zoppi che infatti appena vengono chiamati, accorrono alla festa. Anche noi ci muoviamo nella vita come compratori e mercanti, capaci di dedicarsi e godere del creato, ma meno abili a riconoscere, godendo del dono e ignorando Colui che dona. Che pensate di quell’uomo che organizza la festa? Che pensate ora di quegli invitati: non possono o non vogliono andare? Ricordarsi di santificare le feste non significa semplicemente: vai a messa! Significa saper lasciare andare la presa. Significa ricordare che la vita è un dono non una conquista! Significa ricordarlo e rallegrarsi, far festa di un Dio che ci dice: venite; è pronto!



