I dopo la dedicazione

mareTra il dire e il fare

I tre anni in compagnia di Gesù, di parole e gesti, di miracoli e parabole, di incomprensioni e amicizia sembrano chiudersi con un bilancio fallimentare: undici uomini impauriti che stanno a fissare il cielo – così ci racconta il libro degli atti degli apostoli – e che chiusi dentro una casa si meritano il rimprovero di Gesù per la loro incredulità e durezza di cuore, e per non aver creduto a quelli che lo avevano visto risorto. Undici uomini che non hanno capito molto del Vangelo e dei fatti della passione, morte e resurrezione. Per due volte nei versetti precedenti Marco ricorda la loro incredulità. Maria di Magdala andò ad annunciare di aver visto il Signore a quanti erano stati con lui ed erano in lutto e in pianto. Ma essi, udito che era vivo e che era stato visto da lei, non credettero. Dopo questo, apparve sotto altro aspetto a due di loro, mentre erano in cammino verso la campagna. Anch’essi ritornarono ad annunciarlo agli altri, ma non credettero neppure a loro. Testoni noi, ma testoni anche loro. Increduli e duri di cuore, se vogliamo usare le parole del Vangelo. Ma a questi discepoli, proprio a loro, a questi increduli e duri di cuore, Gesù dopo le parole di rimprovero affida un compito grande. «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura.» Dice: non scoraggiatevi, ho fiducia in voi. Ce la potete fare. Ce la potete fare fra veleni e fatiche, tra parole inascoltate e parole potenti, tra serpenti e malati guariti. Nei secoli la Chiesa ha fatto sue queste parole, si è fatta carico di questo compito. Sono nate così in tanti luoghi del mondo le missioni. Uomini e donne che partivano e si prendevano a cuore la fede di popoli che non avevano conosciuto il Signore Gesù. Nella sua lettera di ottobre padre Arvedo ce lo ha ricordato: Più che mai il mondo ha bisogno della missione e di missionari poiché il grido di Gesù su un monte della Galilea continua a vibrare nel cuore dell’umanità, nei nostri cuori: “Andate, ammaestrate tutte le genti…” Ma ci ha anche ricordato che La missione è amicizia con tutti. È camminare insieme. È vivere la fraternità. Allora mi domando se siamo pronti ad essere missionari. A casa nostra. Non a casa loro. Mi domando se non sia arrivato il momento di comprendere che ora non abbiamo bisogno di partire per dire cosa è per noi il Vangelo, per dire che per noi il Vangelo non è solo un modo di dire, ma un modo di vivere; che non abbiamo bisogno di raggiungerli perché sono venuti loro; forse a vedere se quel Vangelo che abbiamo provato a fargli conoscere, noi lo sappiamo vivere davvero. Non c’è bisogno di un lungo viaggio per dire a noi stessi e a chiunque che crediamo a parole come: “ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi” e che i protagonisti di queste parole siamo noi, prima ancora che i nostri missionari lontani; che non abbiamo bisogno di partire per viverle perché il povero che fino a qualche decennio fa aiutavamo con le nostre offerte, con le nostre preghiere, con i nostri missionari, ora è venuto a casa nostra, cammina per le nostre strade, ci chiede di spezzare un pezzo del nostro pane e di condividerlo alla nostra tavola, chiede un possibilità di lavoro. Il cristiano si fa missionario a casa sua, senza l’ingenuità di chi pensa di poter salvare il mondo, non nella presunzione di poter accogliere e sfamare tutti, ma anche solo nella consapevolezza che non abbiamo soldi da investire in muri e filo spinato. Nella sincerità di riconoscere che molti di quei migranti che ora bussano alla nostra porta sono stati creati dalla nostra economia, costretti a scappare dalla loro terra a causa di guerre combattute con armi costruite e vendute da noi; che la nostra preoccupazione climatica per l’innalzamento dei livelli del mare è giustificata anche dal fatto che il deserto avanza e rende inabitabili intere regioni del mondo; perché milioni di esseri umani sono in fuga da catastrofi naturali, da siccità e desertificazione, da conflitti per l’accaparramento delle risorse idriche o energetiche. Qualcuno dirà: “che barba! che cosa c’entra questo con la missione?”. Forse poco, ma rimango convinto che c’entri molto con il Vangelo. Il viaggio allora può essere molto lungo e non serve un aereo; c’è un mare da attraversare che separa il nostro dire e il nostro fare il Vangelo. C’è in mezzo la nostra resistenza, il nostro fastidio, la nostra paura, la nostra diffidenza che sono i primi muri che si alzano e rischiano di farci ritrovare tra coloro a cui verrà detto: ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. Il primo grande missionario è stato Gesù che concretamente si è preso cura, si è commosso, si è interessato di chi chiedeva aiuto. La missione inizia dalla contemplazione e dalla gratitudine di questa azione e provvidenza; nasce anche solo dalla riconoscenza della grazia – se preferite chiamatela fortuna – di nascere qui e non in altre parti del mondo. Che questa stessa grazia ci accompagni ad attraversare quel mare che divide il nostro dirci cristiani e il nostro esserlo davvero!

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