Giovanni Battista è uomo che ha certamente fatto tesoro della lezione del puledro con cui Gesù ha fatto il suo ingresso in Gerusalemme. Così oggi possiamo certo scambiare due parole anche con lui e chiedergli come si fa a non montarsi la testa, pur impegnandosi al massimo per una causa che non è tutta e solo tua; fare la tua parte senza essere l’attore protagonista, senza che il tuo nome finisca sulla locandina e senza un applauso tutto tuo. È una di quelle rare persone che può permettersi mentre parla di dire “io”, senza apparire supponente o invadente, senza sembrare presuntuoso o ambizioso e soprattutto farci sentire semplici spettatori. E anche di fronte ai suoi discepoli che arrivano da lui a dire: «Rabbì, colui che era con te dall’altra parte del Giordano e al quale hai dato testimonianza, ecco, sta battezzando e tutti accorrono a lui» è davvero bello vedere Giovanni non cedere alle lusinghe; non dare spazio alla preoccupazione dei discepoli rispettosi del possibile venire meno del successo, quasi del possibile fallimento della loro missione; non cedere alla gelosia e all’invidia. Giovanni usa il suo io per compiere un’operazione difficilissima: nascondersi. “Io non sono il Cristo”, “Sei tu Elia? Non lo sono”; “Sei tu il profeta? No”; “Non sono io il Cristo”; non sono lo sposo, sono solo l’amico dello sposo; Attira su di sé lo sguardo e l’attenzione, ma per indirizzarla subito verso un altro, “colui che viene dopo di me”, rendendosi trasparente pur senza sparire. Giovanni sa di avere una missione che lo porta a giocarsi in prima persona, a compromettersi: “io sono stato mandato davanti a lui”. Da un lato egli sa di doversi far vedere, sa di dover parlare, le sue parole e i suoi gesti attirano l’attenzione, coinvolgono la gente e creano inevitabilmente un seguito di discepoli. Eppure, nonostante la visibilità del suo agire, egli continua a definirsi “in negativo”, come “colui che non è”. Indicando e tracciando per se stesso e per ciascuno di noi una strada: Ora questa mia gioia è piena. Lui deve crescere; io, invece, diminuire. Quando ascolto queste parole io penso spesso a Michelangelo, al suo essere scultore, al suo definirsi artista “del levare” e non “del mettere”: il blocco di marmo andava scolpito affinché potesse liberare la statua che vi era imprigionata dentro. Mi tornano ancora in mente parole dello scrittore e anche lui artista Mauro Corona: «Cerco di togliere il superfluo per apprezzare maggiormente l’esistenza. Circondarsi di orpelli e oggetti inutili crea dipendenza e schiavitù. Automobili, vestiti, telefonini, macchine fotografiche, un ‘bosco di metallo’ che toglie consistenza all’animo. Investire in tempo libero senza lasciar sfuggire la vita. Abbiamo costruito un’umanità fondata sul paragonarsi l’uno con l’altro. “Lui ce l’ha e io no”. La vita dovrebbe essere come scolpire, cioè togliere il superfluo». Giovanni Battista è colui che sa respingere questa tentazione del paragonarsi con l’uomo Gesù che gli arriva dai suoi stessi discepoli: era con te dall’altra parte del Giordano e ora tutti accorrono a lui. Il Battista ci sa fare come profeta. Gesù stesso dirà così di lui: fra i nati di donna non è sorto nessuno più grande di Giovanni il battista. Ci sa fare e fa, sa parlare al cuore e parla, sa incoraggiare e incoraggia e mentre fa tutto questo, riesce nel miracolo di mettere il proprio io, nelle braccia di Dio. E allora mentre guardo a san Giovanni Battista, mi chiedo se non sia un suggerimento utile al nostro Natale e al Natale del Signore avvicinarsi con questo proposito: quello non di chiedere di ricevere qualcosa, ma di essere capaci di privarsi di qualcosa. La ricchezza di un uomo non sempre nasce da quello che ha, ma più spesso nasce da quello di cui si decide di fare a meno. La sovrabbondanza di molte cose che ci circondano crea ingorghi nel nostro cuore. La felicità non sta sempre nell’aumentare le soddisfazioni, ma a volte sta nel ridurre le richieste, sta nel diminuire non nel crescere. Signore Gesù, portaci via ciò che è di troppo e lascia che si crei il posto per te.




