3 domenica dopo il martirio di s. G. Battista

Fammi ricordare, discutiamo insieme; 

Saremo mai pienamente all’altezza delle nostre stesse attese, delle attese che noi stessi abbiamo nei nostri confronti? Saremo mai all’altezza di quello che vorremmo essere, di come vorremmo essere –e qualche volta anche solo apparire – e di quello che vorremmo essere capaci di fare?
Io credo di no. E non è necessariamente un male questo, per quanto ci faccia male la delusione che ci provoca il ritrovarci in difetto, mancanti, fallibili, perfino fragili e inconsistenti.
Non è un male, perché, proprio nell’impossibilità di sentirsi arrivati, siamo allora spronati e sollecitati a nuovi passi, a nuovi traguardi, a nuovi obiettivi; siamo costretti a non arrenderci, a cercare nuove strade, nuove motivazioni e forse nuovi aiuti e alleanze, consapevoli che come dice perfino il Signore Gesù: da me, io non posso fare nulla.
Siamo chiamati a rimanere umili, a non sederci sugli allori.  
Non è scontato che questo accada. Può piuttosto accadere di diventare scontenti, di diventare duri con se stessi e con gli altri, di diventare troppo furbi e anche imbroglioni; può capitare di prendersela con gli altri o anche solo con il destino, di prendersela anche con Dio.
Saremo mai all’altezza delle attese degli altri? Neppure queste possono essere il metro di misura della nostra persona.
Certamente non saremo mai neppure all’altezza delle attese di Dio.
Oggi la prima lettura cancella in maniera quasi brutale questa possibilità: «Tu mi hai dato molestia con i peccati, / mi hai stancato con le tue iniquità.
Potrebbe riempirsi il cuore di paura nel sentirsi rivolgere queste parole che fanno immaginare ad un Dio che ad un certo punto, stanco dei nostri peccati e delle nostre infedeltà, stanco anche solo di tante promesse fatte e non mantenute, deluso, come un amante tradito, decide di rompere ogni rapporto con noi e di lasciarci al nostro destino.
Ma la parola di Dio ci dice che forse le aspettative di Dio sono quelle di cui meno dobbiamo preoccuparci.
Molto più complicato avere a che fare e misurarci con le nostre e con quelle degli altri che con quelle di Dio, perché solo lui, dopo averci detto: Tu mi hai dato molestia con i peccati, / mi hai stancato con le tue iniquità, aggiunge: Io, io cancello i tuoi misfatti per amore di me stesso, e non ricordo più i tuoi peccati. Fammi ricordare, discutiamo insieme; parla tu per giustificarti.
Solo Dio è capace di quell’abbraccio di bene di cui abbiamo bisogno quando arriviamo a sentirci stanchi perfino di noi stessi, delusi, scoraggiati. Quando verrebbe da dire anche noi: hai ragione Dio, sono stato il solito stupido. Ho sbagliato anche questa volta nonostante le mie buone intenzioni.
Quando scoraggiati e con vergogna riusciamo solo a dire: guarda ti capisco benissimo Dio, capisco benissimo che tu possa essere stanco di me, che tu possa essere deluso. Al tuo posto lo sarei anche io. Anzi… anche al mio posto lo sono. Mi ritrovo anche io in alcuni momenti ad essere stanco delle mie fragilità, dei miei difetti, dei miei soliti peccati di cui non riesco a liberarmi.
Ma capisco, invitato a ricordare con te quegli errori, a sedermi e a discutere con te, che l’errore più grosso che potrei fare è non aprire il cuore a te; è lasciare che la vergogna sia più grande della fiducia in te e nella tua misericordia, nel credere che la mia sola forza di volontà possa bastare e di poter fare a meno della tua bontà.
Tenerti nascosto il mio errore, non solo è inutile, ma è pure questo un errore; tentare di mettere rimedio da solo, crea un rattoppo peggiore del buco. 
Ho tentato di mettere le cose a posto per poter venire a dirti con una punta di orgoglio che sono così bravo da aver posto rimedio da solo, ma così ho solo trascinato e reso cronico il mio peccato.
Quel “Fammi ricordare, discutiamo insieme” è semplicemente meraviglioso.
Ci mette di fronte ad un Dio che non dice: “so già tutto, confessa il tuo peccato”, ma, quasi se ne fosse già dimenticato, ci chiede di aiutarlo a ricordare cosa abbiamo combinato.
Avvicinati e dimmi cosa hai combinato e dimmelo senza paura: Non temere, Giacobbe mio servo
Ancora una volta la Scrittura ci rassicura sul fatto che il modo con cui Dio, da padre, ci vuole aiutare a crescere, non è la paura, il terrore, l’estrema severità, ma è piuttosto la sua estrema bontà. Ciò a cui la scrittura ci invita non è a nasconderci, ma ad avvicinarci e a farlo proprio quando abbiamo sbagliato, quando più che mai abbiamo bisogno del suo aiuto per rialzarci, per ravvederci e ricominciare.
Non a girar via la testa per paura di incrociare il suo sguardo, ma a fissare lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento
A guardare al Dio di Gesù che proprio quando è stanco di noi, contrariamente a quel che pensiamo e ci verrebbe spontaneo fare, ci dice: va bene! Mi tocca adesso amarti anche di più. 
Non facciamo spreco di questa grazia immensa. Questo si, sarebbe un peccato!
 

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