
È bello quel Che ve ne pare? Con cui si apre la pagina di Vangelo di oggi. Indica la chiara intenzione di Gesù, non tanto di insegnare, ma soprattutto di dialogare a noi. Di suscitare in noi una reazione, una risposta; di mettere ciascuno di noi nella condizione di scoprire qualcosa di nuovo, guardando dentro e non solo fuori di noi stessi. Quella domanda ci ricorda come davanti ad ogni parabola, nessuno possa stare come ascoltatore disattento o lontano. Sono importanti non solo le parole di Gesù che abbiamo ascoltato e che desideriamo pregare, ma sono importanti anche i pensieri che nascono in noi. Il nostro parere. La nostra posizione. La nostra risposta che nasce in noi come frutto del buon seme della Parola. Ogni Parabola è un seme posto in noi. Accorre, con pazienza, lasciarla lavorare. Tenerla dentro. Non aver fretta di dire: non ci ho capito nulla, ma anche non aver la presunzione di dire: ho già capito tutto.
Un uomo aveva due figli. Curiosamente, ma penso non casualmente comincia così anche la parabola del padre misericordioso. Non ci viene detto nulla di loro se non le poche parole con cui rispondo all’invito del padre. “Non ne ho voglia” dice il primo. “Sì, signore” dice il secondo.E in queste parole la consonanza tra le due parabole si fa sospetta.
Eccoli i due figli: Uno promise di fare quello che suo padre gli aveva chiesto, ma non lo fa. L’altro prima si ribella a quel comando, ma poi fa quello che gli aveva raccomandato il padre. Compie quanto gli era stato chiesto di fare. Che ve ne pare? La prima cosa che mi vien da dire è che questo Dio del Vangelo ci conosce proprio bene. Sa perfettamente come siamo fatti. Non esiste un terzo figlio ideale, che vive la perfetta coerenza tra il dire e il fare. Che dice si, ti obbedisco e poi obbedisce.
Esiste, e siamo noi, quell’uomo che tante volte si affida alla volontà di Dio più con l’intenzione – tante buone intenzioni – che con i fatti. Il credente non può essere “non praticante”; non perché sia obbligato ad andare a messa, ma perché è chiamato a mettere in pratica il vangelo. Che ve ne pare? Quante delle nostre scelte quotidiane dicono e testimoniano la nostra fede? Quante la contraddicono? La parola insiste spesso su questo: “Non chiunque mi dice: ‘Signore, Signore’, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli”.Se mi amate, osserverete i miei comandamenti … Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama … Se uno mi ama, osserverà la mia parola”.
Esiste anche, e siamo sempre noi, anche quell’uomo capace di pentirsi del fatto di non essersi fidato del Padre e di avergli dato il dispiacere di un no, di una lontananza, di un disinteresse, di una sfiducia in lui. Esiste quell’uomo capace di pentirsi e convertirsi di un Dio che ancora si fida e che aspetta; capace di cambiare risposta e cambiar strada. Esiste quell’uomo che si ricorda che chi gli ha rivolto l’invito ad andare a lavorare, è padre di cui fidarsi e non padrone a cui obbedire o da ingannare.
Un uomo aveva due figli e in quei due figli, che dicono e si contraddicono, è rappresentato il nostro cuore diviso, le contraddizioni per cui san Paolo si addolora nella lettera ai Romani in quel meraviglioso capitolo 7: non mi capisco, faccio il male che non vorrei, e il bene che vorrei non riesco a farlo.
A noi non resta che trovare l’umiltà necessaria per chiedere di unificare la nostra anima in Dio. Ricomporre ogni divisione. Prosciugare quel mare che a volte divide il nostro dire e il nostro fare. Trovare la passione di fare volentieri tutto quanto la vita ci chiama a fare; ad andare a lavorare volentieri in quella vigna che è la nostra vita perché la vita stessa porti frutto. Il sì di ogni figlio non può nascere solo dalla obbedienza, ma nasce dall’affetto; nasce dalla capacità di sognare con Dio una terra meno arida e i frutti della vigna, di cui poter goder con ciascuno dei fratelli che abitano con noi.



