Epifania

Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti 

Epifania, lo sappiamo, significa manifestazione, rivelazione. Celebriamo oggi la volontà di Dio di non rimanere nascosto, di farsi conoscere, di farsi prima trovare e poi incontrare. Questa volontà è testimoniata dalla storia di alcuni Magi che, ci racconta il Vangelo, vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». Una stella li aveva avvertiti. Senza, non si sarebbero mai sognati di mettersi in cammino. Quella stessa stella torna a guidarli dopo essere finiti in una Gerusalemme turbata dal loro arrivo e dall’aver saputo cosa cercassero. Li conduce fino sopra il luogo dove si trovava il bambino. Di loro si dice: Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. 
Sappiamo tutto di loro e ci conquista la loro storia anche se poi a loro preferiamo la Befana. 
Sappiamo tutto di questo Dio bambino anche se poi abbiamo insegnato ai bambini a chiedere e a farsi portare i doni da babbo Natale. 
Sappiamo di questa stella che tanto ci affascina anche se poi si perde in mezzo a tante altre luci e bagliori. Tutto ci è stato manifestato, ci è stato detto e fatto conoscere.
Forse proprio per questo potrebbe valer la pena oggi domandarci cosa invece dice e svela di noi questa festa. Cosa dice e svela di noi questo Natale appena trascorso i cui segni e addobbi in questi giorni finiranno negli scatoloni e poi in qualche ripostiglio. Cosa dice di noi questo bambino Gesù.
Che cristiani siamo stati in queste feste?
Che cristiani vorremo essere mentre camminiamo verso una nuova Pasqua di cui oggi ci è stata annunciata la data?
Domande certo scomode, ma è incoerente e imbarazzante ammirare i magi che si sono scomodati nel loro lungo cammino guidati dalla stella e non accettare poi di lasciarsi scomodare da una domanda. Non possiamo neppure continuare ad accettare rassegnati di essere tra coloro che continuano a festeggiare un Natale di tradizione e consuetudine, senza lasciarsi veramente toccare nel profondo; accettare di essere più simile ad Erode che ai magi; accontentarsi di fare buoni propositi che non reggono dentro la vita. «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo». 
Dimmelo che vengo anche io… Quante volte ci siamo rimasti male di fronte ad un amico che ci ha fatto questa promessa e non l’ha mantenuta? Quante volte abbiamo fatto questa promessa ad un amico e anche a Dio e non ci siamo presentati perché la vita ci ha proposto altro e condotto altrove? Che cosa dice e svela di noi questo Natale? Potrebbe farci male chiedercelo e conoscere la risposta, ma potrebbe anche farci più male non chiedercelo mai e continuare a rimanere tiepidi cristiani.
Ci fa più male accontentarci di vivere nella penombra dove è più facile non essere scomodati, dove tutto sembra uguale e niente ha valore, la mediocrità diventa consuetudine, la banalità diventa la regola, il grigiore diventa di moda, non disturbare diventa il patto non scritto, ma che tutti rispettano. In questo modo però ci siamo esclusi da soli da quella grande gioia che invece ha riempito i cuori dei Magi. 
Anche ai nostri giorni Isaia tornerebbe a gridare: «Àlzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te. Poiché, ecco, la tenebra ricopre la terra, nebbia fitta avvolge i popoli; ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te.
E dovremmo anche prendere sul serio e fidarci delle parole di san Paolo: Carissimo, è apparsa infatti la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini . È proprio questa grazia che ci può aiutare a riscoprire noi stessi come uomini diversi, capaci di tracciare nuove strade; ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo.

Lo sapevamo. Lo sentivamo tutti
ch’era troppo furioso
il nostro fare. Stare dentro le cose.
Tutti fuori di noi.
Agitare ogni ora – farla fruttare.
Ci dovevamo fermare
e non ci riuscivamo.
Andava fatto insieme.
Rallentare la corsa.
Ma non ci riuscivamo.
Mi sono tornate in mente queste parole della poesia di Mariangela Gualtieri intitolata 9 marzo. 9 Marzo 2020, quando ci ha fermato un virus sconosciuto.
Non ci abbiamo messo molto a ritrovare il passo della corsa, a ritornare sulle nostre strade, dentro le nostre cose. Non abbiamo saputo trovare strade diverse, come hanno fatto i magi. Il mondo sembra perfino peggiorato, dando torto alle nostre speranze di guarirlo e guarire noi con lui. Quante altre occasioni sprecheremo? Siamo già pronti a tornare alla nostra vita come se Natale fosse stata solo una parentesi o una vacanza?

Buona Epifania

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Ottava del Natale – 1 gennaio 2023

Il Signore ti faccia grazia

Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. Le parole del Vangelo che descrivono l’atteggiamento di Maria davanti agli avvenimenti della nascita di Gesù, mi paiono preziosi per disporre il nostro animo ad un sapiente e saggio atteggiamento nei confronti di questo giorno in cui celebriamo l’Ottava del Natale di Gesù, ma in cui celebriamo anche l’arrivo di un nuovo anno. Un anno è lungo. Sono 365 giorni; Non sono mai tutti uguali; possono accadere molte cose. Noi siamo soliti contare la vita per anni, ma siamo chiamati a viverla giorno per giorno e occorre a volte molta, molta, molta pazienza. Oggi non siamo molto diversi da quello che eravamo ieri e domani non saremo molto diversi da quello che siamo oggi. Difficilmente la vita ha svolte così improvvise; procede più per continuità che per discontinuità. La pace non la si fa in un giorno e neppure la guerra. È sempre un processo, un’evoluzione: qualcosa che si prepara nel tempo perché accada. Lo scorrere lento dei giorni è limite invalicabile, ma insieme è dono prezioso per chi intende crescere, costruire, piantare, raccogliere, educare.
Trovo illuminanti le parole di papa Francesco nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium che mi permetto di ricordare: il tempo è superiore allo spazio. Questo principio permette di lavorare a lunga scadenza, senza l’ossessione dei risultati immediati. Aiuta a sopportare con pazienza situazioni difficili e avverse, o i cambiamenti dei piani che il dinamismo della realtà impone. È un invito ad assumere la tensione tra pienezza e limite, assegnando priorità al tempo. Uno dei peccati che a volte si riscontrano nell’attività socio-politica consiste nel privilegiare gli spazi di potere al posto dei tempi dei processi. Dare priorità allo spazio porta a diventar matti per risolvere tutto nel momento presente, per tentare di prendere possesso di tutti gli spazi di potere e di autoaffermazione. Significa cristallizzare i processi e pretendere di fermarli.  Dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi. Il tempo ordina gli spazi, li illumina e li trasforma in anelli di una catena in costante crescita, senza retromarce. Si tratta di privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi nella società e coinvolgono altre persone e gruppi che le porteranno avanti, finché fruttifichino in importanti avvenimenti storici. Senza ansietà, però con convinzioni chiare e tenaci.
Maria, custodendo tutto quanto stava accadendo, meditando nel suo cuore, aveva messo da parte la pretesa di capire tutto e subito e di risolvere ogni problema: solo il tempo poteva offrire risposte e mettere ordine e illuminare il mistero che stava davanti agli occhi.
Occorre imparare a dare tempo al tempo, ma ancora di più a concedere tempo a Dio e a noi stessi. Se anche siamo insoddisfatti dei nostri sforzi, di quanto abbiamo raccolto, se siamo delusi da qualcuno e forse anche da noi stessi, non possiamo lasciarci tentare dalla tristezza o dall’amarezza o peggio dall’angoscia. Dobbiamo dare tempo e fiducia a Dio.
È bene continuare a sorridere. Nulla è mai tutto e subito. Nemmeno questo bimbo appare Dio tutto e subito, ha bisogno del tempo per crescere e per farsi conoscere, eppure i pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro. Gli stessi primi discepoli – anche coloro di cui si dice: subito lo seguirono – ci metteranno del tempo.
Per il cristiano, ovvero per colui che crede nel Dio del Vangelo, il tempo non è mai un nemico: è il luogo della conversione; il luogo del peccato e del perdono; è il luogo della grazia. È il Signore stesso che ci insegna come invocarla e come distribuirla, quando ordina a Mosè di insegnare ad Aronne e ai suoi figli cosa dirsi gli uni con gli altri: Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia.Parole che assomigliano ad una carezza di cui abbiamo bisogno in questo tempo in cui la dura realtà sembra invece volerci prendere a sberle, facendoci credere che sia il male a vincere; facendoci sentire di cosa è fatta la vita, dopo anni forse troppo trascorsi nella spensieratezza, illusi di poter vivere di sogni e di fantasia, di potere tutto.
Abbiamo bisogno di imparare a ringraziare non per un anno senza guai o problemi, ma per tutto quello che il Signore ha fatto per accompagnarci attraverso guai o problemi, per tutti quelli che ci sono stati accanto, ci hanno benedetto e custodito, per chi non ha voltato la faccia.  Di invocare non un anno senza problemi, ma di farci essere capaci di rimanere accanto, benedire, custodire, non voltare la faccia, credere, fidarsi.
La grazia e la benedizione di Dio poche volte sono miracolo, sono più frequentemente seme che cerca terreno buono, che cerca la nostra collaborazione, che cerca cura, che necessita appunto tempo e attesa, pazienza e speranza. Se non ne avete, chiedetele, mi pare che sia il migliore dono che possiamo ricevere dal Signore.


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Natale

Troverete un bambino avvolto in fasce
una promessa che si mantiene

Tutta la terra attende impaziente…  Aspetta il suo Messia…
In questi giorni mi è capitato più volte, durante la novena con i bambini, di cantare queste parole. Mi è venuto da pensare che impaziente ha un duplice significato: definisce chi nell’attesa si è fatto nervoso e forse ha perso la pazienza, ma nello stesso tempo definisce chi freme di vedere accadere ciò che attende. Lascio a voi decidere come siete arrivati a questo Natale. Così come mi è venuto da pensare che la verità dolorosa è che non tutta la terra attende, non ogni uomo, e che spesso non sappiamo neppure noi cosa attendere.
Lo sanno i poveri e gli umili. Lo sanno i popoli che abitano le nazioni in guerra: attendono la pace! Attendono che si compia la promessa annunciata da Isaia: Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione. Ci sono profughi che attendono una terra dove poter vivere e la cercano con così grande tenacia da rischiare la morte attraversando deserti e mari. Ci sono malati che attendono una guarigione; ci sono disoccupati che attendono un lavoro; giovani che attendono un futuro, anziani che attendono una carezza e una parola.
Di fronte a tutti loro abbiamo il dovere almeno di farci un paio di domande.
Noi che oggi siamo qui in questa notte di Natale, cosa attendiamo?  Cosa chiediamo a questo Natale, o meglio a questo Dio bambino?
Come ci siamo preparati a questo giorno? Non per sottolineare mancanze, ma Cosa dice di noi il nostro correre e rincorrere di queste settimane e specialmente dei giorni scorsi, il nostro inseguire cose da fare, da preparare, appuntamenti a cui non mancare?
Nei giorni scorsi girando anche io per le strade e per qualche negozio ho avuto come l’impressione che il mondo dovesse finire, che il tempo non bastasse e men che meno le forze, mentali e fisiche.
Fermatevi, prendete fiato. Non è forse di questo che abbiamo bisogno? Si vive meglio se si ha qualcosa da attendere, qualcosa verso cui camminare e ancora meglio se si ha qualcuno da attendere e qualcuno verso cui camminare.
 Il Natale non è la festa di chi ha le mani e il cuore già pieno. Mi permetto di ricordare quello che ho già detto lo scorso anno, ma che rischiamo sempre di dimenticare: occorre una culla vuota se vogliamo che Dio trovi il suo posto.
Occorre non fermarsi alla superficie delle cose, ai fatti, al presente. Abbiamo bisogno di una promessa a cui credere! La nostra vita è già troppo piena di cose da fare e di cose fatte. Fin da bambini è così. Chiediamo loro se hanno fatto i compiti. Programmiamo le loro giornate di attività e sulle loro si adeguano quelle di genitori e nonni. Un giorno qualcuno domanderà loro se al lavoro hanno fatto questo e fatto quello, nella stessa maniera con cui lo chiede a noi oggi.
Ci fa bene oggi fermarci e contemplare un Dio bambino, una nascita che è insieme un fatto, ma ancora di più una promessa. Chissà se siamo ancora in grado di commuoverci veramente per il Natale, come accade ancora ai bambini e come accadeva a noi da bambini. Dove abbiamo smarrito la nostra capacità di attendere che riempiva i giorni e il cuore di un’emozione che ora pagheremmo per sentire di nuovo, dove abbiamo perso la nostra capacità di credere alla promessa di Dio? Certo è difficile credere ad una nuova promessa quando altre promesse si sono trasformate in fumo, in parole al vento, quando noi stessi ne abbiamo tradito alcune fatte a noi stessi e agli altri.
Il Natale non è semplicemente un fatto accaduto, lontano nel tempo, di cui fare memoria;
è una promessa e proprio perché è una promessa non ha esaurito la sua forza.
Una nascita è un inizio, ancora di più è un principio – in principio era il Verbo – una Parola.
Soprattutto quando la Parola è di Dio, essa ha il potere di creare.
Un bambino in cui noi riconosciamo il figlio di Dio è una promessa che ha bisogno del tempo per dispiegarsi, manifestarsi e attuarsi. 
A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio.
La promessa di Dio riguarda innanzitutto la sua Presenza. Prima ancora di dirci che farà qualcosa, egli ci garantisce che ci sarà, sempre, fino alla fine, e questa è la più potente rassicurazione che il cuore di un uomo può ricevere. Per Dio, mantenere la sua promessa significa semplicemente tenere per mano: man-tenere.
Oggi è Natale, il giorno della promessa mantenuta di Dio!
Un Dio che non mi domanda cosa sono venuto a portargli, ma che mi dice: ti stavo aspettando. Un Dio che non si aspetta nulla da me, ma semplicemente mi aspetta impaziente perché non vede l’ora, non perché ha perso la pazienza verso di noi e si è innervosito per i limiti.
Questo è il bello del Natale, che pure a volte noi complichiamo proprio perché non viviamo l’attesa, ma la corsa; viviamo sotto il peso di altre attese che non riguardano Dio e che la nostra stupidità continuamente crea, facendoci aspirare a cose più grande, senza riconoscere la grandezza di quanto già ci è donato. Ci aspettiamo sempre qualcosa di più e di nuovo. Sentiamo il peso delle attese degli altri. Carichiamo gli altri delle nostre attese. Sentiamo il peso di dover essere pronti, perfetti, all’altezza, preparati. Estenuante!
Lasciamoci semplicemente abbracciare e comprendere da questo Dio, lasciamoci prendere per mano e sarà un vero Natale.
Egli ci attende con impazienza, non facciamoci attendere a lungo.

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Domenica della divina Maternità

Se nulla è impossibile a Te, eccomi!

L’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Sembra l’inizio di una favola o di un film. La scena pian piano si stringe fino a condurre anche noi dentro la casa di Maria. Apparentemente sono due i personaggi protagonisti: l’angelo e Maria. Rileggendo meglio, si capisce che anche Dio è sulla scena seppure nascosto. Il dialogo è intenso, ma breve. «Rallégrati, piena di grazia, il Signore è con te. Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Le rispose l’angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». Stando al racconto, in un attimo tutto sembra finire nel migliore dei modi. La proposta è accolta. Maria dice il suo eccomi. E tutti vissero felici e contenti.
Ma sapendo che qui il Vangelo non ci sta raccontando una favola, a me viene spontaneo domandarmi come possa essere stato tutto così veloce. Quanto tempo sarà passato tra le parole dell’angelo e l’eccomi di Maria? Davvero Maria ha acconsentito ad una proposta così sconvolgente ed inaudita in così poco tempo, facendosi bastare le poche parole dell’Angelo?
A me non è mai riuscito di fidarmi così velocemente di Dio. Per intuire la mia vocazione ci sono voluti tanti anni, per dire il mio sì ce ne sono voluti almeno un paio, fatti di pensa e ripensa. Così a volte preferisco pensare che tutta questa scena non sia durata solo 5 minuti. Preferisco pensare che Maria abbia avuto bisogno di pensarci bene. Di valutare. Di dar retta anche a tutta la paura e lo smarrimento che prendono il cuore dell’uomo di fronte alle decisioni importanti della vita. Preferisco soprattutto pensare che Dio abbia avuto rispetto dei tempi umani che a volte sono lenti, sono segnati dalla pigrizia e dallo spavento, sono segnati dall’incertezza e dalla insicurezza. Mi consola trovare traccia di questa fatica nella domanda di Maria: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». Desidero pensare che abbia preso tempo per pensare, valutare, analizzare, chiedere consiglio; che si sia domandata se quello che stava sentendo era davvero la voce di Dio o qualche voce proveniente da chissà dove.
Le decisioni importanti hanno bisogno di tempo. Non bastano 10 minuti, a volte ci vogliono mesi; a volte anni. Ci sono fidanzamenti che durano 8/12 anni; ogni decisione comporta una rinuncia e rinunciare non è mai facile a nessuno.
Ogni decisione comporta un rischio e rischiare non ci riesce così facile.  Oserei dire che ogni decisione comporta una certa dose di crudeltà verso se stessi. Comporta uno strappo con il passato. Ma decidere è il solo modo per dare vita e consistenza ai sogni. È il solo modo per farci diventare ciò che vogliamo.
Non so di quanto tempo Maria ha avuto bisogno per decidere, ma so che se mi fermo a pensare, mi accorgo che facilmente io mi trovo nella situazione di rimandare, di indugiare, di prendere tempo senza accorgermi che così il tempo lo perdo. So che allora mi fa bene contemplare la prontezza di Maria, prendendo per buono, come racconta Luca, che le siano bastate le poche parole e il breve tempo di quell’incontro per dire il suo “eccomi”.
E noi da quanto tempo siamo davanti a qualche decisione che rimandiamo e rimandiamo? Magari scusandoci semplicemente con la personale ma discutibile convinzione che non siamo capaci o non siamo pronti, che non è il momento, che non ci sono le condizioni?
A Maria, proprio a questa giovane donna di Nazaret, io credo che oggi possiamo chiedere questo dono. Di insegnarci a decidere; di renderci capaci di fidarci di Dio, riconoscendo quale grande fiducia innanzitutto lui ha nei nostri confronti. Quando Dio ci chiede di credere in Lui e di fidarci, quando chiede il nostro eccomi, sempre ci precede riponendo fiducia in noi e ci sta incoraggiando a non avere paura delle difficoltà della vita.
Ci dice che non siamo soli perché è proprio nei nostri “eccomi” che inizia la vita.

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Il Sacramento delle riconciliazione

Martedì 20 dicembre
nella chiesa di Torrevilladalle ore 9.30 alle ore 10.30

Mercoledì 21 dicembre nella chiesa di Monticello
dalle ore 9.30 alle ore 10.30
dalle ore 17.30 alle ore 18.30
dalle ore 21.00 alle ore 22.00

Giovedì 22 dicembre
nella chiesa di Torrevilla dalle ore 9.30 alle ore 11.00
Nella chiesa di Monticello
per i ragazzi di 5 elem. Dopo la novena (ore 16.45)
per i ragazzi delle medie alle ore 18.00

Venerdì 23 dicembre
nella chiesa di Torrevilla dalle ore 9.30 alle ore 11.00
nella chiesa di Monticello dalle ore 17.00 alle ore 18.00
per adolescenti e giovani dalle ore 18.00 alle ore 19.00

Sabato 24 dicembre
nella chiesa di Monticello dalle ore 9.30 alle ore 11.00 dalle ore 15.00 alle ore 17.00

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5 domenica di Avvento

Nei suoi giorni fiorisca il giusto e abbondi la pace.

E tu, Betlemme di Èfrata, così piccola per essere fra i villaggi di Giuda, da te uscirà per me colui che deve essere il dominatore in Israele;
E tu Giovanni, di cui si dice: Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce.
Cosa avete da dirci in questa quinta domenica di Avvento?
Come vi sentite in questo mondo dove per sentirti qualcuno devi essere “grande”?
Come vi sentite in questo mondo dove conta essere forti, riconosciuti, ammirati, apprezzati e magari anche invidiati? Dove la fragilità è un’imperfezione; dove non essere primi è un demerito; dove l’umiltà è un difetto; dove anche nelle migliori relazioni si finisce per essere competitivi e forse anche combattivi e dove l’apparenza a volte sostituisce la verità?
Tu Betlemme, così piccola, tu Giovanni scelto per essere non il protagonista, ma il presentatore di colui che entra in scena come il Figlio di Dio.
Tu Giovanni che senza imbarazzo dici: colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me.Cosa avete da dirci?
Io credo che oggi ci parlerebbero di una piccola virtù forse uscita di moda come la modestia. La parola stessa nel linguaggio corrente è diventata facilmente il sinonimo di mediocrità, di pochezza, di cosa di poco conto. Eppure oggi Betlemme, nonostante la sua piccolezza, è ancora ricordata come il luogo dove è nato il figlio di Dio. Ancora oggi Giovanni battista è l’unico santo a cui è concesso di essere ricordato con due feste nel calendario – quella della nascita al Cielo, cioè l’anniversario della morte, e quella della nascita al mondo.
Ci parlerebbe non di se stessi, ma di Gesù perché è proprio vero che se vuoi che gli altri pensino bene di te, la prima cosa che devi saper fare è non parlare bene di te.Ci parlerebbero dell’importanza di avere il senso del limite, in questo mondo dove la pretesa, il tentativo e insieme la tentazione è quella di non avere limiti. Eppure, abitiamo un semplice puntino chiamato Terra in un Universo di cui non conosciamo neppure i confini tanto è immenso. Ci parlerebbero, soprattutto Giovanni, della consapevolezza dei loro limiti, ma senza diventare presuntuosi; senza vantare meriti vani, ma senza nascondersi; senza coltivare ambizioni esagerate, ma senza smettere di sognare. Ci parlerebbe insieme di pudore, di semplicità, di riservatezza, di naturalezza, di dolcezza.
Ci direbbero che non porta guadagno gettare ombre sugli altri e parlar male di loro perché questo non ha mai fatto diventare migliore nessuno e che non val troppo la pena affannarsi per attirare l’attenzione degli altri e i loro sguardi; meglio impegnarsi per dare attenzione a gli altri. Ci metterebbero in guardia dall’orgoglio ricordandoci che, come ci ha fatto pregare il salmo, solo il Signore regna per sempre; Egli sostiene l’orfano e la vedova, ma sconvolge le vie dei malvagi.
Ci ricorderebbero le parole del salmo 131: Signore, non si esalta il mio cuore né i miei occhi guardano in alto; non vado cercando cose grandi né meraviglie più alte di me. Io invece resto quieto e sereno: come un bimbo svezzato in braccio a sua madre, nella totale fiducia nella parola di Gesù che ci dice che “chi vuol essere il primo sia l’ultimo e il servo di tutti”.
Ci parlerebbero di quella pace che sta nel cuore del modesto che non si deve affannare per apparire quello che non è, che desidera rimanere coerente con se stesso, sapendo che poche cose sono più rasserenanti della coerenza e della verità.
Infine, ma non come ultima cosa, ci parlerebbero di un Dio che della modestia e della piccolezza ha fatto il suo abito e il suo stile, rendendosi quasi irriconoscibile nascosto nel corpo di un bambino, nato da una donna di nome Maria che in quanto a modestia e umiltà ha molto da insegnare.
È quel Dio che attendiamo nel Natale. Nato a Betlemme Èfrata, così piccola per essere fra i villaggi di Giuda, colui che deve essere il dominatore in Israele; Colui che è la nostra luce, colui dalla cui pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia

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4 domenica di Avvento

Consolate, consolate il mio popolo! Benedite!

Una voce dice: «Grida» e io rispondo: «Che cosa dovrò gridare?».
È molto più facile portare in piazza chi vuole protestare che chi vuole approvare. È molto più facile portare in piazza gli arrabbiati, gli scontenti o i delusi. Molto più facile, in una manifestazione, gridare contro che esprimere un consenso o il proprio favore. È solitamente la minoranza di opposizione che scende in strada, non la maggioranza.
Una voce dice: «Grida», e io rispondo: «Che cosa dovrò gridare?».
Quale grido abita il nostro cuore?
Il Vangelo di questa quarta domenica di Avvento, ci racconta però qualcosa di diverso.La folla, numerosissima, stese i propri mantelli sulla strada, mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla strada. La folla che lo precedeva e quella che lo seguiva, gridava: «Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore!»
Ci racconta di una folla contenta ed entusiasta nei confronti di Gesù; una folla con nel cuore sentimenti di benevolenza e di accoglienza che riconosce in lui una speranza nuova, vede in lui il segno della vicinanza di Dio: “sei colui che viene nel nome del Signore” e lo benedice.
Nelle sere delle prossime settimane, sarete invitati a venire in Chiesa per accogliere la benedizione del Signore. Spiace non poterla portare in ogni casa, specialmente in quelle dove se ne sente il bisogno: dove c’è un problema di salute in famiglia, problemi con il lavoro che non va o addirittura non c’è; problemi di divisioni e incomprensioni; dove il peso della solitudine si è fatto insopportabile; dove è grande la preoccupazione per la vita e il futuro dei figli; in quelle case dove semplicemente si chiede al Signore di custodire la pace al riparo da ogni contrattempo e avversità. Ma ascoltando questa folla che benedice, e ancora di più, accogliendo l’invito che il profeta a nome di Dio rivolge al popolo: Consolate, consolate il mio popolo – dice il vostro Dio –. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta, la sua colpa è scontata io vorrei affidarvi proprio il compito che abbiamo ricevuto da Isaia: Gridate! Cosa dovrò gridare? Parole di benedizione e di consolazione! Siate anche voi uomini e donne che vanno nel nome del Signore per le strade del nostro paese e siate benedetti perché benedite. Ricordate di come anche le vostre parole nel bene e nel male sono efficaci e creative.  Hanno il potere di ricordare il passato senza che faccia ancora male, di far vedere e costruire un futuro diverso da quello che sembra già scritto. Le parole difendono, le parole hanno veramente il potere di cambiare il nostro umore e le nostre giornate. 
Le parole cattive rimangono nel cuore di una persona e producono tristezza, dolore. Le parole buone, le parole di benedizione, aprono uno spazio di vita e d’amore. 
In questi giorni quando passate per le vie del paese provate ad osservare le finestre delle case. Non con sguardo curioso di chi vuole solo saperne di più o di chi giudica, ma con l’animo buono di chi, sente i dolori degli uomini e soffre con loro; sente le loro gioie e non prova invidia ma se ne rallegra. Dietro quelle finestre dove abitano persone che magari conosciamo solo di vista, ci sono volti di persone come noi che come noi hanno i loro difetti e i loro pregi, i loro dispiaceri e le loro allegrie.
Benediciamole. Impariamo a benedirle, a gettar via i soliti giudizi e a liberarci dalla distrazione e della indifferenza. Non passiamo distratti in mezzo alla gente. Ascoltiamo la benedizione che gli altri hanno da dirci e regaliamo loro la benedizione di cui hanno bisogno. Teniamo il cuore libero dai giudizi, più misurato e più attento nelle valutazioni. Restiamo prudenti e umili, perché ogni uomo è sempre più di quello che noi vediamo e sappiamo di lui. Ciascuno di noi ha bisogno che qualcuno ci benedica, dica bene di noi; non per alimentare il nostro orgoglio o la nostra presunzione, ma per ricordarci che intorno e dentro noi c’è ancora il bene. I bambini hanno bisogno di essere benedetti dai loro genitori e i genitori hanno bisogno di essere benedetti dai loro bambini. Le parole di gratitudine sono benedizione, come lo sono quelle di incoraggiamento; sono benedizioni le parole di affetto, di premura, di stima, di comprensione. Benedire è azione che cambia innanzitutto il nostro cuore, che diventa più buono, meno duro, più umile. È qualcosa che cambia il nostro modo di vedere il mondo e cambia il mondo stesso.
Andate e gridate: benedite e consolate il mio popolo!

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CALENDARIO DEI MOMENTI DI PREGHIERA CON LE FAMIGLIE

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VENDITA ARANCE PRO MISSIONI

Dopo la vendita delle mele per le opere parrocchiali, la vendita delle arance, la prenotazione entro il 5 dicembre compilando il seguente form

https://form.jotform.com/213353584534053

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Lettera

la lettera di natale per le famiglia

Nei prossimi giorni riceverete la lettera nelle vostre case. Ogni aiuto nella distribuzione è ben gradito

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