
Epifania, lo sappiamo, significa manifestazione, rivelazione. Celebriamo oggi la volontà di Dio di non rimanere nascosto, di farsi conoscere, di farsi prima trovare e poi incontrare. Questa volontà è testimoniata dalla storia di alcuni Magi che, ci racconta il Vangelo, vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». Una stella li aveva avvertiti. Senza, non si sarebbero mai sognati di mettersi in cammino. Quella stessa stella torna a guidarli dopo essere finiti in una Gerusalemme turbata dal loro arrivo e dall’aver saputo cosa cercassero. Li conduce fino sopra il luogo dove si trovava il bambino. Di loro si dice: Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra.
Sappiamo tutto di loro e ci conquista la loro storia anche se poi a loro preferiamo la Befana.
Sappiamo tutto di questo Dio bambino anche se poi abbiamo insegnato ai bambini a chiedere e a farsi portare i doni da babbo Natale.
Sappiamo di questa stella che tanto ci affascina anche se poi si perde in mezzo a tante altre luci e bagliori. Tutto ci è stato manifestato, ci è stato detto e fatto conoscere.
Forse proprio per questo potrebbe valer la pena oggi domandarci cosa invece dice e svela di noi questa festa. Cosa dice e svela di noi questo Natale appena trascorso i cui segni e addobbi in questi giorni finiranno negli scatoloni e poi in qualche ripostiglio. Cosa dice di noi questo bambino Gesù.
Che cristiani siamo stati in queste feste?
Che cristiani vorremo essere mentre camminiamo verso una nuova Pasqua di cui oggi ci è stata annunciata la data?
Domande certo scomode, ma è incoerente e imbarazzante ammirare i magi che si sono scomodati nel loro lungo cammino guidati dalla stella e non accettare poi di lasciarsi scomodare da una domanda. Non possiamo neppure continuare ad accettare rassegnati di essere tra coloro che continuano a festeggiare un Natale di tradizione e consuetudine, senza lasciarsi veramente toccare nel profondo; accettare di essere più simile ad Erode che ai magi; accontentarsi di fare buoni propositi che non reggono dentro la vita. «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
Dimmelo che vengo anche io… Quante volte ci siamo rimasti male di fronte ad un amico che ci ha fatto questa promessa e non l’ha mantenuta? Quante volte abbiamo fatto questa promessa ad un amico e anche a Dio e non ci siamo presentati perché la vita ci ha proposto altro e condotto altrove? Che cosa dice e svela di noi questo Natale? Potrebbe farci male chiedercelo e conoscere la risposta, ma potrebbe anche farci più male non chiedercelo mai e continuare a rimanere tiepidi cristiani.
Ci fa più male accontentarci di vivere nella penombra dove è più facile non essere scomodati, dove tutto sembra uguale e niente ha valore, la mediocrità diventa consuetudine, la banalità diventa la regola, il grigiore diventa di moda, non disturbare diventa il patto non scritto, ma che tutti rispettano. In questo modo però ci siamo esclusi da soli da quella grande gioia che invece ha riempito i cuori dei Magi.
Anche ai nostri giorni Isaia tornerebbe a gridare: «Àlzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce, la gloria del Signore brilla sopra di te. Poiché, ecco, la tenebra ricopre la terra, nebbia fitta avvolge i popoli; ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te.
E dovremmo anche prendere sul serio e fidarci delle parole di san Paolo: Carissimo, è apparsa infatti la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini . È proprio questa grazia che ci può aiutare a riscoprire noi stessi come uomini diversi, capaci di tracciare nuove strade; ci insegna a rinnegare l’empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà, nell’attesa della beata speranza e della manifestazione della gloria del nostro grande Dio e salvatore Gesù Cristo.
Lo sapevamo. Lo sentivamo tutti
ch’era troppo furioso
il nostro fare. Stare dentro le cose.
Tutti fuori di noi.
Agitare ogni ora – farla fruttare.
Ci dovevamo fermare
e non ci riuscivamo.
Andava fatto insieme.
Rallentare la corsa.
Ma non ci riuscivamo.
Mi sono tornate in mente queste parole della poesia di Mariangela Gualtieri intitolata 9 marzo. 9 Marzo 2020, quando ci ha fermato un virus sconosciuto.
Non ci abbiamo messo molto a ritrovare il passo della corsa, a ritornare sulle nostre strade, dentro le nostre cose. Non abbiamo saputo trovare strade diverse, come hanno fatto i magi. Il mondo sembra perfino peggiorato, dando torto alle nostre speranze di guarirlo e guarire noi con lui. Quante altre occasioni sprecheremo? Siamo già pronti a tornare alla nostra vita come se Natale fosse stata solo una parentesi o una vacanza?
Buona Epifania



