Natale

Troverete un bambino avvolto in fasce
una promessa che si mantiene

Tutta la terra attende impaziente…  Aspetta il suo Messia…
In questi giorni mi è capitato più volte, durante la novena con i bambini, di cantare queste parole. Mi è venuto da pensare che impaziente ha un duplice significato: definisce chi nell’attesa si è fatto nervoso e forse ha perso la pazienza, ma nello stesso tempo definisce chi freme di vedere accadere ciò che attende. Lascio a voi decidere come siete arrivati a questo Natale. Così come mi è venuto da pensare che la verità dolorosa è che non tutta la terra attende, non ogni uomo, e che spesso non sappiamo neppure noi cosa attendere.
Lo sanno i poveri e gli umili. Lo sanno i popoli che abitano le nazioni in guerra: attendono la pace! Attendono che si compia la promessa annunciata da Isaia: Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione. Ci sono profughi che attendono una terra dove poter vivere e la cercano con così grande tenacia da rischiare la morte attraversando deserti e mari. Ci sono malati che attendono una guarigione; ci sono disoccupati che attendono un lavoro; giovani che attendono un futuro, anziani che attendono una carezza e una parola.
Di fronte a tutti loro abbiamo il dovere almeno di farci un paio di domande.
Noi che oggi siamo qui in questa notte di Natale, cosa attendiamo?  Cosa chiediamo a questo Natale, o meglio a questo Dio bambino?
Come ci siamo preparati a questo giorno? Non per sottolineare mancanze, ma Cosa dice di noi il nostro correre e rincorrere di queste settimane e specialmente dei giorni scorsi, il nostro inseguire cose da fare, da preparare, appuntamenti a cui non mancare?
Nei giorni scorsi girando anche io per le strade e per qualche negozio ho avuto come l’impressione che il mondo dovesse finire, che il tempo non bastasse e men che meno le forze, mentali e fisiche.
Fermatevi, prendete fiato. Non è forse di questo che abbiamo bisogno? Si vive meglio se si ha qualcosa da attendere, qualcosa verso cui camminare e ancora meglio se si ha qualcuno da attendere e qualcuno verso cui camminare.
 Il Natale non è la festa di chi ha le mani e il cuore già pieno. Mi permetto di ricordare quello che ho già detto lo scorso anno, ma che rischiamo sempre di dimenticare: occorre una culla vuota se vogliamo che Dio trovi il suo posto.
Occorre non fermarsi alla superficie delle cose, ai fatti, al presente. Abbiamo bisogno di una promessa a cui credere! La nostra vita è già troppo piena di cose da fare e di cose fatte. Fin da bambini è così. Chiediamo loro se hanno fatto i compiti. Programmiamo le loro giornate di attività e sulle loro si adeguano quelle di genitori e nonni. Un giorno qualcuno domanderà loro se al lavoro hanno fatto questo e fatto quello, nella stessa maniera con cui lo chiede a noi oggi.
Ci fa bene oggi fermarci e contemplare un Dio bambino, una nascita che è insieme un fatto, ma ancora di più una promessa. Chissà se siamo ancora in grado di commuoverci veramente per il Natale, come accade ancora ai bambini e come accadeva a noi da bambini. Dove abbiamo smarrito la nostra capacità di attendere che riempiva i giorni e il cuore di un’emozione che ora pagheremmo per sentire di nuovo, dove abbiamo perso la nostra capacità di credere alla promessa di Dio? Certo è difficile credere ad una nuova promessa quando altre promesse si sono trasformate in fumo, in parole al vento, quando noi stessi ne abbiamo tradito alcune fatte a noi stessi e agli altri.
Il Natale non è semplicemente un fatto accaduto, lontano nel tempo, di cui fare memoria;
è una promessa e proprio perché è una promessa non ha esaurito la sua forza.
Una nascita è un inizio, ancora di più è un principio – in principio era il Verbo – una Parola.
Soprattutto quando la Parola è di Dio, essa ha il potere di creare.
Un bambino in cui noi riconosciamo il figlio di Dio è una promessa che ha bisogno del tempo per dispiegarsi, manifestarsi e attuarsi. 
A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio.
La promessa di Dio riguarda innanzitutto la sua Presenza. Prima ancora di dirci che farà qualcosa, egli ci garantisce che ci sarà, sempre, fino alla fine, e questa è la più potente rassicurazione che il cuore di un uomo può ricevere. Per Dio, mantenere la sua promessa significa semplicemente tenere per mano: man-tenere.
Oggi è Natale, il giorno della promessa mantenuta di Dio!
Un Dio che non mi domanda cosa sono venuto a portargli, ma che mi dice: ti stavo aspettando. Un Dio che non si aspetta nulla da me, ma semplicemente mi aspetta impaziente perché non vede l’ora, non perché ha perso la pazienza verso di noi e si è innervosito per i limiti.
Questo è il bello del Natale, che pure a volte noi complichiamo proprio perché non viviamo l’attesa, ma la corsa; viviamo sotto il peso di altre attese che non riguardano Dio e che la nostra stupidità continuamente crea, facendoci aspirare a cose più grande, senza riconoscere la grandezza di quanto già ci è donato. Ci aspettiamo sempre qualcosa di più e di nuovo. Sentiamo il peso delle attese degli altri. Carichiamo gli altri delle nostre attese. Sentiamo il peso di dover essere pronti, perfetti, all’altezza, preparati. Estenuante!
Lasciamoci semplicemente abbracciare e comprendere da questo Dio, lasciamoci prendere per mano e sarà un vero Natale.
Egli ci attende con impazienza, non facciamoci attendere a lungo.

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