4 domenica di Pasqua

conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me

Io sono il buon pastore Il buon pastore dà la propria vita per le pecore… conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Queste parole potrebbero apparire presuntuose se non fosse che sappiamo che Gesù la vita l’ha offerta davvero; che di fronte a chi voleva ucciderlo non è scappato come sarebbe stato istintivo farlo; non si è difeso come ha cercato di fare un suo discepolo mettendo mano alla spada nell’orto del Getsemani al momento della cattura; non è sceso dalla croce come lo avevano invitato a fare quelli che stavano sotto la croce: quelli che passavano di là lo insultavano scuotendo il capo e dicendo:  «Tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso! Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!».  Anche i sommi sacerdoti con gli scribi e gli anziani lo schernivano: «Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso. Sono i mercenari quelli che, quando vedono venire il lupo, abbandonano le pecore e fuggono lasciando che il lupo le rapisca e le disperda.  Queste parole non sono presuntuose perché ci parlano di una promessa mantenuta. 
Quel “Io sono”, ripetuto due volte, non è una semplice presentazione di sé, ma è soprattutto una promessa e un impegno; Gesù è pastore perché desidera esserlo; sa cosa significhi e cosa comporti, sa quale sia l’impegno e la responsabilità; sa quali siano i rischi e le possibili conseguenze. 
Io sono il buon pastore: non un mercenario assunto per badare a delle pecore di cui non conosce nulla; non semplicemente il padrone delle pecore che assume mercenari per delegare la cura; non un imprenditore che dal gregge deve ricavare un guadagno e che per questo si preoccupa di difenderle. Le parole di Gesù “Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore”, non sono presuntuose perché anticipano la sua passione, morte e resurrezione e ripropongono alla nostra attenzione il mistero della Pasqua. La morte di Gesù è un dono di amore fatto perché gli uomini abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza.  L’amore del buon pastore per le sue pecore arriva fino alla fine, fino al dono della propria vita. Non solo egli spende la vita stando in mezzo alle pecore, guidando il gregge, conducendolo in pascoli dove gli sia possibile sfamarsi; ma può anche accadere che la minaccia per la vita del gregge diventi minaccia per la vita stessa del pastore. È questo il momento in cui il pastore si rivela buono. È questo il momento in cui viene confermato che le pecore sono sue, ma che egli si considera delle pecore. Le pecore sono sue e lui è delle pecore. Al mercenario “non importa delle pecore” perché egli non è il loro pastore e le pecore non sono sue. Egli stabilisce e mantiene una distanza. Il pastore è “buono” esattamente per la sua relazione con le pecore, una relazione a cui lui rimane fedele, una relazione di vicinanza e di appartenenza reciproca. Egli non è buono per il modo con cui svolge un ruolo, assolve ad un compito, presiede ad una funzione. Niente di funzionale. Egli è buono per il modo con cui si mette in relazione con le pecore e permette alle pecore di avere una relazione con lui: conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me.Lo permette a quelle pecore che intendono avere una relazione, che ascoltano una voce, si fidano e non si limitano ad imitare quello che fanno le altre pecore, senza capire, senza decidere, senza scegliere. Tutto si gioca sul piano della relazione, non del ruolo, non della funzione; secondo la logica dell’amore, non secondo la logica del dovere: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici.
Nel nostro parlare comune essere una pecora significa non avere carattere, essere paurosi, senza coraggio, piegati e nascosti dietro alla volontà o alla prepotenza altrui, senza ascoltare nessuno, semplicemente imitatori di altri.
Diversamente, nel Vangelo, l’essere pecora assume il significato positivo di chi sa ascoltare, di chi sa bene di chi fidarsi, di chi sa distinguere il pastore dal mercenario, di chi non si perde dietro voci che ingannano e imbrogliano.  Essere pecora del buon pastore permette di imparare da lui e di non adeguarsi alla mentalità da mercenari con cui a volte noi stessi viviamo; capaci di sottrarci alle nostre responsabilità, di non mantenere fede alle nostre parole e alle nostre promesse, di scantonare quando i conti non tornano, quando dobbiamo metterci del nostro, quando dobbiamo prenderci cura degli altri e non solo di noi stessi. Così fan molti. Così non fa il buon Pastore.
Così non fanno coloro che si sentono pecore del Buon Pastore, coloro che desiderano essere discepoli di Gesù.

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