
Il grande inganno nella vita è credere che basti imitare gli altri per avere la vita degli altri; credere che basti seguire la moda per essere alla moda. Una volta era il poster del proprio idolo appesa in camera, calciatore o attore, cantante o modella e cominciavi a sognare di poter diventare come lui: bravo come lui, famoso come lui, ricco, riconosciuto, affermato, contento. Non mi pare si usino ancora i poster; ora ci sono i profili instagram e social: foto ammiccanti, aggiornate, racconti di luoghi, di esperienze, di sorrisi, di gioia.
Da ammirare, da imitare, forse anche invidiare nella speranza di farle nostre.
Tommaso ci dice oggi però che ascoltare e ammirare la gioia degli altri non sempre può bastare. Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Occorre qualche volte il coraggio di metterla in discussione e soprattutto occorre la pazienza di percorrere la propria strada alla ricerca di quella gioia.
Il grande inganno della vita è credere che la gioia sia solo nella bella vita che su quei profili ci è fatta conoscere e ammirare. Il Signore Gesù, il Risorto, ci dice e ci insegna soprattutto, grazie anche alla richiesta di Tommaso, che la gioia vera non sta nel traguardo raggiunto, nella perfezione di una vita senza intoppi, senza sacrifici, senza impegno.
Nella maggior parte di quei profili social che molti ammirano, invidiano e seguono non vi è traccia alcuna delle ferite del mondo. Non vi è neppure traccia di tristezza, non vi è traccia di stanchezza. Il mondo sembra essere perfetto.
Voglio per questo ringraziare Tommaso che mi ricorda che il risorto lo voglio vedere anche io e non semplicemente accontentarmi di sentir raccontare dagli altri la loro gioia. Voglio ringraziare Tommaso che mi insegna a chiedere al Signore di farsi vedere anche da me. Voglio ringraziare Tommaso che mi ricorda che non sono tanto i miracoli che mi possono sostenere nella fede, ma sono soprattutto le ferite del risorto. Mi aiuta a comprendere che se i miracoli di Gesù mi parlano del suo potere, le ferite di Gesù mi parlano di amore e che di quello la mia fede ha bisogno e che per quello sono il segno di riconoscimento più efficace che giustamente Gesù mostra apparendo la prima volta e poi di nuovo a Tommaso; sono il più efficace lasciapassare per entrare nel cuore dei discepoli. Parlano un linguaggio che chiunque può capire.
La gioia vera che viene dall’incontro con il Risorto nasce proprio dal constatare che le ferite della vita non bastano a distruggerla, che le tragedie della storia non sono l’ultima parola. Ha ragione Tommaso a voler vedere le piaghe, altrimenti non può davvero godere della gioia. Gesù comprende e acconsente. Chi si sta domandando dove incontrare il Signore risorto, oggi trova una risposta che forse non sempre abbiamo il coraggio e la fede di mettere nel conto. Lo incontriamo nelle nostre ferite, nelle nostre fragilità, nei nostri dolori, nelle nostre sofferenze. Nelle nostre passioni e nei nostri smarrimenti. Passioni e ferite che assomigliano alle sue. Che assomigliano alle ferite di quei chiodi, di quel fianco.Chi sta ancora pensando di poter vivere la vita con una certa intensità, chi cerca non la bella vita, ma la vita bella, non può illudersi di poter stare al mondo senza essersi mai graffiato, senza aver addosso i segni di una qualche cicatrice. Chi si avvicina a Dio per chiedergli semplicemente di risparmiargli ogni dolore, non si aspetti di essere granchè esaudito: non sa proprio quel che chiede.
Tommaso giustamente reclama con i suoi amici: mi dite che avete visto il Risorto, ma mi tacete delle ferite? Perché non mi avete detto che vi ha mostrato le mani e il fianco? Non ci si può illudere di godere della vita senza mettere nel conto la passione. Non ci si può aspettare una resurrezione senza aver preso la croce. Quello che è fondamentale chiedere a Dio, proprio per non agire semplicemente da imprudenti e da spavaldi, è di restare profondamenti umani nonostante le ferite, di restare profondamenti umani anche sotto il peso della vita. Le ferite di Gesù non sono ferite da spavaldo o da supereroe. Gli eroi del cinema mostrano le ferite e le cicatrici per far vedere la loro mancanza di paura, Gesù mostra le sue per far vedere il suo grande amore. Il coraggio da solo non basta. Oggi Gesù, con Tommaso, ci ricorda che serve anche la fede.



