9 domenica dopo Pentecoste

Ti ho fatto conoscere il mio peccato,
non ho coperto la mia colpa.

Che cosa è più facile: dire al paralitico “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire “Àlzati, prendi la tua barella e cammina”? Non so cosa sia più facile. Il Vangelo racconta che Gesù è comunque in grado di fare entrambe le cose: di restituire al paralitico la libertà delle gambe e del movimento e insieme restituire a quell’uomo la libertà dell’anima compromessa dal peccato. Più facile da diagnosticare e riconoscere la prima paralisi, quella del corpo: più facile da notare negli altri e anche in noi stessi. È il corpo stesso a dare segnali attraverso il dolore, attraverso le ferite, attraverso l’impossibilità degli arti o degli organi di svolgere correttamente le proprie funzioni.
Quasi ogni malattia ha così il suo specialista, ha le sue cure, le sue terapie.
Non altrettanto evidenti invece sono le ferite dell’animo, le sofferenze interiori che cercano guarigione, che cercano pace, che cercano sollievo. A volte non sono percepibili: i segnali che danno non sempre sono chiari ed evidenti: si possono non notare e a volte non si vogliono notare.
Li scambiamo per stanchezza, per tristezza. Ci diciamo: passerà; è solo un momento; son un po’ giù. Finiamo per trascurarli e finiamo per abituarci e rassegnarci. Ci sono ferite che l’animo si trascina causate da scelta sbagliate, da errori che abbiamo fatto e a cui non possiamo rimediare e sembrano imprigionare il presente e compromettere il futuro. Altre ferite che non guariscono perché ci siamo come abituati a certe scelte, a certi sbagli su cui ricadiamo, abbiamo cominciato a pensare che facciano parte di noi, del nostro carattere, della nostra persona. Scelte che ripetiamo perché non osiamo nulla di più impegnativo e forse risolutivo, ripetiamo perché cambiare costa fatica e chiede umiltà!
Ognuno di noi ha fatto sbagli che non sono rimediabili, errori che hanno causato rotture che non si possono più aggiustare, provocato ferite che non si sono ancora rimarginate. Ognuno di noi ha piccoli difetti contro cui lotta inutilmente da anni. Quando li vediamo ci vergogniamo anche; quando ce li fanno notare, permalosi, ci arrabbiamo.
Altre volte invece, siamo stati vittime delle scelte degli altri, dei loro errori, abbiano subito ferite che non guariscono.
La malattia a volte diventa cronica. Si può solo controllare. 
Il peccato diventa ripetitivo: “sono sempre gli stessi” diciamo.
Se anche quegli sbagli hanno lasciato il nostro corpo integro, non è detto che integro sia il nostro animo. Abbiamo anche noi bisogno di qualcuno che arrivi e ci dica: “Àlzati, prendi la tua barella e cammina”. Quella barella è il nostro passato su cui giacciamo immobili, da cui non sappiamo come rialzarci. Che cosa è più facile dire: Che cosa è più facile: dire al paralitico “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire “Àlzati, prendi la tua barella e cammina”? 
Quello si alzò e subito presa la sua barella, sotto gli occhi di tutti se ne andò.
Ora è in grado di portare quelle cose che prima erano il simbolo della sua stessa malattia.
Quella barella, fino a poco prima, segno della sua impotenza e prigionia, quasi della sua ingiustizia condanna inflitta dalla vita, è ora il simbolo della libertà che ha ricevuto.
Si alza, non più portato su una barella, ma liberato e capace di portare la barella come segno della sua guarigione. Si alza perdonato, meglio dire riconciliato. Torna a casa, va incontro ai suoi giorni con un animo diverso.
La paralisi del corpo, come il peccato, non è una malattia mortale come lo possono essere altre.  Per fortuna o purtroppo ci si abitua a tutto, ci si accontenta di barelle, ma la Parola di oggi ci dice che si può anche guarire; si può anche tornare a camminare, a sperare, a vivere. Abbiamo certo bisogno di qualcuno che ci aiuti e ci accompagni fino alla guarigione. Qualcuno che si faccia medico e ancora prima qualcuno che si faccia anche solo vicino. Qualcuno che poi abbia la premura di sorreggerci, di sollevare la nostra barella quando noi siamo ancora stesi li sopra, senza forse neppure immaginare che ci sia una possibilità, o se c’è, senza intuire quale, senza saper immaginare una vita diversa. Qualcuno che ci faccia notare con discrezione e amore il nostro sbaglio, come Natan con Davide. Davide dopo aver combinato un gran pasticcio, tenta di nascondere l’accaduto e ne combina uno ancora più grande. Accade così solitamente, quando invece di ammettere l’errore lo si vuole nascondere alla propria coscienza e agli occhi altrui. Natan, attraverso la parabola la prende larga, aiuta Davide a comprendere il proprio errore e a pentirsi.  Non punta il dito, non condanna, ma con franchezza e insieme delicatezza risveglia la coscienza di Davide e lo accompagna a fare verità sulla propria condotta sbagliata. La debolezza o la stanchezza fisica e spirituale, i nostri limiti, nemmeno i nostri errori e i nostri peccati, non devono diventare motivo e luogo di isolamento e solitudine, ma di comunione, di comprensione, di amore. 
Dice la lettera agli Ebrei: esortatevi piuttosto a vicenda ogni giorno, finché dura questo oggi, perché nessuno di voi si ostini, sedotto dal peccato.  Non smettiamo di confidare e cercare il perdono di Dio.

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