Dedicazione del Duomo di Milano

ho deciso di pregare per la Chiesa

Un tempo avevo sogni sulla Chiesa. Una Chiesa che procede per la sua strada in povertà e umiltà, una Chiesa che non dipende dai poteri di questo mondo…. Una Chiesa che dà spazio alle persone capaci di pensare in modo più aperto. Una Chiesa che infonde coraggio, soprattutto a coloro che si sentono piccoli o peccatori. Sognavo una Chiesa giovane. Oggi non ho più di questi sogni.  Queste, sono parole del cardinal Martini, contenute nel libro “Conversazioni notturne a Gerusalemme”.
Qualcosa di simile forse deve aver provato Gesù entrando quel giorno di cui ci parla oggi il vangelo nel tempio di Gerusalemme e vedendo quel grand via vai di uomini e donne, venditori e compratori, pellegrini e curiosi. Quello che trova e vede gli fa esclamare: «Sta scritto: “La mia casa sarà chiamata casa di preghiera”. Voi invece ne fate un covo di ladri».
Qualcosa di simile forse pensiamo anche noi della Chiesa di oggi. Magari della nostra Parrocchia, magari del suo parroco, della nostra comunità; della Chiesa italiana; del Vaticano. Lo pensiamo ogni volta che vediamo la Chiesa guadagnarsi le prime pagine dei giornali per gli scandali sessuali, economici, morali o per vicende che hanno a che fare più con il potere che con il Vangelo delle Beatitudini.
Si abbandonano i sogni, sempre che ce ne fossero; la fede si spegne; si accende al suo posto la rabbia. La delusione è enorme. Le ferite di chi crede si fanno profonde; qualcuno abbandona;  qualcuno contesta e si ribella e, come Gesù quel giorno, vorrebbe ribaltare tutto e scacciare chi è causa di questa situazione. Qualcuno prega.
Quel paragrafo che vi ho letto non si conclude con le parole: oggi non ho più di questi sogni.Continua così: Dopo i settantacinque anni ho deciso di pregare per la Chiesa.
La risposta alla delusione è quella di pregare. Di abbandonare con dolore il proprio sogno per chiedere a Dio di farci sognare come lui il volto della nuova Chiesa. Nemmeno Gesù si ferma alla rabbia e si limita a scacciare tutti quelli che nel tempio vendevano e compravano o a rovesciare i tavoli dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombe.
La rabbia può essere utile come prima reazione al dolore, svolge la sua funzione quasi naturale di proteggerci da una sofferenza troppo grande, ma non è mai molto affidabile quando devi lucidamente proporre un’alternativa o trovare una soluzione.
La rassegnazione e l’abbandono non hanno mai creato nulla di nuovo e di migliore.
Gli si avvicinarono nel tempio ciechi e storpi, ed egli li guarì: ecco la risposta di Gesù. 
Ho deciso di pregare per la Chiesa: ecco la risposta di Martini.
Dietro queste risposte, certo, c’è molto amore per la Chiesa, popolo di Dio, e ancora prima per Dio.
«Dalla crisi odierna emergerà una Chiesa che avrà perso molto. Diverrà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi… Con il diminuire dei suoi fedeli, perderà anche gran parte dei privilegi sociali. Sarà una Chiesa più spirituale, che non si arrogherà un mandato politico, filando ora con la sinistra e ora con la destra. Sarà povera e diventerà la Chiesa degli indigenti. Sarà un processo lungo, ma quando tutto il travaglio sarà passato, emergerà un grande potere da una Chiesa più spirituale e semplificata. A quel punto gli uomini scopriranno di abitare un mondo di indescrivibile solitudine, e avendo perso di vista Dio, avvertiranno l’orrore della loro povertà. Allora, e solo allora, vedranno quel piccolo gregge di credenti come qualcosa di totalmente nuovo: lo scopriranno come una speranza per se stessi, la risposta che avevano sempre cercato in segreto». Forse vi stupirà sapere che sono parole dette nel 1969 dall’allora professore di teologia Joseph Ratzinger.
Per tornare al vangelo, quel giorno Gesù scaccia coloro che vendevano e coloro che compravano. I venditori ci sono perché ci sono i compratori. L’invadenza dei social o dei telefonini nelle mani dei bambini, dei giovani e di noi adulti, così facile da condannare, esiste perché pochissimi di noi si sono veramente ribellati. Chi di noi è pronto a tornare ad usare il Nokia con i tasti e senza fotocamera? La disonestà e la corruzione trovano terreno fertile nella nostra disponibilità a chiudere un occhio quando tocca a noi essere onesti.
Quando ci troveremo a lamentarci della Chiesa e ne avremo anche buone ragioni, domandiamoci cosa possiamo fare per custodire innanzitutto in noi la fede nel Vangelo ed essere pietra viva di quella chiesa che sogna e non vede.
Per citare parole più vicine ad oggi, Papa Francesco così si è rivolto ai nuovi cardinali nel 2022: “a volte, come Chiesa, siamo sopraffatti dalla pigrizia e preferiamo restare seduti a contemplare le poche cose sicure che possediamo, invece di alzarci per gettare lo sguardo verso orizzonti nuovi, verso il mare aperto. Siamo spesso incatenati nella prigione dell’abitudine, spaventati dai cambiamenti e legati alla catena delle nostre consuetudini. Cosa possiamo fare insieme, come Chiesa, per rendere il mondo in cui viviamo più umano, più giusto, più solidale, più aperto a Dio e alla fraternità tra gli uomini?  Aiutiamoci ad essere lievito nella pasta del mondo. Insieme possiamo e dobbiamo porre gesti di cura per la vita umana, per la tutela del creato, per la dignità del lavoro, per i problemi delle famiglie, per la condizione degli anziani e di quanti sono abbandonati, rifiutati e disprezzati. Insomma, essere una Chiesa che promuove la cultura della cura, della carezza, la compassione verso i deboli e la lotta contro ogni forma di degrado, anche quello delle nostre città e dei luoghi che frequentiamo, perché risplenda nella vita di ciascuno la gioia del Vangelo: questa è la nostra “battaglia”, questa è la sfida.”
È bello per noi raccoglierla nel giorno in cui ricordiamo il nostro Duomo, non per onorare pietre, ma per essere pietre.

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Lectio divina 2023 2024

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VI Domenica dopo il martirio di san Giovanni il Precursore

abbiamo fatto quanto dovevamo fare

Che senso ha la vita? È domanda impegnativa e leggendo oggi le letture è difficile immaginare una risposta diversa da questa: nessuno. Non ha nessun senso.  Uno cerca di essere onesto, di darsi da fare, di lavorare. Mette su famiglia, costruisce la sua casa, comincia a mettere da parte qualche risparmio per garantirsi un futuro sereno e poi, all’improvviso, tutto può crollare.
Leggete anche solo i primi versetti proposti dalla prima lettura e mettetevi davanti alla storia di Giobbe, uomo integro e retto, temeva Dio ed era alieno dal male.  Gli erano nati sette figli e tre figlie;  possedeva settemila pecore e tremila cammelli, cinquecento paia di buoi e cinquecento asine, e molto numerosa era la sua servitù. Quest’uomo era il più grande fra tutti i figli d’oriente.Improvvisamente la sorte sembra cambiare o, come lui stesso sembra pensare e poi gli faranno intendere gli amici che andranno a trovarlo, Dio gli volta le spalle. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto. I Sabei gli portano via tutto il bestiame e ammazzano i guardiani.
Un fuoco divino cade dal cielo e incenerisce pecore e pastori.
I Caldei rubano i cammelli dopo aver ammazzato tutti guardiani. Come se non bastasse, i suoi figli e le sue figlie muoiono nel crollo della casa dove si erano riuniti.
Vieni al mondo senza nulla e senza nulla te ne dovrai andare. Quella benedizione che Giobbe stesso innalza al Signore sembra più una pacca sulle spalle e una magra consolazione che una vera preghiera.
La storia di Giobbe conferma quello che a volte anche noi pensiamo o sperimentiamo: non sempre ottieni quello che ti meriti. A volte viene dato a chi non merita e viene negato a chi pensava di aver guadagnato qualcosa con una condotta giusta e onesta e di essersi meritato, se non un riconoscimento, almeno un grazie.
Il vangelo sembra non solo confermare, ma sostenere che Dio è d’accordo con questa logica. Chi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, strìngiti le vesti ai fianchi e sèrvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? 
Nessun ringraziamento, nessun premio, nessun trattamento di favore; piuttosto, la richiesta di una resa al proprio dovere e alla propria condizione, alla volontà di un padrone che nessuna gratitudine deve al suo servo.
Tutto questo agli occhi di molti sembra certamente ingiusto e perfino crudele. Giustifica perfino la mancanza di fede verso un Dio che sembra chiedere molto e a volte troppo e dare poco.
Ho provato a fare ad un motore di ricerca la domanda su quale è il senso della vita. La prima risposta che mi è uscita è: il senso della vita è sentirsi importanti. Forse nessuno di noi la prenderebbe per buona, ma siamo palesemente portati nella direzione opposta a quella indicata nel Vangelo. In questa risposta troviamo riassunta ed espressa la mentalità del mondo che cerca il senso della vita nella realizzazione di se stessi e nell’esibizione del proprio valore; nella messa a frutto semplicemente dei propri talenti, nel superamento dei propri limiti; nel raggiungimento della piena efficienza e totale libertà; nell’affermazione dei propri diritti e nella cancellazione dei propri doveri. Riconosciamo in quella risposta il pensiero e lo sguardo sulla vita di chi guarda alla vita come ad una carriera.
Oggi il vangelo con semplicità e franchezza ci ricorda: Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”. Prima di buttar via questo invito come umiliante, proviamo però a pensare al fatto che la condizione di servo è quella assunta da Gesù, il Figlio di Dio, per stare nel mondo. La sua, nella logica del mondo, è stata una presenza inutile, visto che non ha fatto sparire la povertà, non ha cancellato la malattia e la morte, non ha eliminato il male e la violenza, non ha vinto i nemici nelle cui mani si è invece consegnato.
Se nella lingua italiana “inutile” definisce qualcosa o qualcuno che non serve a niente o incapace, il vangelo dona a questa parola un significato nuovo: inutile è il servo che non si aspetta un utile, che non ricerca un vantaggio; non avanza pretese, né rivendicazioni, né secondi fini; non cerca la realizzazione di se stesso, ma desidera eseguire gli ordine ricevuti e cioè la volontà del Padre; agisce spinto dall’amore, non dalla ricerca dell’applauso o del posto a tavola.
Il senso della vita per questi servi è l’amore, non il sentirsi importanti. Persone così le riconosci da una parola che sta davanti ad ogni cosa che fanno: volentieri. Servi inutili, ma non inutilizzati, perché sono pronti. Quando la vita chiama, loro rispondono.
Pronti come uomini e donne che non sciupano occasioni e non si fanno pregare.
Non cercano i primi posti, ma non si nascondono in fondo.
A chi cerca il senso della vita forse sant’Agostino direbbe di nuovo così: “ama e fa’ ciò che vuoi; se taci, taci per amore; se parli, parla per amore; se correggi, correggi per amore; se perdoni, perdona per amore; sia in te la radice dell’amore, poiché da questa radice non può procedere se non il bene.”
E se qualche volta ti sembrerà inutile o esagerato amare, tu ama lo stesso. Volentieri e senza cercare il tuo utile. Non avrai modo, come un lavoratore che non deve vergognarsi, di rimproverarti o farti rimproverare di non aver fatto quello che dovevi.

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Ricomincia il cammino di catechesi

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V Domenica dopo il martirio di san Giovanni il Precursore

Con te mi getterò nella mischia

Il vangelo oggi ci racconta di un dottore della Legge che, in combutta con i suoi amici farisei, decide di tentare a mettere in difficoltà Gesù, interrogandolo con il solo intento di metterlo alla prova.  Non erano interessati alla risposta, non desideravano veramente dialogare e confrontarsi. Volevano solo metterlo in difficoltà perché proprio non riusciva loro di provare simpatia verso Gesù.  «Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?».
La risposta di Gesù arriva chiara e completa. Non solo cita il primo e il più grande, ma ci aggiunge il secondo, simile al primo. Entrambi fanno riferimento ad un verbo solo: Amerai. Il Signore Dio tuo, amerai il tuo prossimo senza dimenticarti di amare anche te stesso.
Amare. Amore. Un verbo e un sostantivo meravigliosi. Ha ragione Gesù a dire che da questo dipende tutta la legge e i profeti. Io credo che si possa arrivare a dire che tutto quello che facciamo, lo facciamo per amore. Lo facciamo per amare e per essere amati. Amare ed essere amati sono come il respiro. Si inspira e si espira. Si ama e ci si lascia amare. Non può esistere l’uno senza l’altro. Non puoi esistere. Senza non c’è vita. La realizzazione e la felicità della vita di ciascuno di noi sono intimamente legate alla presenza e alla qualità dell’amore.
A volta siamo così bisognosi di amore che arriviamo a fare stupidaggini: cediamo alla tentazione di rubarlo, di comprarlo, di barattarlo; di accontentarci di qualcosa che gli assomigli.
Cediamo alla tentazione di non essere sinceri per la paura di non essere meritevoli di amore, ci mostriamo per quello che non siamo, ci nascondiamo.
A volte nel cercare di essere amati ci affanniamo in vari modi per attirare l’amore di qualcuno.
Per soddisfare il desiderio di essere amati, cominciamo ad amare la ricchezza, il potere, il successo; curiamo il nostro aspetto esteriore per essere il più attraenti possibile; cerchiamo di renderci simpatici e interessanti, oppure cerchiamo di renderci utili, nella convinzione che tutto questo ci procurerà amore.
Qualcuno pensa che il problema dell’amore stia tutto nel trovare la persona giusta, convinti che una volta trovata la persona giusta, non avremo più problemi e il percorso della vita sarà tutto in discesa.
Si corre il rischio di rincorrere per tutta la vita l’amore senza mai trovarlo.
E il cuore, simbolo per eccellenza dell’amore, si rattrista, a volte perfino si indurisce, talora si spezza.
Oggi però il vangelo ci dice una cosa molto importante a cui non sempre facciamo caso, così abituati a rappresentare l’amore con il cuore e a pensare che sia il cuore la parte migliore di noi preposta ad amare. Gesù dice infatti che per amare serve tutto il cuore, tutta l’anima e tutta la mente. L’evangelista Luca aggiunge alle parole di Gesù anche: con tutta la tua forza.
Il cuore non basta. Se vai solo dove ti porta il tuo cuore, qualche volta rischi di assecondare solo te stesso. Nel nostro cuore abitano anche le paure, le nostre preoccupazioni, sentimenti meno nobili come il risentimento, l’invidia, la gelosia.
Nonostante la poesia che costruiamo attorno al cuore, anche il cuore conosce la stanchezza, la delusione, l’infedeltà, l’incostanza. Prima di poterci fidare del nostro cuore, abbiamo bisogno di far spazio a Dio, alla sua Parola, al suo esempio. Prima di fidarci del nostro cuore, occorre che abbia imparato le leggi dell’amore.
Mosè prima di dire al proprio popolo “amerai”, dice “ascolta”! Il nostro cuore da solo a volte diventa irragionevole e inaffidabile, ma quando è abitato da Dio diventa la nostra forza; quando non ascolta solo sé stesso, ma ascolta Dio, diventa capace di tutto. Diventa forza che “move il sole e l’altre stelle”. Da lì ci arriva l’energia che ci spinge e permette di compiere l’impossibile.
Come ci ha fatto pregare il salmo: Signore, tu dai luce alla mia lampada; il mio Dio rischiara le mie tenebre. Con te mi getterò nella mischia, con il mio Dio scavalcherò le mura. 
Amerai: non solamente con il tuo cuore, ma tutto il tuo cuore abitato da Dio!
Perché questo diventi possibile, ascolta! I suoi precetti e insegnamenti, i suoi comandi e i consigli ti stiano fissi nel cuore. Li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando ti troverai in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte.

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FESTA DEGLI ORATORIO 2023

Per tutti quelli che sono cresciuti in Oratorio, per chi ci crede e per chi ci spera ancora, per i nostri ragazzi e i loro genitori… questa festa è per voi!

Hamburger e non solo. Qui trovi il menù completo del sabato sera

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4° domenica dopo il martirio del precursore

Se tu squarciassi i cieli e scendessi!

Il capitolo del vangelo di Giovanni è composto da 71 versetti. I primi 15 sono dedicati al racconto di quella che conosciamo come “la moltiplicazione dei pani e dei pesci”. Gesù si guardò attorno, e vide tutta la gente che era venuta. Allora disse a Filippo: – Dove potremo comprare il pane necessario per sfamare questa gente? Gesù sapeva benissimo quello che avrebbe fatto, ma diceva così per mettere alla prova Filippo. Filippo rispose: – Duecento monete d’argento non basterebbero neppure per dare un pezzo di pane a tutti. Andrea che era fratello di Simon Pietro, disse: – C’è qui un ragazzo che ha cinque pagnotte d’orzo e due pesci arrostiti. Ma non è nulla, per tanta gente! […] e riempirono dodici cesti con gli avanzi delle cinque pagnotte.
Il resto del capitolo, ovvero la maggior parte del capitolo, è praticamente dedicato alle spiegazioni che Gesù deve dare di quello che aveva fatto. A volte le cose si fa prima a farle che a farle capire. C’è sempre il rischio di essere fraintesi; il rischio di equivoci o di imbarazzi, di gelosie o diffidenze, di nuove ulteriori pretese o di lamentele per attese deluse. Qualcosa di simile era accaduto anche in quell’occasione della moltiplicazione.
Voi avete mangiato e adesso mi cercate perché pensate e sperate che possa sempre andare così.«In verità, in verità io vi dico – parole solenni – voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Ma io non sono venuto semplicemente e solamente per questo. Davvero questo è tutto quello che potete chiedermi? Solo di questo avete bisogno? Senza voler banalizzare, è come se un amico ti invita a cena e l’unica cosa che ti importa sapere è cosa si mangia.
Anche il nostro rapporto con Dio corre sempre il rischio di fraintendimenti e incomprensioni. Lo abbiamo sentito anche nel vangelo di domenica scorsa: alcuni dicono che sei Giovanni il Battista; altri dicono Elia; altri uno degli antichi profeti che è risorto.
Per questo motivo non possiamo mai sederci sulle nostre convinzioni. Abbiamo bisogno continuamente di confrontarci, di ascoltarlo, di parlargli. Senza la paura che le nostre domande possano apparire banali e senza la paura che le sue risposte possano essere troppo esigenti.  «Rabbì, quando sei venuto qua?» anche da una domanda semplice come questa, forse nemmeno la più importante, possono nascere discorsi profondi. 
Quello che emerge nella lettura completa del capitolo 6 di Giovanni è l’infinita pazienza di Gesù di prendersi il tempo per raccontare, ascoltare, rispondere, spiegare. Non sempre ci si intende, neppure quando a parlarti e a spiegarti le cose è Gesù stesso, neppure quando lo vedi compiere miracoli. Il dialogo a volte avvicina, a volte allontana. A volte ci si trova d’accordo, a volte i punti di vista rimangono distanti. Così racconta Giovanni: molti discepoli, sentendo Gesù parlare così, dissero: ‘Adesso esagera! Chi può ascoltare cose simili?’ molti si tirarono indietro e non andavano più con lui. Allora Gesù domandò ai Dodici: Forse volete andarvene anche voi?
La fede è anche e soprattutto questo discutere e domandare, rispondere e ascoltare, avvicinarsi e tirarsi indietro. La fede è movimento perché ha a che fare con la vita.  È certezza e insieme dubbio. È domanda e insieme risposta.  È il nostro modo di poter abitare il mondo e la storia; non è un sapere tutte le risposte, piuttosto è il modo di rimanere davanti alle domande che non hanno ancora risposta e non sentirsi persi. È il modo di tenere insieme ciò che apparentemente non sta insieme. La prima lettura tratta dal profeta Isaia è l’invocazione a Dio di un popolo che sa di essere stato infedele: abbiamo peccato contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli e che, una volta in esilio si è sentito abbandonato da Dio: tu avevi nascosto da noi il tuo volto, ci avevi messo in balìa della nostra iniquità.Ne coglie la severa potenza: tu sei adirato perché abbiamo peccato contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli; insieme ne riconosce la misericordia e la premura: mai si è sentito dire di un Dio che abbia fatto tanto per chi confida in lui. Tu vai incontro a quelli che praticano con gioia la giustizia e si ricordano delle tue vie.  
Ora quel popolo cerca di ricostruire con Lui un rapporto e lo invoca: Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Tu sei nostro Padre!
La storia di Israele è anche la nostra storia, come la storia dei primi discepoli. 
Ricambiamo la pazienza di Dio e ritroviamo il desiderio e il tempo di stare con lui.

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3° Domenica dopo il martirio di san Giovanni il precursore

non cercando di piacere agli uomini, ma a Dio (1Ts 2,4)

Credo sia capitato a tutti almeno una volta di chiedersi: ma gli altri che cosa pensano di me, che idea e opinione? Facilmente la risposta a questa domanda influisce sull’idea che abbiamo di noi stessi. Sentirci stimati e considerati aumenta la nostra autostima, la personale fiducia in noi stessi. Non sentirci compresi, o scoprire che gli altri si sono fatti un’idea di noi che sentiamo non corrispondere, ci fa male, ci fa sentire soli. Nessuno può davvero sentirsi amato se prima non si sente capito e compreso.
Non per nulla la domanda che abbiamo ascoltato oggi nel vangelo ”chi dite che io sia?”, precede l’altra che Gesù farà a Simon Pietro: «Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?» È insomma una domanda delicata e sembra quasi portare alla luce una insicurezza di Gesù.
Questa domanda sembra nascere più dalla debolezza, dalla fragilità, dalla paura che tutti in un modo o in un altro sperimentiamo di essere incompresi e dimenticati e alla fine di non essere amati abbastanza da coloro che amiamo. Sentire che gli altri ci capiscono o anche semplicemente capiscono quello che diciamo, facciamo e proviamo è essenziale per far nostro un minimo senso di sicurezza e benessere di cui abbiamo necessità in ogni stagione della nostra vita per diverse ragioni.
Sentirci capiti ci fa sentire preziosi, rompe quella solitudine che non abitiamo certo volentieri e soprattutto quando ci sentiamo compresi, ci è più facile capire meglio noi stessi, perché abbiamo l’aiuto degli altri. Anche Gesù, pare di poter pensare, ha avuto bisogno di conferme che sembrano però non arrivare. La risposta dei discepoli alla prima domanda «Le folle, chi dicono che io sia?» sembra confermare la confusione che circondava Gesù e che nello stesso tempo lo isolava: Essi risposero: «Giovanni il Battista; altri dicono Elia; altri uno degli antichi profeti che è risorto».  A quel punto sembra voler cercare conforto e certezza dai suoi stessi discepoli. «Ma voi, chi dite che io sia?».  Ditemi allora almeno voi se avete capito chi sono.  
La risposta di Pietro è perfetta, da primo della classe: tu sei il Cristo. Giusta, ma fredda che non reggerà la prova della vita; la sera del processo a Gesù, proprio Pietro dirà: non conosco quell’uomo. Soprattutto dobbiamo anche considerare che più che cercare certezze, Gesù volesse offrire qualche certezza ai suoi discepoli: «Il Figlio dell’uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno». Soprattutto possiamo fermarci non tanto nel considerare l’umano bisogno di comprensione, ma la straordinaria capacità di non comprare o guadagnare quella comprensione correndo dietro alle attese degli altri, ai loro bisogni e men che meno al successo, alla popolarità o alla fama. Non sarebbe stato neppure tanto difficile: parlare sapeva parlare, i miracoli li sapeva fare. Qualche giorno prima di porre questa domanda, Luca stesso ci racconta nei versetti precedenti, che aveva sfamato la folla moltiplicando cinque pani e due pesci. Dai racconti evangelici, pare di poter dire che aveva il suo fascino tanto che un giorno una donna in mezzo alla folla gridò: Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato! 
Gesù non ha mai approfittato di tutto questo; non ha mai usato a proprio vantaggio di quel potere e del suo essere Dio per sottomettere qualcuno, neppure quando sotto la croce lo sfidano:  «Tu che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso; se sei il Figlio di Dio, scendi giù dalla croce!».
Gesù sa rimanere fermo in un desiderio di amare più grande di quello di essere amato, nel desiderio di salvare e non di salvarsi, nel desiderio di obbedire alla volontà del Padre.
Non ci ha comprato, ci ha amato. Non ci ha usato, ci ha servito.
Quando ci mettiamo davanti alla domanda: “chi è Gesù per me?”, non possiamo cercare la risposta pensando a quello che abbiamo bisogno da lui, a quello che possiamo chiedergli, a quello che ci possiamo aspettare a nostro vantaggio. Ha saputo anche deludere le attese della gente e anche dei suoi discepoli al punto tale che uno di loro lo ha tradito. Ma così facendo, Gesù non ha tradito noi e ci ha amato fino al dono della vita. Ricordo che il cardinal Martini, ormai anziano, disse in un’intervista: «Ho sempre pregato e prego perché sia un po’ diminuita la mia ignoranza di Dio, dato che sento il pudore di chiedere che sia accresciuta la mia conoscenza di Lui».
Chiediamo anche noi la stessa grazia di poter conoscere il nostro Dio e di poter conoscere meglio anche noi. È quello che è stato concesso anche a Paolo: “se prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento… ora grazie a quel Dio che mi ha giudicato degno di fiducia, mettendomi al suo servizio, sono diventato un altro”. Il Signore non si stanchi di essere nostro maestro e ci aiuti a non stancarci di essere suoi discepoli.

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ANNIVERSARI MATRIMONIO

FESTA DEGLI ANNIVERSARI DI MATRIMONIO 2023

Festeggiamo le coppie che ricordano il loro anniversario di matrimonio
(1 anno, 5 anni e tutti i multipli di 5)
e ringraziamo il Signore con loro nella celebrazione dell’Eucarestia

Domenica 8 OTTOBRE santa Messa alle ore 11.00
Nella Chiesa di Monticello Brianza

Domenica 29 OTTOBRE santa Messa alle ore 9.30
Nella Chiesa di Torrevilla

Chiediamo gentilmente di voler segnalare la vostra adesione
compilando e consegnando il modulo che trovate in chiesa
per Monticello entro e non oltre mercoledì 4 ottobre ad Agnese Spreafico (348 6979807) 
per Torrevilla entro e non oltre mercoledì 25 ottobre a Sala Pinuccia (334 8381521)

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II Domenica dopo il martirio di san Giovanni il precursore

Ecco, com’è bello e com’è dolce
che i fratelli vivano insieme! 

Il Figlio da se stesso non può fare nulla, se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa allo stesso modo. Se questi versetti presi dal capitolo 5 del vangelo di Giovanni possono sembrare alquanto misteriosi nel suo complesso, queste parole credo possano risultare abbastanza comprensibili a ciascuno di noi.
Ogni figlio impara, o dovrebbe imparare il mestiere di vivere dal padre e dalla madre. Da loro impara la vita. Da loro ne assorbe insegnamenti, raccomandazioni, abitudini. A volte perfino modi di fare e di dire. Impara la libertà: che significa l’arte di fare della propria vita qualcosa di bello, non seguendo quel principio infantile del “faccio quello che voglio”, ma seguendo quel principio maturo e adulto del “faccio quello che vale, quello che è bene e che è bene non solo per me, ma, a volte ancora prima, per le persone che amo”.
Gesù ricorda oggi a noi che un figlio ha nel Padre l’unico maestro da cui imparare: il Figlio da se stesso non può fare nulla, se non ciò che vede fare dal Padre. Addirittura viene aggiunto: che quello che ha imparato a fare, lo fa nello stesso modo del Padre. Gesù arriverà addirittura a dire a Filippo che gli chiederà di poter vedere il Padre: “chi ha visto me ha visto il Padre”.
Non so se definire Gesù come uno specchio che riflette il volto del Padre o se definirlo come un vetro così cristallino e pulito attraverso cui vedere il volto del Padre. Per lui sembra valere pienamente quel detto: tale padre, tale figlio. 
Ecco perché il nostro punto di riferimento è Gesù! Chi ha conosciuto Gesù ha conosciuto il Padre. Conosce così la sua bontà. Conosce la sua capacità creativa, conosce la sua carità, la sua premura per gli ultimi, i sofferenti, i malati. Conosce la sua preferenza e premura per i peccatori. Chi ha conosciuto Gesù, riconosce di essere figlio e a sua volta, come Gesù, impara a vivere come Lui, figlio di un Padre senza il quale può poco o nulla. A questo punto si apre però una domanda: ma quando la gente mi guarda, quando guarda me, cosa vede? A chi mi trova somigliante? Quando ci sente parlare, gli altri possono dire di noi: “si vede che sei cristiano, si vede che credi in quel Dio di Gesù”?
Quando ci vede al lavoro, quando vede il nostro modo di stare in casa con la moglie, con i figli, con i propri genitori… cosa pensa di noi? O meglio, chi gli facciamo venire in mente? Quali somiglianze possono trovare in noi con Dio padre? 
Pensiamo a Pietro nel cortile la sera dell’arresto di Gesù. La donna che lo incontra sembra insistere: ti ho visto, eri con lui. Perfino il tuo modo di parlare ti tradisce. Anche tu devi essere uno di loro… È la grande questione di una testimonianza che noi dobbiamo innanzitutto a noi stessi, di coerenza con quello che crediamo; la necessità che la nostra fede si rifletta nelle nostre azioni, nei nostri pensieri, nei nostri valori, nel nostro parlare.
È necessario essere credenti, ma anche credibili.
Sarebbe triste se il nostro parlare non tradisse il nostro essere figli suoi, figli di Dio. Sarebbe triste e meschino se anche il nostro agire non avesse il sapore dolce della carità. Sarebbe triste se il nostro modo di pregare, di stare dentro la comunità, di prenderci cura dei ragazzi, il nostro fare volontariato non facesse dire a chi ci vede e ascolta: “che bravo cristiano quella persona”. Il nostro modo di amare e di lasciarsi amare. Il modo di sposarsi e di tirar grandi i figli. Il modo di prenderci cura dei nostri genitori. Il nostro modo di stare a scuola o di fare sport. Troppe volte invece il nostro parlare racconta qualcosa di diverso dalla nostra fede.
Signore, oggi ti chiediamo la grazia di poter il più possibile dire anche noi: io non posso far nulla da me stesso e quello che faccio, poco o tanto che sia, l’ho imparato dal Padre che ho nei cieli e cerco di farlo come lo farebbe Gesù. Sarebbe il più bel complimento sentirsi dire da chi guarda: si vede che è cristiano!
Il cristiano ha nel Padre un maestro. L’unico buon maestro. Il cristiano è un discepolo, uno che impara, uno che sta dietro al maestro non perché inferiore, ma perché solo da quella posizione si riesce ad imparare; a mettere i piedi dove li ha messi chi sta davanti a guidare il cammino. Una volta, ma spero anche adesso, si diceva uno che ruba il mestiere: guarda, ascolta, impara, a volte anche senza fare domande, ma osservando umilmente quello che fa il suo maestro. Gesù ruba il mestiere di vivere al Padre e noi dovremmo fare altrettanto con lui.

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