Trasfigurazione

finché non spunti il giorno e non sorga nei vostri cuori la stella del mattino

Sei giorni dopo. Il capitolo 17 del vangelo di Matteo comincia con queste parole. La liturgia le ha tagliate per sostituire quella precisa indicazione con l’espressione: in quel tempo. Andiamo allora a scoprire cosa era successo, sei giorni prima.  Da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno.  Ma Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: «Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai». Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: «Lungi da me, satana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!». È l’annuncio di Gesù fatto ai suoi discepoli della sua passione.
Pochi versetti prima di quelli che abbiamo appena ascoltato, ovvero poco prima di salire sul monte con i suoi discepoli, Gesù aveva raccontato loro apertamente a cosa stavano andando incontro. Un momento difficile del cammino di Gesù con i suoi discepoli, che sentono nascere nel cuore domande sempre più gravose e impegnative. Lo spavento era stato tanto. La reazione si fa ribellione e anche resistenza: Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare dicendo: «Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai». 
Collegando i fatti, possiamo intuire che, sei giorni dopo, quel salire sul monte non deve essere stata semplicemente una passeggiata di svago, non è stata un’escursione casuale. Matteo lo lascia intendere bene: Il Signore Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte.
Li prese. Li condusse. Prende proprio Pietro, il ribelle che non pensa secondo Dio, ma secondo gli uomini. Non è una gita tra amici, è una necessità. Quando l’animo si fa buio, quando il futuro spaventa, quando il dolore ti stringe il cuore, non sempre abbiamo la forza da noi stessi di riportare la luce, di intravedere uno spiraglio, di conquistarci un po’ di consolazione. Come dicevo domenica scorsa, non è abbastanza dire tra sé e sé: passerà; è solo un momento. Poco conta anche che ce lo dicano gli altri. Abbiamo bisogno di qualcosa di più. Abbiamo bisogno dell’aiuto degli altri. Abbiamo bisogno dell’aiuto dall’alto di un Altro. Abbiamo bisogno della sua presenza, abbiamo bisogno della sua voce.
Abbiamo bisogno di una luce nuova su ciò che ci circonda e ci spaventa, ma abbiamo bisogno, ancora di più, di una luce dentro.
Leggendo con attenzione il testo, mi sembra significativa l’espressione che usa Matteo. Gesù fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Fu trasfigurato è verbo in forma passiva. Non è azione che compie Gesù.  Egli non è il supereroe che, arrivato sul monte, si cambia d’abito, indossa il costume sgargiante che gli conferisce i super poteri e con quelli salva il mondo. Egli stesso ha bisogno che qualcuno lo trasfiguri; che non solo gli cambi il volto, non solo gli cambi l’umore, ma lo trasformi da dentro; gli doni quella sicurezza. La trasfigurazione è qualcosa di molto più intenso e profondo del semplice cambiamento di aspetto. È uno sguardo nuovo su di sé e sulla realtà. È la percezione che la realtà non fa così spavento, che la vita sa regalare anche bellezza, che ciò che pareva ingiusto ha un senso. La trasfigurazione soprattutto non è una fuga dalla realtà, ma è uno sguardo nuovo sulla realtà che rende nuovo anche te. Ti rende più luminoso, più radioso, più sorridente. 
È darsi tempo per guardare. È darsi tempo per ascoltare. Darsi spazio per prendere distanze da ciò che ci affatica e magari ci schiaccia. È dare tempo e spazio a Dio. È dare a lui fiducia che non ci abbandonerà alle nostre croci. Non è fuga dalla realtà, dalle difficoltà, da ciò che ci disturba o non sappiamo affrontare. I discepoli ci provano e propongono: restiamo qui, facciamo noi tre tende, ma restiamo qui. È bello, qui. Quell’esperienza li stava rassicurando e rincuorando dopo la brutta notizia dell’imminente cattura e morte di Gesù. Quel bagno di luce certo ci voleva, ma non era il luogo in cui fermarsi. Non è possibile. I momenti di grazia, come quelli di felicità, non si possono trattenere, non si possono far durare per sempre; servono a sostenere nei momenti bui e a ridare slancio al cammino, come scrive Pietro stesso nella sua seconda lettera: finché non spunti il giorno e non sorga nei vostri cuori la stella del mattino.
Rievocando le parole della lettera pastorale “Quale bellezza salverà il mondo?” del 1999/2000 del cardinal Martini, possiamo sentire che siamo anche noi quei discepoli che salgono al monte, portando nel loro cuore tutte le inquietudini e le pesantezze che agitano la loro storia personale. Possiamo noi quindi essere anche i discepoli che vivono sul monte l’esperienza bella e luminosa della rivelazione del Padre e del Figlio amato, ritrovando slancio al proprio cammino.
Siamo infine ancora noi quei discepoli che scendono dal monte, essi stessi trasfigurati nel cuore, per vivere la vita con fede  e con uno slancio di carità, rassicurati dalle parole di Gesù: «Alzatevi e non temete».
Ascoltiamolo. Lasciamoci anche noi guidare dalla sua Parola finché non spunti il giorno e non sorga nei nostri cuori la stella del mattino

Questa voce è stata pubblicata in Riflessioni, Vangelo della domenica. Contrassegna il permalink.