12 dopo Pentecoste

Per comprendere una risposta, occorre aver chiara la domanda.
Oggi la domanda è questa: A chi posso paragonare questa generazione?
Queste poche parole ci chiamano in causa e ci invitano a fare buon uso di questo vangelo, non per giudicare gli altri, ma per esaminare noi stessi. È la generazione del tempo presente che viene messa in discussione, non quella del passato, non quella futura. Non sentiamoci nei panni di chi suona e invita senza successo a ballare o di chi piange e in cambio ottiene indifferenza. Esaminiamo piuttosto noi stessi e valutiamo quante occasioni abbiamo perso semplicemente perché siamo stati fuori tempo.
Quante volte ci siamo trovati ad occuparci di noi stessi, quando davanti avevamo qualcuno che ci chiedeva una mano. Quante volte abbiamo trascurato noi stessi, troppo impegnati a salvare gli altri. Quante volte abbiamo usato parole, là dove il silenzio era la miglior risposta. Quante volte abbiamo taciuto quando occorreva prendere posizione. Sono tante le volte in cui siamo stati fuori tempo e ci siamo mossi senza grazia dentro il ballo della vita. Madeleine Delbrel, proprio a partire dai versetti del vangelo che abbiamo ascoltato, scrive il 14 luglio del 1949, a poca distanza dalla fine della seconda guerra mondiale, una pagina intitolata il Ballo dell’obbedienza.
Se noi fossimo contenti di te, Signore, non potremmo resistere a questo bisogno di danzare che irrompe nel mondo, e indovineremmo facilmente quale danza ti piace farci danzare facendo i passi che la tua Provvidenza ha segnato. Perché io penso che tu forse ne abbia abbastanza della gente che, sempre, parla di servirti col piglio da condottiero, di conoscerti con aria da professore, di raggiungerti con regole sportive, di amarti come si ama in un matrimonio invecchiato. Per essere un buon danzatore, con te come con tutti, non occorre sapere dove la danza conduce. Basta seguire, essere gioioso, essere leggero, e soprattutto non essere rigido. Non occorre chiederti spiegazioni sui passi che ti piace disegnare. Bisogna essere come un prolungamento, vivo ed agile, di te. E ricevere da te la trasmissione del ritmo che l’orchestra scandisce. Non bisogna volere avanzare a tutti i costi, ma accettare di tornare indietro, di andare di fianco. Bisogna saper fermarsi e saper scivolare invece di camminare. Ma non sarebbero che passi da stupidi se la musica non ne facesse un’armonia. Ma noi dimentichiamo la musica del tuo Spirito, e facciamo della nostra vita un esercizio di ginnastica: dimentichiamo che fra le tue braccia la vita è danza, che la tua Santa Volontà è di una inconcepibile fantasia, e che non c’è monotonia e noia se non per le anime vecchie, tappezzeria nel ballo di gioia che è il tuo amore. Signore, vieni ad invitarci. Siamo pronti a danzarti questa corsa che dobbiamo fare, questi conti, il pranzo da preparare, questa veglia in cui avremo sonno. Siamo pronti a danzarti la danza del lavoro, quella del caldo, e quella del freddo, più tardi. Se certe melodie sono spesso in minore, non ti diremo che sono tristi; se altre ci fanno un poco ansimare, non ti diremo che sono logoranti. E se qualcuno per strada ci urta, gli sorrideremo: anche questo è danza. Signore, insegnaci il posto che tiene, nel romanzo eterno avviato fra te e noi, il ballo della nostra obbedienza.
Mi pare quasi inutile che io aggiunga altre parole.
Richiamo solo un istante la prima lettura. Il secondo libro delle Cronache rievoca l’esperienza terribile dell’esilio a Babilonia del popolo di Israele, raccontato non semplicemente come effetto della sconfitta subita per opera dei popoli nemici, ma come tragica conseguenza della propria infedeltà nei confronti del Signore. L’esperienza dell’Esilio per il popolo di Israele diventa occasione non di lamentela nei confronti del Signore, da cui inizialmente si sente tradito e abbandonato, non di risentimento nei confronti dei nemici che si sono rivelati più forti e spietati; quel tempo diventa dolorosa occasione per un’assunzione di responsabilità nei confronti del proprio destino. Diventa occasione per un ritorno a Dio che rimane fedele ed è in grado di far ripartire la storia anche dopo essere stato tradito dall’uomo. Mi pare che l’invito che possiamo oggi raccogliere dalla Parola è a deporre gli spartiti del lamento, a cessare la ricerca perenne di un colpevole per ogni cosa che non va secondo i nostri desideri. Lasciamolo fare ai bambini. Il Signore ci chiede fiducia, ci chiede obbedienza e, per quanto questa parola non ci piaccia, a volte è la parola che rende più leggera e libera la nostra vita.

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