Verso la fase 2 e la ripresa di Messe e funerali

messaParrocchia sant’Agata di Monticello Brianza 
Parrocchia santa Maria della Purificazione di Torrevilla

Dal 4 maggio sarà possibile ritornare a celebrare l’eucarestia nel giorno del funerale.
Innanzitutto, mi sento di dire che non abbiamo mai smesso di celebrare i funerali.
Abbiamo dovuto rinunciare a celebrare l’Eucarestia, ma non di celebrare le esequie.
Nessuno dei nostri cari che ci ha lasciato è rimasto senza una preghiera e una benedizione.
Siamo soliti chiamarlo funerale; siamo soliti pensare che consista nella messa.
Il rito delle Esequie è molto di più di questo.
Nell’elenco delle sette opera di misericordia è compreso il “seppellire i morti”.
È qualcosa che comincia molto prima della messa e si conclude molto dopo.
In questo tempo siamo stati privati molto di più che della messa del funerale.
A chi è stato colpito dal coronavirus è stata tolta la possibilità di avere accanto i propri cari.
Siamo stati privati della possibilità di essere accanto a chi ci stava lasciando: di un’ultima parola, di una carezza, di un silenzio, di uno sguardo, di un saluto.
Siamo stati privati della possibilità di un abbraccio, di un racconto.
Siamo stati privati spesso della possibilità di scegliere come vestire il nostro caro, di un ultimo sguardo, di un rosario.
Non ci è stato possibile ascoltare e raccogliere dalle persone che solitamente si fanno accanto nel momento delle esequie i ricordi degli altri: quelli inediti, quelli conosciuti, quelli inattesi e che ci facevano scoprire aspetti nascosti dei nostri cari; tratti e particolari ignorati, che ci aiutavano a dare forma alla memoria di chi non sarebbe stato più con noi e a cui dovevamo preparare un posto nel cuore e a raccogliere, come eredità preziosa, il messaggio che ha scritto con la sua vita e con la sua morte e rispondere a questo messaggio con la nostra vita; perché nei funerali scorre davanti la vita intera, tanto che come dice qualcuno: peccato non esserci al nostro.
Non ci è stato possibile tornare al cimitero il giorno dopo, portare dei fiori.
La messa nel giorno delle esequie è certamente un momento prezioso e unico, ma siamo stati privati molto di più che della messa. Ci è mancato il tempo di cui ogni lutto ha bisogno. Ora possiamo tornare a celebrare la messa, ma dobbiamo essere consapevoli che lo potremo fare solo con alcune avvertenze, precauzioni e restrizioni.
Le norme del Ministero e quelle applicative della Diocesi dicono che dal 4 maggio è possibile celebrare le esequie con o senza messa a secondo dell’opportunità; possibilmente in luoghi aperti come il Cimitero o se in Chiesa, previa sanificazione; senza corteo o assembramenti; non più di 15 persone, ciascuno con la mascherina, con la dovuta distanza, con la raccomandazione di non partecipare in caso di temperatura superiore ai 37° o in presenza di sintomi di influenza.
Mi piacerebbe poter concordare con i famigliari non solo i tempi, ma anche la modalità di celebrare le esequie. Nessuno ci impedisce di celebrare messa, nessuno ci impone di farlo.
Scegliamo insieme quale è il modo e quale luogo è il più adatto per l’ultimo saluto.
Scegliere e scegliere bene è molto più difficile che fare come si è sempre fatto, ma le cose, liberate dal peso del “si è sempre fatto così” a volte si possono fare anche meglio di come siamo abituati.
Per quanto riguarda la ripresa della celebrazione dell’Eucarestia feriale e festiva, al momento ci sono due certezze:
desideriamo tornare presto a celebrarle non ci è ancora possibile celebrarle.
In mezzo ci sta la realtà. Abbiamo apprezzato, fino a due mesi fa, il principio che papa Francesco enunciava nell’Evangelii Gaudium: La realtà è superiore all’idea. Questo criterio è legato all’incarnazione della Parola e alla sua messa in pratica: «In questo potete riconoscere lo Spirito di Dio: ogni spirito che riconosce Gesù Cristo venuto nella carne, è da Dio» (1 Gv 4,2). Il criterio di realtà, di una Parola già incarnata e che sempre cerca di incarnarsi, è essenziale all’evangelizzazione. 233
Non possiamo ora, per il solo fatto che la realtà non ci piace e ci è ostile, dimenticare questo criterio.
E ancora prima, nel Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, pubblicato durante il pontificato di Giovanni Paolo II, si afferma:
«Le autorità chiamate a prendere decisioni per fronteggiare rischi sanitari ed ambientali talvolta si trovano di fronte a situazioni nelle quali i dati scientifici disponibili sono contraddittori oppure quantitativamente scarsi: può essere opportuna allora una valutazione ispirata dal “principio di precauzione”, che non comporta una regola da applicare, bensì un orientamento volto a gestire situazioni di incertezza. Esso manifesta l’esigenza di una decisione provvisoria e modificabile in base a nuove conoscenze che vengano eventualmente raggiunte. (n. 469).
Non possiamo ora, per il solo fatto che l’impazienza è più grande della prudenza, dimenticare questo principio. Il criterio di realtà e il principio di precauzione suggeriscono di rinunciare a scelte affrettate.
Nessuno sta compromettendo la libertà di culto o di preghiera che anzi, forse mai come in questi tempi, stiamo vivendo nelle nostre case.
Dio non ci è stato tolto e non si rende presente solo nei sacramenti, senza con questo sminuire la loro importanza.
Non ci è stata tolta la possibilità di vivere la carità che nasce dall’Eucarestia.
Non siamo sicuri che ci farà star meglio il poter partecipare alla messa con l’obbligo della
mascherina, del distanziamento, della sanificazione della chiesa e di altre necessarie precauzioni e avvertenze. Quello che il vicario generale della nostra Diocesi raccomanda a proposito delle celebrazioni delle esequie mi pare valga anche più in generale per il ritorno alla celebrazione dell’Eucarestia: non dobbiamo alimentare in noi l’ansia e tanto meno evitare i passi graduali. Ogni Parrocchia e ogni Parroco si sentano incoraggiati e sostenuti a procedere con le possibilità che hanno, e se qualche disposizione non può essere ancora adempiuta per mancanza di personale o di strumenti, sospendano e rinviino le celebrazioni quando sarà possibile.
Rimaniamo fiduciosi e pazienti in attesa di nuove indicazioni, saldi nella fede, gioiosi nella
speranza, operosi nella carità.                                      (don Marco con il Consiglio pastorale)

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Memoria di san Giuseppe e Festa dei lavoratori

Monticello Brianza, 1 maggio 2020,

In questa giornata del 1 maggio celebriamo la figura di san Giuseppe lavoratore e a lui affidiamo tutti i lavoratori e il mondo del lavoro.
Affidiamo tutti quei medici, infermieri, personale della sanità che in questi mesi di emergenza si sono spesi in maniera straordinaria, come sempre hanno fatto senza che a volte ce ne accorgessimo, per la difesa della vita di tutti.
Affidiamo tutti quei lavoratori che con il loro impegno hanno continuato a garantire ogni giorno al nostro Paese tutti quei servizi indispensabili al buon vivere personale e al buon vivere comune.
Affidiamo tutti quei lavoratori che sono stati costretti a fermarsi: dipendenti, artigiani, liberi professionisti, piccoli e grandi imprenditori che ora vedono minacciato il presente e cominciano a temere per il loro futuro e quello delle loro famiglie.
Affidiamo tutti quei lavoratori che non avevano un lavoro e ora, ancora più spaventati, disperano di trovarne.
Affidiamo tutti coloro che con il loro lavoro, la loro intelligenza e onestà hanno creato lavoro per gli altri, perché non venga vanificato quanto hanno costruito e possano riprendere la loro opera.
Affidiamo tutti quei lavoratori nascosti, stranieri, immigrati, che abbiamo spesso pensato venissero a cercare la pacchia, ma che sono finiti nelle mani di sfruttatori e hanno costruito la pacchia di uomini senza scrupoli.
Affidiamo tutti coloro che tra poco torneranno al lavoro e vivono con preoccupazione l’affidamento e la custodia dei figli e affidiamo tutti quegli insegnanti, professori, educatori che insieme al personale della scuola si prendono cura della loro educazione e della loro crescita.
Affidiamo tutti coloro che sul lavoro hanno perso la vita e preghiamo perché nessuno mai sia posto davanti alla drammatica scelta tra il lavoro e la salute.
Affidiamo al Signore tutti loro e affidiamo noi stessi perché ci aiuti a sognare e a costruire un mondo più giusto dove il lavoro abbia il giusto riconoscimento e a non dimenticare che il lavoro è il vero punto di difesa, di resistenza, di contrasto al male.
“Se possiamo stare a casa, con le porte chiuse, aspettando che la minaccia si riduca è perché qualche milione di persone esce di casa ogni mattina e prende il suo posto davanti alla cassa di un supermercato, in fabbrica, nel camion che trasporta le merci, nei magazzini delle farmacie. Qualcuno anche oggi prepara il pane per noi, per tutti, ha già raccolto la frutta, imbottigliato l’acqua, tagliato la carne, rifornito le pompe di benzina, e adesso parliamo piano, perché sta facendo in Rete scuola ai nostri figli. Qualcun altro stanotte ha pensato alla manutenzione delle autostrade su cui viaggia l’energia, così come Internet e il telefono. Altri ancora nei giornali, nelle radio e in televisione vanno sui luoghi del contagio, raccolgono le notizie e le distribuiscono, in modo che possiamo  essere informati trovando fatti, dati, giudizi, opinioni e risposte alle nostre domande, uscendo dal buio. È il lavoro degli altri.” (Ezio Mauro in Repubblica del 23 marzo 2020)
Per tutti i lavoratori, per il nostro lavoro e per quello degli altri: preghiamo.
Maria, a cui è tradizionalmente dedicato il mese di maggio, ci aiuti a rimanere perseveranti nella preghiera.
Vorrei raccomandare soprattutto in questo mese la preghiera del rosario come modo non solo di tenere salda la relazione con il Signore, ma anche tra di noi.
Non ci è dato prevedere quando e come torneremo a celebrare insieme la messa o a ritrovarci liberamente per pregare, ma in questo mese di maggio possiamo sentirci uniti nella preghiera a Maria perché ci aiuti a non perdere la calma, la tenerezza, la fiducia, la speranza e la carità.
Vorrei suggerire di invitare a pregare anche solo una decina, ciascuno da casa sua e sempre con le dovute distanze e precauzioni, il nostro vicino di balcone, la signora che abita sul nostro pianerottolo, la famiglia che sta oltre la siepe del nostro giardino, l’amica che abita da sola a cui posso telefonare, un mio famigliare che non vedo da settimane e che posso videochiamare.
Forse ognuno di loro sta solo aspettando qualcuno che glielo chieda: ti va di pregare con me?      (Don Marco)

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Terza domenica dopo Pasqua – 26 aprile 2020

Parrocchia S. Agata – Monticello Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla

domenica26042020Come terreni sassosi
Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui.
Provo un pizzico di invidia nei confronti di Gesù su cui, Giovanni Battista dice: lo Spirito scende… e rimane.
Un pizzico di sana invidia per questo rimanere, per questa capacità di lasciarsi abitare dallo Spirito e perciò di rimanere saldo in ogni circostanza.
Se facciamo scorrere le pagine dei vangeli, uno degli aggettivi che possiamo utilizzare per dire chi è Gesù credo sia proprio questo: saldo.
Credo fortemente che questo suo essere saldo trovi la sua spiegazione proprio in questo rimanere dello spirito in lui o se preferite in quel farlo rimanere, perché ad essere onesti, non ritengo che si possa dire che è lo Spirito ad andare e venire, o a giocare a nascondino con noi.
Il Gesù dei vangeli è un uomo saldo, un uomo che in ogni circostanza della vita è padrone della situazione: sa cosa dire e cosa tacere, sa cosa fare e cosa non fare, dove essere e dove non farsi trovare.
Gesù è un uomo che anche in una barca in mezzo ad una tempesta, mentre tutti gridano dalla paura, continua a dormire finché i discepoli non lo svegliano e che dopo essere stato svegliato, ha la prontezza di trovare le parole giuste non solo per fermare la tempesta che violenta il mare, ma per fermare la paura che paralizza il cuore. Come non ricordare ancora una volta le parole con cui Gesù chiude il discorso della montagna: Cadde
la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia.
Ho visto lo Spirito rimanere su di lui ci testimonia Giovanni e la vita di Gesù conferma quel rimanere.
Niente lo aveva scacciato dall’intimo di Gesù: non l’incomprensione, non il tradimento, non la passione, non il sentirsi abbandonato, neppure la crocifissione, neppure la morte. Niente e nessuno.
Come non invidiare e desiderare una tale solidità soprattutto ora in cui percepiamo ogni cosa come troppo fragile e sospesa?
Troppo ballerina la nostra vita. Troppo instabile il nostro animo. Troppo influenzabile il nostro spirito.
Troppo altalenante il nostro umore. Troppo incerta la nostra fede.
Traballa a volte anche quando la vita scorre facile e felice; quando ci pare di toccare il cielo con un dito e di sentirci così in cielo da non aver bisogno di un Dio, figuriamoci quando la vita si fa dura e ci piega sotto il peso di carichi che ci pare impossibile portare: ci ritroviamo in un attimo a dubitare di Dio, del suo amore, della sua presenza.
Assomigliamo così tanto a quel terreno sassoso su cui comunque il seminatore getta il seme; assomigliamo così tanto a colui che ascolta la Parola e l’accoglie subito con gioia, ma non ha in sé radici ed è incostante, sicché, appena giunge una tribolazione o una persecuzione a causa della Parola, egli subito viene meno.
Ed è così che la nostra casa vien su spesso non fondata sulla roccia ma sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde…
Ora è facile dire che è colpa di un virus, ma è onesto dire che anche in tempi migliori basta a volte un nulla: una parola mal detta, un’attesa delusa, un ritardo, un’incomprensione… e ci rattristiamo, ci innervosiamo, ci amareggiamo, ci scoraggiamo.
Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui
Signore, non sei certo tu quello che si risparmia nel dono di quel tuo Spirito che ha reso forte Gesù, lo ha reso capace di affrontare quella missione che gli avevi affidato di saper testimoniare il tuo amore fino alla fine, che lo ha reso capace di vivere tutto quello che diceva in una unità di parola e di azione davvero invidiabile.
Siamo noi che ci stanchiamo troppo facilmente e che siamo incostanti. Siamo deboli d’animo e incapaci di credere a quello Spirito che abita in noi e che agisce nella misura in cui noi confidiamo e ci affidiamo a Lui.
La nostra vita sembra sempre interrotta e ora lo è più che mai. A volte ci sembra di dover sempre ricominciare da capo. Scriveva Seneca a Lucilio: “La vita è tanto breve, e noi la rendiamo ancora più breve con la nostra incostanza, ricominciandola di continuo ora in un modo, ora in un altro: la riduciamo in pezzi e la laceriamo.”
Abbiamo vissuto ieri la giornata della liberazione, ma siamo dentro quel tempo intermedio in cui è chiesto di resistere senza sapere fino a quando. Occorre prendere sul serio anche questo tempo senza cedere alla nostalgia di un passato glorioso e senza voler anticipare incautamente il futuro. Questo tempo intermedio ha una sua densità, un suo significato e valore e chiede di viverne le sfide e orientarne i progetti.
Determinante è il riuscire a trattenere, a far rimanere quello stesso Spirito che scende su Gesù e che rimane.
“Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito… ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».
Signore ti vogliamo pregare perché si possa dire anche di noi.

dopo vangelo 26042020

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Nona domenica senza Eucarestia

Siamo ormai arrivati alla nona domenica senza la possibilità di celebrare l’Eucarestia.
Chissà se questo digiuno prolungato ci sta facendo scoprire una fame nuova e più vera del Corpo di Cristo; chissà se questo digiuno ci aiuterà a liberarci dall’idea che “andare a messa” è poco più di una “buona bitudine facoltativa” in concorrenza con altre abitudini domenicali; chissà se quando torneremo a poter celebrare insieme, lo faremo con una consapevolezza nuova.
Non posso che augurarmi che il frutto di questo digiuno, seppur imposto, sia tutto questo.

Nel tempo pasquale le celebrazioni domenicali alle 11, presiedute dai Vicari episcopali, su Chiesa Tv, Radio Marconi, Radio Mater e www.chiesadimilano.it e canale YouTube chiesadimilano
Anche nelle domeniche del Tempo di Pasqua nel Duomo di Milano saranno celebrate Messe alle 11, trasmesse in diretta tv, radio e web.
Ogni domenica le celebrazioni saranno presiedute da un Vicario episcopale della Diocesi.
Si potrà seguirle su Chiesa Tv (canale 195 del digitale terrestre), Radio Marconi, Radio Mater, www.chiesadimilano.it e canale YouTube chiesadimilano

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Il Cestino della solidarietà

Oggi  vorrei attirare la vostra attenzione su questo cestino

Cestino 2020È il cestino che solitamente passa subito dopo lo scambio della pace per raccogliere le offerte. È inutilizzato e perciò vuoto da nove domeniche.
Non intendo lamentarmi delle mancate entrate, ma piuttosto fare una semplice considerazione.
Statisticamente, nel cestino la maggior parte delle persone getta una moneta da un euro. Alcuni anche da due. Qualcuno getta banconote, ma vi si trovano anche monete degli altri tagli, centesimi compresi.
È l’abitudine di molti che si è interrotta in queste domeniche; mi fa sempre tenerezza veder passare la monetina dalla mano del genitore a quella del bambino perché impari a gettarla nel cestino. Siamo diventati grandi in questo modo e anche così abbiamo imparato la generosità e a non essere egoisti.
Non è mia intenzione lamentarmi o preoccuparmi delle mancate entrate, perché penso che abbiano motivi ben più grandi di preoccupazione molte famiglie che non hanno visto arrivare lo stipendio in queste stesse nove settimane, o l’hanno visto arrivare in percentuale minore se hanno potuto usufruire della cassa integrazione; penso a chi ha dovuto chiudere la propria attività in attesa della riapertura che non si sa quando e come avverrà. Nel frattempo non è certo venuta meno la necessità di fare la spesa, di pagare rate di mutui e bollette, tasse, assicurazioni…
Penso molto a queste preoccupazioni e mi domando cosa posso fare.
Da solo, certamente poco, ma insieme…
In questa situazione di emergenza, abbiamo allora bisogno davvero ora più che mai di vivere il vangelo per davvero.
Così troviamo scritto nel libro degli Atti degli Apostoli (4,32-35): “La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune. Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore. Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno.”
La fede si nutre dei sacramenti, e possiamo certo soffrire della mancanza di questi doni di Grazia, ma il cristiano vive anche di carità: quella che può fare e quella che riceve.
Allora molto semplicemente mi domando:
e se ciascuno di coloro che era abituato a mettere la moneta del valore di un euro, in queste nove domeniche avesse messo da parte la sua moneta per poterla mettere a disposizione della provvidenza e poter così distribuire poi quanto raccolto tra coloro che ne hanno bisogno?
Chi metteva la banconota, deciderà personalmente se può continuare a metterla o se ora serve più a lui. Chi metteva le monetine di rame dei centesimi si farà la stessa domanda.

Di certo messo tutto insieme sono sicuro che potrebbe diventare una apprezzabile somma; senza fare a gara a chi mette di più, senza sentirsi inutile se mette di meno; senza fare nulla di più di quello che abbiamo imparato e siamo abituati a fare.
Credo che questo sia il modo migliore per testimoniare che ogni Eucarestia a cui abbiamo partecipato ci ha aiutati a diventare uomini e donne che praticano la carità e credono alla provvidenza di Dio; si fanno pane spezzato per i fratelli perché si sentono nutriti del Pane spezzato che è Gesù.
“Fate questo in memoria di me” non è solo invito a partecipare all’Eucarestia, ma è comando di amarsi gli uni gli altri come lui ci ha amati. “Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri” Gv 15,17
Mentre ci auguriamo che l’emergenza sanitaria abbia presto fine e abbia fine la conta dei morti, non possiamo che immaginare che l’emergenza economica deve per certi versi ancora cominciare a far vedere i suoi effetti.
A nessuno dovrà mancare il necessario, e tutti, secondo le nostre possibilità, possiamo dare una mano.
Non avremo in questo modo tutte le risorse necessarie per risolvere ogni problema, ma possiamo provare a tendere la nostra mano e insieme con l’ente pubblico, aver cura che a nessuno manchi quanto basta per mangiare, per dormire, per curarsi.
Un’ultima parola la spendo per dire questo: mentre invito chi può a tendere la propria mano per offrire il proprio aiuto nella misura che gli è possibile, vorrei incoraggiare anche chi è nel bisogno a tendere la propria mano per ricevere aiuto senza vergogna.
Il dispiacere più grande sarebbe vedere che quanto raccolto non riesce ad arrivare a chi serve ostacolato dalla vergogna di chiedere e dall’imbarazzo di ricevere.
Per chi ha bisogno e si lascia aiutare, sono sicuro arriverà presto il giorno in cui potrà farsi a sua volta segno della provvidenza.cestino 2020A
Appena conclusa questa prima fase di emergenza, daremo indicazioni su quando e come consegnare la propria “moneta”.
Continuerete anche a trovare nelle Chiese la cesta della raccolta degli alimenti perché chi era abituato a sostenere i bisogni altrui in questo modo continui a farlo.
Per chi invece sentisse di poter e voler contribuire in maniera più significativa di una moneta, questo è l’iban della Parrocchia su cui far pervenire il proprio aiuto indicando nella causale: per il  cestino

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Io resto libero

io-resto-libero“io resto libero”, Festa della Liberazione in streaming
Impediti cortei e manifestazione, gli aderenti si incontreranno sulla piazza virtuale costituita dal sito 25aprile2020.it e rilanceranno i messaggi sui propri profili social. Raccolta fondi a favore di Caritas e Croce Rossa
Saranno devoluti alla Caritas e alla Croce Rossa Italiana i fondi raccolti da “io resto libero”, la prima Festa della Liberazione della storia repubblicana che si festeggerà in streaming a causa del Coronavirus. L’iniziativa è stata promossa da un comitato del quale fa parte anche Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, ma ha incontrato subito il favore di oltre 1400 personaggi del mondo della cultura, del cinema, del giornalismo e del terzo settore.

«Quest’anno, nel settantacinquesimo anniversario della Liberazione, abbiamo bisogno più che mai di celebrare la nostra libertà – si legge nell’appello che i promotori hanno firmato -. In un momento in cui siamo costretti all’isolamento per combattere un nemico invisibile, in cui la distanza sociale ci rende un po’ più soli, possiamo e dobbiamo stringerci e sostenerci. Vogliamo riconoscerci gli uni negli altri, tornare a guardare al futuro con speranza e coraggio, e soprattutto ricordarci che una volta passata questa tempesta saremo chiamati a ricostruire un mondo più giusto, più equo, più sostenibile. Mai come in questa occasione ci è chiaro che occorre porre fine a tutte le guerre fratricide per unirci tutti nell’unica lotta contro i tre nemici comuni: il virus, il riscaldamento del pianeta e le disuguaglianze socio-economiche»

Chiesa di Milano

badiera Don Marco

 

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Domenica in albis – II dopo Pasqua – 19 aprile 2020

Parrocchia S. Agata – Monticello Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla

tommasoImpauriti o spavaldi?
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!».
Abbiamo celebrato la Pasqua, ma, fermi sulle persistenti preoccupazioni per la situazione presente, pare così lontana…  Tuttavia la liturgia ci ricorda che sono passati solo otto giorni, non una vita. La situazione che stiamo vivendo del resto sembra aver cambiato anche il senso del tempo: abituati ad andare così di fretta, questo tempo di quarantena cominciato ai primi di marzo sembra una vita…
Abbiamo celebrato la Pasqua e oggi come la sera di quel giorno, il primo della settimana, le porte sono ancora chiuse, ma soprattutto nel cuore nostro e di quei discepoli abita ancora la paura e la preoccupazione. Sono certamente diversi i motivi, ma il risultato è quello: le porte sono chiuse, il cuore impaurito.
La Pasqua sembra non aver sortito ancora il suo effetto sui discepoli, ma il vangelo di oggi ci rassicura: a Gesù non è bastato tornare in vita. Lui non è il sopravvissuto alla croce, è il Risorto, ancora meglio è il Vivente e desidera che siano viventi anche tutti coloro che credono in lui.
Non aveva forse promesso questo a Marta in lacrime per la morte del fratello Lazzaro: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?»
Ancora più rassicurante, soprattutto in questo tempo in cui non ci è possibile riunirci in Chiesa per l’Eucarestia, è questo andare del Risorto di casa in casa, di luogo in luogo, alla ricerca di ciascuno di quei discepoli impauriti e confusi con parole semplici: non temete, pace a voi!
Rassicurante è anche questo suo ritornare per cercare chi non ha ancora trovato forse perché spavaldo aveva lasciato quella casa: Tommaso!
E noi chi sentiamo di essere a otto giorni dalla Pasqua al tempo del Covid?  Siamo quei discepoli che nel cuore hanno certezze impaurite e poco convincenti: abbiamo visto il Signore o siamo come Tommaso, discepolo spavaldo prima ancora che dubbioso che avanza pretese: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo»?.
Mentre cerchiamo la risposta, stiamo intanto certi che il Signore sta inseguendo anche ciascuno di noi e mettiamo anche nel conto che potremmo essere sia “l’uno” che “gli altri”. Stiamo certi che non ci lascerà rifugiare dentro false certezze o vuote formule e neppure dentro inservibili spavalderie!
Quelle ferite mostrate a Tommaso come testimonianza della Pasqua ci provocano, ci interrogano, ci sfidano.
Avevamo in tutti i modi provato ad eliminare dai nostri pensieri e dal nostro agire non solo la morte, ma anche la sofferenza, la debolezza, il dolore, la fragilità e ora il Signore come garanzia della sua resurrezione ci chiede di toccare le sue ferite: «metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!»
L’uomo di fede non è colui che chiede a Dio come prova dell’essere un Dio che merita la nostra fiducia di allontanare la sofferenza e la morte, ma è colui che prega Dio di sostenerlo quando la sofferenza e la morte lo toccano da vicino e di non lasciar vacillare in quelle circostanze la propria fiducia.
L’uomo di fede non è colui che indifferente alla sofferenza e alla morte si accontenta e si rifugia nelle formule di fede: “abbiamo visto il Signore”. Il discepolo del Risorto è colui che si lascia strattonare dalla vita.
Attende la grazia per l’oggi, facendo memoria di quella ricevuta ieri perché la grazia come la manna accade ogni giorno. Spera che ciò che affligge il presente possa essere seme fecondo per la resurrezione di domani: noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. Abbandona la pretesa del controllo e si consegna senza condizioni alla misericordia. Non ha bisogno di vedere Dio, ma preferisce sentirsi guardato e custodito da Dio. Non ha pretese da avanzare, ma preghiere da innalzare. Il discepolo non è l’uomo spavaldo che ritiene di dovere e potersela cavare anche da solo. Umile, il discepolo, si domanda ogni volta se la prova è troppo grande o se piuttosto la prova sta scoprendo la sua debolezza e cerca la presenza del Signore crocefisso e risorto.
Non voglio negare la durezza di questo tempo: il nostro spazio era il mondo, la misura del nostro tempo l’attimo; ora lo spazio si è ristretto, il tempo si è dilatato ed è come se ci avessero tolto la terra da sotto i piedi e rubato il futuro.  Scopriamo di essere fragili. Siamo disorientati, feriti, confusi, pieni di dubbi anche nei confronti del Signore, ma sentiamo di non volere e non poter perdere, come una cosa tra le altre, anche la fede nel Signore. Questo è il tempo in cui anche noi come Tommaso e gli altri discepoli siamo invitati a non essere increduli, ma credenti, perché credendo abbiamo la vita nel suo nome.
La Pasqua non è lontana alle nostre spalle, indifferente alla nostra vita, alle nostre paure o alle nostre spavalderie. Il Signore sta venendo a cercarci e a prenderci per dirci: pace a voi!
Impauriti o spavaldi? Credenti!

domenica1dopo2020

Il volantino per seguire la Santa messa

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gli auguri di Pasqua: il suono delle campanelle

Ecco il video con i nostri auguri di Pasqua come ci ha suggerito Don Marco

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Auguri di Pasqua dal Coro

Un  video realizzato dal coro della Parrocchia di Monticello per fare gli auguri di Pasqua

 

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Facciamoci gli Auguri Buona Pasqua

campanella pasquaSono sicuro che tutti vorremmo fare gli auguri di Buona Pasqua a tutti.
Allora mi permetto di suggerire un modo alternativo.
Alle 12.30, andiamo su un balcone, ad una finestra e suoniamo una campanella, una campana, se non l’abbiamo usiamo una posata su un bicchiere o una bottiglia di vetro: facciamo sentire che è Pasqua ai nostri vicini, ma ancora prima a noi stessi.
Lo sappiamo che non è ancora finita. Speravamo che la Pasqua coincidesse con il lieto fine di questa storia, invece sappiamo che dobbiamo ancora soffrire restrizioni e non solo, rimanere sospesi nell’attesa di tempi miglior e tener duro, ma soprattutto continuare a sperare.
Ci è possibile farlo perché la Pasqua ci dice che il Signore è vivo anche in questo tempo buio e sta dalla nostra parte.

Oggi è una Pasqua che viene nelle nostre case. Celebriamola! Diamole spazio nel cuore e prestiamole la nostra voce e le nostre campane.

Se volete mandare al mio numero di cellulare un piccolo video, proveremo a metterli insieme come ricordo da condividere.

buona Pasqua

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