1 domenica di quaresima

Ritornate a me con tutto il cuore

Ritornate a me con tutto il cuore

È il terzo anno consecutivo che ci ritroviamo di fronte all’inizio di una Quaresima tormentato. Prima da una pandemia che non siamo neppure sicuri sia finita. Una pandemia che, soprattutto nei primi tempi, abbiamo paragonato ad una guerra: gli ospedali erano le trincee, i medici e gli infermieri i soldati in prima linea. Contavamo i morti e i feriti. Si contavano le perdite economiche, i sacrifici. Abbiamo riscoperto il valore dell’unità e della solidarietà, dell’orgoglio e della resistenza e abbiamo combattuto, consapevoli di non potere molto da soli, ma di essere chiamati a dare comunque il nostro contributo. Ora siamo dentro una vera guerra, fatta di sangue e di morti, di missili e carrarmati, di distruzione e devastazione. Anche di questa situazione non riusciamo ad immaginare la fine. La paura che pensavamo di poterci mettere alle spalle è tornata a farsi sentire, lasciandoci di fronte alla medesima impotenza: cosa possiamo fare? Sono cambiati i titoli e le prima pagine dei giornali. Il nemico non è invisibile, vicino e irragionevole come lo era il virus; lo vedi, almeno per ora è più lontano, ti aspetti che ritorni alla ragione, ma il risultato è lo stesso: la morte sembra imperversare, onnipresente e imprevedibile. Imbattibile. Perché cominciare allora una Quaresima? È domanda legittima e doverosa a cui la Parola di Dio oggi tenta di rispondere: è opportuno cominciare una quaresima per accogliere quell’invito del Signore che ci ha consegnato la pagina del libro del profeta Gioele: Ritornate a me con tutto il cuore. La vita del cristiano di fronte ad ogni paura, dentro ogni situazione del resto non dovrebbe che essere questo: ritorniamo al Signore, con tutto il cuore. La prima orazione ci ha fatto chiedere questo al Signore: assisti o Dio di misericordia la tua Chiesa che entra in questo tempo di penitenza con animo docile e pronto. Mi pare una richiesta opportuna e sensata perché non so se il nostro animo è docile e pronto. Il nostro animo più che pronto è provato, più che docile è stanco: perciò o Signore, assisti noi! Non lasciare che si faccia strada in noi la tentazione di pensare che tanto non serve a nulla, che non cambia nulla. Ci siamo già illusi in piena pandemia che saremmo diventati migliori, che ne saremmo usciti per costruire un mondo diverso, più giusto, quasi per ricominciare da capo dopo aver sperimentato la paura della fine. Non è stato così: nemmeno il tempo di uscirne e l’uomo è stato capace di cominciare una guerra che ora minaccia il mondo intero. Cosa occorre perché le cose cambino? A che serve quindi cominciare la Quaresima? Forse per cominciare da se stessi. Abbandonare la pretesa che il mondo diventi migliore, che gli altri diventino migliori e coltivare il sogno di cominciare da me, perché non succeda, come dice san Paolo, che dopo avere predicato agli altri, io stesso venga squalificato; perché non succeda che io pretenda il cambiamento di quello che mi sta intorno per poter tranquillamente rimanere me stesso; perché non succeda che io chieda agli altri di correggersi per evitare e risparmiare a me stesso la fatica di correggermi. Non so bene a chi sia attribuibile questa frase, ma la trovo un buon motivo per cominciare la quaresima: quando ero giovane e intelligente, volevo cambiare il mondo. Oggi sono saggio e voglio cambiare me stesso. Una nuova quaresima è l’occasione favorevole. Nei giorni scorsi Gramellini ha scritto: Ci piace immaginare la vita come un processo che dall’esterno si muove verso l’interno: succede qualcosa fuori di noi e per conseguenza cambierà necessariamente qualcosa anche dentro. Cita poi Tolstoj che scriveva che bisogna sempre diffidare delle rivoluzioni sociali perché sono fatte da «uomini che vogliono cambiare il mondo e mai sé stessi».
 L’altro giorno una signora mi chiedeva perché Dio non guarda giù e non fa qualcosa per questa guerra.  Mi è venuto da rispondere che non è Dio che non guarda giù, ma che siamo noi che non guardiamo più su. Non è lui a dover tornare da noi, siamo noi a dover tornare a lui e a farlo con tutto il cuore. Mi è venuto da pensare che le soluzioni troppo facili, come quelle che il diavolo propone a Gesù nel deserto, non son mai soluzioni, ma son tentazioni. Il racconto evangelico ci inviti a quel lavoro mai finito di mettere ordine alla nostra vita, di dare forma alla nostra libertà, a non cedere alla tentazione della via più comoda o semplicemente più facile e piacevole, per seguire la via più vera che è sempre quella che ci mette nelle condizioni di amare di più. Del resto, quella preghiera – assisti o Dio di misericordia la tua Chiesa che entra in questo tempo di penitenza con animo docile e pronto – è elevata a Dio non perché risolva Lui i guai del mondo, ma perché consenta a ciascuno di noi di giungere in novità di vita alla gioia della Pasqua. Sia questo il nostro desiderio. Sia questa la nostra meta.

Questa voce è stata pubblicata in Senza categoria. Contrassegna il permalink.