Sembrava potessero anche diventare amici. Le premesse erano buone: quei Giudei a cui Gesù si rivolge erano tra coloro che gli avevano creduto. Ma la discussione prende subito una brutta piega. Si sentono offesi dalle prime parole che Gesù pronuncia: Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi. Noi siamo già liberi. Noi conosciamo già la verità. Non è facile avere a che fare con persone che credono di saperla lunga e di saperla tutta; persone che non accettano di buon grado che qualcuno possa fare loro un’osservazione o vedere messe in discussione le loro ragioni. Ma persone così, in fondo, chi più e chi meno, lo siamo un po’ tutti; i Giudei, del resto, potrebbero pensare lo stesso di Gesù. Anche egli appare sicuro delle sue ragioni come anche di se stesso. Quel suo ripetere 3 volte: in verità, in verità… io vi dico… Quel suo insistere nel sostenere di conoscere la verità, non lo rende molto simpatico. Così ad un primo sguardo, ascoltando questo Vangelo, potrebbe non essere facile capire chi abbia ragione e chi abbia torto. Ma si sa… le parole a volte non bastano per capirlo. La verità non basta dirla. Bisogna farla. Lo dice solo Gesù, quando si rivolge così ai Giudei: Se foste figli di Abramo, fareste le opere di Abramo. Lo intuisce ciascuno di noi. Lo intuisce la sapienza popolare che poi lo raccomanda attraverso i modi di dire e i proverbi: tra il dire e il fare sarebbe meglio non ci fosse di mezzo il mare. Non si può predicare bene e razzolare male. Occorre credere in ciò che si dice, ma anche fare ciò in cui si crede. Occorre cioè purificare il nostro parlare da ogni traccia di falsità e bugia, ma con la stessa determinazione e onestà, occorre anche liberare il nostro fare da ogni traccia di inganno e finzione. Come raccomanda san Paolo nella lettera ai Romani: la carità non abbia finzioni. Dire la verità non basta, occorre farla, scoprendo l’unità tra il dire e il fare, tra la parola e l’azione, entrambe chiamate a obbedire al grande comando dell’amore del prossimo. Non ci basta dirci cristiani, come a quei Giudei non poteva bastare dire di essere figli di Abramo. Se lo siamo dobbiamo comportarci di conseguenza. Non basta dire cose vere. Occorre essere veri. Forse la parola più adatta è: verace, che non è aggettivo buono solo per le vongole, ma anche per gli uomini perché dice di una persona che non solo dice il vero, ma è vero. Ha fatto entrare in sé verità e ne è diventato quasi una fonte. Da lui escono non solo parole, ma azioni, gesti, pensieri, atteggiamenti veri. Sono persone che sanno trasformare quella verità che dicono e in cui credono in opere che fanno bene e che li fanno star bene. Il mondo ha sempre avuto bisogno di persone così. Paolo VI avrebbe detto: di persone che sanno essere non solo maestri ma testimoni. Il mondo si regge su persone così. Sta in piedi, sopportando anche le tempeste della storia che si scatenano proprio a causa della falsità e della malvagità che comunque abitano la storia degli uomini. Sanno portare con pazienza anche le contraddizioni e le incoerenze degli altri, senza lasciarsene contagiare. La nostra fede non può essere ridotta solo a una questione di parole. Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi. Rimanere fedeli alla parola significa appunto metterla in pratica. Troppo sicuri di sé e assennati questi Giudei per poter credere. Dovremmo pregare come faceva Madeleine Delbrel
Mandaci, o Dio, dei folli,
quelli che si impegnano a fondo,
che amano sinceramente, non a parole,
e che veramente sanno sacrificarsi sino alla fine.
Abbiamo bisogno di folli che accettino di perdersi per servire Cristo.
Amanti di una vita semplice,
alieni da ogni compromesso,
decisi a non tradire,
pronti a una abnegazione totale,
capaci di accettare qualsiasi compito,
liberi e sottomessi al tempo stesso,
spontanei e tenaci, dolci e forti.




