Penultima dopo l’Epifania. Finora la numerazione delle domeniche ha seguito l’ordine numerico progressivo: quarta, quinta, sesta. Ora sembra partito il conto alla rovescia: penultima, ultima… la quaresima si avvicina. È un segnale importante quello che ci dona la liturgia: prepariamo il cuore. Prepariamoci ad un tempo solitamente noto come di penitenza e conversione, meditando due atteggiamenti del cuore di Dio capaci di sostenere e motivare ogni penitenza e ogni conversione: oggi la divina clemenza, il perdono domenica prossima. Dopo averci meravigliato con i racconti di acqua trasformata in vino, di pane moltiplicato e di guarigioni, oggi è la clemenza di Dio a volerci stupire, una clemenza tanto esagerata che agli occhi di qualcuno pare perfino troppa: vedendolo mangiare con i peccatori e i pubblicani, dicevano ai suoi discepoli: «Perché mangia e beve insieme ai pubblicani e ai peccatori?» Oggi siamo chiamati ad ascoltare il racconto di una confidenza esagerata che Gesù riserva ad un uomo di nome Levi, figlio di Alfeo, di mestiere esattore delle tasse; una confidenza e una famigliarità che dà scandalo, infastidisce. Il vino abbondante è facile accoglierlo, il pane che sazia anche; le guarigioni miracolose ancor di più e fan felici tutti; il perdono che libera no… Dà scandalo. Il buon senso e la ragione si ribellano: dà fastidio, fa nascere avversione. La gente mormora. Anche i discepoli lo fanno. Quel perdono e quella confidenza sono sovversivi rispetto al buon senso, a tutte le leggi e alle regole della giustizia; non sono coerenti con la logica del merito che ci porta a ritenere ragionevoli le proteste del fratello maggiore della parabola che ritiene ingiusta la festa riservata al fratello minore che torna dopo aver perso tutto quello che aveva preteso prima di andarsene. Quel perdono è offensivo: a me non hai concesso neppure un capretto per far festa con i miei amici e per lui ammazzi il vitello grasso, tiri fuori il vestito migliore e gli metti pure l’anello al dito? Non diversamente la maggior parte della gente, costretta a pagare le tasse all’odiato imperatore romano per cui Levi prestava servizio, avrà certo pensato: perché si è invitato a casa a Levi? Cosa è andato a fare? Vuole diventargli amico? Il Vangelo sottolinea spesso il fatto che il perdono di Dio genera scandalo. La spiegazione di Gesù non è facile da comprendere e accettare: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati; io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori». Il Vangelo intero ci suggerisce che il peccato che ci lasciamo perdonare diventa il luogo privilegiato di incontro con Dio. Non il peccato che non vogliamo vedere, non il peccato che non ci lasciamo perdonare, ma il peccato che ci lasciamo perdonare. Non è facile come sembra. Una delle più grandi provocazioni della vita cristiana è ricevere il perdono di Dio. C’è qualcosa in noi che spesso ci tiene tenacemente aggrappati ai nostri peccati e non ci permette di lasciare che Dio cancelli il nostro passato e ci offra un inizio completamente nuovo. Siamo bravissimi a spiegare, dimostrare e convincere noi stessi che non ce la facciamo a cambiare e poi a convincere Dio che con noi non ce la può fare. In quel “seguimi” Levi intuisce la possibilità di vita diversa e nuova, come forse avrà sognato qualche volta senza sapere mai come fare il primo passo. Mi piace pensare che a Levi sia bastata una parola per ritrovarsi e fare i conti innanzitutto con se stesso; con quel pensiero scomodo e fastidioso che a volte nascondiamo di essere diventati quello che non volevamo diventare; con la fatica di riconoscere di aver perso occasioni, di aver sbagliato scelta di fronte a qualche bivio della vita, di aver scritto pagine della nostra storia di cui in fondo ci vergogniamo. Quel “seguimi” di Gesù ha dato motivo a Levi di pensare che non fosse più il tempo di nascondere e nascondersi. Levi intuisce che è arrivato finalmente il tempo e la possibilità di guadagnare di nuovo un minimo di stima in se stessi che a volte ci è possibile recuperare solo quando qualcuno ci guarda con bontà, ci restituisce fiducia anticipandoci una stima che ancora non meritiamo, cura le nostre ferite, fa tacere la nostra vergogna. Quanti passi di liberazione dalle condizioni più buie trovano inizio perché qualcuno ci ha guardati con misericordia – magari mentre ancora la combinavamo grossa, mentre eravamo seduti al nostro banco delle imposte – rendendoci capaci di rialzarci, di rimetterci in cammino per strade diverse. Quel seguimi è il segno di Dio che è arrivato il tempo di un nuovo inizio. È la stessa esperienza che è concessa a san Paolo: “Rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia”. Cominceremo la Quaresima, e credo sia importante ricordare questo Gesù che si siede e mangia con i peccatori; ricordare che non è il loro digiuno e la loro penitenza che salva, ma questa possibilità di sedersi a tavola con Dio.
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