II Domenica dopo il martirio di san Giovanni il precursore

Ecco, com’è bello e com’è dolce
che i fratelli vivano insieme! 

Il Figlio da se stesso non può fare nulla, se non ciò che vede fare dal Padre; quello che egli fa, anche il Figlio lo fa allo stesso modo. Se questi versetti presi dal capitolo 5 del vangelo di Giovanni possono sembrare alquanto misteriosi nel suo complesso, queste parole credo possano risultare abbastanza comprensibili a ciascuno di noi.
Ogni figlio impara, o dovrebbe imparare il mestiere di vivere dal padre e dalla madre. Da loro impara la vita. Da loro ne assorbe insegnamenti, raccomandazioni, abitudini. A volte perfino modi di fare e di dire. Impara la libertà: che significa l’arte di fare della propria vita qualcosa di bello, non seguendo quel principio infantile del “faccio quello che voglio”, ma seguendo quel principio maturo e adulto del “faccio quello che vale, quello che è bene e che è bene non solo per me, ma, a volte ancora prima, per le persone che amo”.
Gesù ricorda oggi a noi che un figlio ha nel Padre l’unico maestro da cui imparare: il Figlio da se stesso non può fare nulla, se non ciò che vede fare dal Padre. Addirittura viene aggiunto: che quello che ha imparato a fare, lo fa nello stesso modo del Padre. Gesù arriverà addirittura a dire a Filippo che gli chiederà di poter vedere il Padre: “chi ha visto me ha visto il Padre”.
Non so se definire Gesù come uno specchio che riflette il volto del Padre o se definirlo come un vetro così cristallino e pulito attraverso cui vedere il volto del Padre. Per lui sembra valere pienamente quel detto: tale padre, tale figlio. 
Ecco perché il nostro punto di riferimento è Gesù! Chi ha conosciuto Gesù ha conosciuto il Padre. Conosce così la sua bontà. Conosce la sua capacità creativa, conosce la sua carità, la sua premura per gli ultimi, i sofferenti, i malati. Conosce la sua preferenza e premura per i peccatori. Chi ha conosciuto Gesù, riconosce di essere figlio e a sua volta, come Gesù, impara a vivere come Lui, figlio di un Padre senza il quale può poco o nulla. A questo punto si apre però una domanda: ma quando la gente mi guarda, quando guarda me, cosa vede? A chi mi trova somigliante? Quando ci sente parlare, gli altri possono dire di noi: “si vede che sei cristiano, si vede che credi in quel Dio di Gesù”?
Quando ci vede al lavoro, quando vede il nostro modo di stare in casa con la moglie, con i figli, con i propri genitori… cosa pensa di noi? O meglio, chi gli facciamo venire in mente? Quali somiglianze possono trovare in noi con Dio padre? 
Pensiamo a Pietro nel cortile la sera dell’arresto di Gesù. La donna che lo incontra sembra insistere: ti ho visto, eri con lui. Perfino il tuo modo di parlare ti tradisce. Anche tu devi essere uno di loro… È la grande questione di una testimonianza che noi dobbiamo innanzitutto a noi stessi, di coerenza con quello che crediamo; la necessità che la nostra fede si rifletta nelle nostre azioni, nei nostri pensieri, nei nostri valori, nel nostro parlare.
È necessario essere credenti, ma anche credibili.
Sarebbe triste se il nostro parlare non tradisse il nostro essere figli suoi, figli di Dio. Sarebbe triste e meschino se anche il nostro agire non avesse il sapore dolce della carità. Sarebbe triste se il nostro modo di pregare, di stare dentro la comunità, di prenderci cura dei ragazzi, il nostro fare volontariato non facesse dire a chi ci vede e ascolta: “che bravo cristiano quella persona”. Il nostro modo di amare e di lasciarsi amare. Il modo di sposarsi e di tirar grandi i figli. Il modo di prenderci cura dei nostri genitori. Il nostro modo di stare a scuola o di fare sport. Troppe volte invece il nostro parlare racconta qualcosa di diverso dalla nostra fede.
Signore, oggi ti chiediamo la grazia di poter il più possibile dire anche noi: io non posso far nulla da me stesso e quello che faccio, poco o tanto che sia, l’ho imparato dal Padre che ho nei cieli e cerco di farlo come lo farebbe Gesù. Sarebbe il più bel complimento sentirsi dire da chi guarda: si vede che è cristiano!
Il cristiano ha nel Padre un maestro. L’unico buon maestro. Il cristiano è un discepolo, uno che impara, uno che sta dietro al maestro non perché inferiore, ma perché solo da quella posizione si riesce ad imparare; a mettere i piedi dove li ha messi chi sta davanti a guidare il cammino. Una volta, ma spero anche adesso, si diceva uno che ruba il mestiere: guarda, ascolta, impara, a volte anche senza fare domande, ma osservando umilmente quello che fa il suo maestro. Gesù ruba il mestiere di vivere al Padre e noi dovremmo fare altrettanto con lui.

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