VI Domenica dopo il martirio di san Giovanni il Precursore

abbiamo fatto quanto dovevamo fare

Che senso ha la vita? È domanda impegnativa e leggendo oggi le letture è difficile immaginare una risposta diversa da questa: nessuno. Non ha nessun senso.  Uno cerca di essere onesto, di darsi da fare, di lavorare. Mette su famiglia, costruisce la sua casa, comincia a mettere da parte qualche risparmio per garantirsi un futuro sereno e poi, all’improvviso, tutto può crollare.
Leggete anche solo i primi versetti proposti dalla prima lettura e mettetevi davanti alla storia di Giobbe, uomo integro e retto, temeva Dio ed era alieno dal male.  Gli erano nati sette figli e tre figlie;  possedeva settemila pecore e tremila cammelli, cinquecento paia di buoi e cinquecento asine, e molto numerosa era la sua servitù. Quest’uomo era il più grande fra tutti i figli d’oriente.Improvvisamente la sorte sembra cambiare o, come lui stesso sembra pensare e poi gli faranno intendere gli amici che andranno a trovarlo, Dio gli volta le spalle. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto. I Sabei gli portano via tutto il bestiame e ammazzano i guardiani.
Un fuoco divino cade dal cielo e incenerisce pecore e pastori.
I Caldei rubano i cammelli dopo aver ammazzato tutti guardiani. Come se non bastasse, i suoi figli e le sue figlie muoiono nel crollo della casa dove si erano riuniti.
Vieni al mondo senza nulla e senza nulla te ne dovrai andare. Quella benedizione che Giobbe stesso innalza al Signore sembra più una pacca sulle spalle e una magra consolazione che una vera preghiera.
La storia di Giobbe conferma quello che a volte anche noi pensiamo o sperimentiamo: non sempre ottieni quello che ti meriti. A volte viene dato a chi non merita e viene negato a chi pensava di aver guadagnato qualcosa con una condotta giusta e onesta e di essersi meritato, se non un riconoscimento, almeno un grazie.
Il vangelo sembra non solo confermare, ma sostenere che Dio è d’accordo con questa logica. Chi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, strìngiti le vesti ai fianchi e sèrvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? 
Nessun ringraziamento, nessun premio, nessun trattamento di favore; piuttosto, la richiesta di una resa al proprio dovere e alla propria condizione, alla volontà di un padrone che nessuna gratitudine deve al suo servo.
Tutto questo agli occhi di molti sembra certamente ingiusto e perfino crudele. Giustifica perfino la mancanza di fede verso un Dio che sembra chiedere molto e a volte troppo e dare poco.
Ho provato a fare ad un motore di ricerca la domanda su quale è il senso della vita. La prima risposta che mi è uscita è: il senso della vita è sentirsi importanti. Forse nessuno di noi la prenderebbe per buona, ma siamo palesemente portati nella direzione opposta a quella indicata nel Vangelo. In questa risposta troviamo riassunta ed espressa la mentalità del mondo che cerca il senso della vita nella realizzazione di se stessi e nell’esibizione del proprio valore; nella messa a frutto semplicemente dei propri talenti, nel superamento dei propri limiti; nel raggiungimento della piena efficienza e totale libertà; nell’affermazione dei propri diritti e nella cancellazione dei propri doveri. Riconosciamo in quella risposta il pensiero e lo sguardo sulla vita di chi guarda alla vita come ad una carriera.
Oggi il vangelo con semplicità e franchezza ci ricorda: Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”. Prima di buttar via questo invito come umiliante, proviamo però a pensare al fatto che la condizione di servo è quella assunta da Gesù, il Figlio di Dio, per stare nel mondo. La sua, nella logica del mondo, è stata una presenza inutile, visto che non ha fatto sparire la povertà, non ha cancellato la malattia e la morte, non ha eliminato il male e la violenza, non ha vinto i nemici nelle cui mani si è invece consegnato.
Se nella lingua italiana “inutile” definisce qualcosa o qualcuno che non serve a niente o incapace, il vangelo dona a questa parola un significato nuovo: inutile è il servo che non si aspetta un utile, che non ricerca un vantaggio; non avanza pretese, né rivendicazioni, né secondi fini; non cerca la realizzazione di se stesso, ma desidera eseguire gli ordine ricevuti e cioè la volontà del Padre; agisce spinto dall’amore, non dalla ricerca dell’applauso o del posto a tavola.
Il senso della vita per questi servi è l’amore, non il sentirsi importanti. Persone così le riconosci da una parola che sta davanti ad ogni cosa che fanno: volentieri. Servi inutili, ma non inutilizzati, perché sono pronti. Quando la vita chiama, loro rispondono.
Pronti come uomini e donne che non sciupano occasioni e non si fanno pregare.
Non cercano i primi posti, ma non si nascondono in fondo.
A chi cerca il senso della vita forse sant’Agostino direbbe di nuovo così: “ama e fa’ ciò che vuoi; se taci, taci per amore; se parli, parla per amore; se correggi, correggi per amore; se perdoni, perdona per amore; sia in te la radice dell’amore, poiché da questa radice non può procedere se non il bene.”
E se qualche volta ti sembrerà inutile o esagerato amare, tu ama lo stesso. Volentieri e senza cercare il tuo utile. Non avrai modo, come un lavoratore che non deve vergognarsi, di rimproverarti o farti rimproverare di non aver fatto quello che dovevi.

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