3 domenica dopo Pentecoste

Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita,
la luna e le stelle che tu hai fissato,
che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi,
il figlio dell’uomo, perché te ne curi?

La folla accorse di nuovo a lui e di nuovo egli insegnava loro, come era solito fare.
Proprio così, insegnava come era solito fare. Voglio pensare che l’evangelista Marco non voglia solo ricordare che era abitudine di Gesù parlare e insegnare alle folle, ma anche sottolineare e ricordare che il suo insegnamento aveva un suo stile ben preciso, dei punti fermi, argomenti chiari e irremovibili. A qualcuno piaceva, ad altri no. Folle intere accorrevano per sentirlo, come abbiamo appena letto, altri lo contrastavano e ordinavano perfino di non avvicinarlo. Come anche oggi capita, alcuni ne rimanevano affascinati, altri se ne tornavano a casa indifferenti.
Tutto si può dire tranne che usasse le parole per manipolare o ingannare, che attirasse con false lusinghe o vuote promesse. La sua parola era ed è esigente, come lui stesso ha raccomandato: Sia invece il vostro parlare: «Sì, sì», «No, no»; il di più viene dal Maligno.
La sua parola impegnava lui stesso prima ancora che gli altri. Le cose che diceva le faceva. Era lui stesso, per primo, obbediente ai comandi che dava.
Così, quando leggiamo che alcuni farisei si avvicinarono per metterlo alla prova, possiamo ben pensare che questi uomini sapessero già cosa avrebbe risposto alla loro domanda e che sapessero bene che la risposta che avrebbero ricevuto non avrebbe incontrato le simpatie di molti.
Il racconto ci lascia intendere che la risposta data anche ai discepoli non deve essere andata tanto a genio, tanto che tornati a casa con Gesù sentono il bisogno di tornare sull’argomento ricevendo da Gesù l’ennesima risposta chiara e non facilmente digeribile: «Chi ripudia la propria moglie e ne sposa un’altra, commette adulterio verso di lei; e se lei, ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio».
Insegnava loro, come era solito fare!
Non possiamo pretendere di far dire a Gesù quello che ci è comodo o di adattare e aggiustare le sue parole a nostro piacere.
Il vangelo, oggi come allora, ci ricorda che niente senza impegno ha vita lunga.
Certo questo insegnamento non riscuote grande successo e popolarità, non risveglia molto consenso e simpatia perché chiede evidentemente un impegno per essere ascoltato e applicato che non ha a che vedere con l’improvvisazione con cui a volte affrontiamo la vita, le relazioni, con cui viviamo l’amore, la fedeltà, il perdono.
Si avverte il bisogno di stabilire dei confini a difesa della libertà personale nell’illusione di poterla difendere come illimitata, una libertà che sembra poter essere tale solo se non comporta alcun tipo di vincolo. Ogni legame sembra essere visto come una trappola, perché ci fa perdere il completo controllo di noi stessi. 
Accade così che l’amore sembra poter fare a meno del matrimonio, il matrimonio sembra poter fare a meno dei figli. Diritto personale sembra poter essere la possibilità di ripudiare una promessa o anche solo di rompere il rapporto con l’altro
La premessa fondamentale è proprio questa, che tutto possa svolgersi senza impegno, perché siamo visibilmente impauriti da ogni proposta che abbia a che fare con la stabilità.
Anche negli scambi commerciali questa sembra essere diventata la regola: compra, se non ti piace restituisci. Vieni a provare, senza impegno.
Ci si dimentica che la vita non è fatta solo di fortuna, ma di impegno. Una relazione forse può nascere dalla fortuna di incontrare la persona giusta, ma poi vive nutrita dall’impegno che ciascuno dei due ci mette a rimanere la persona giusta.
Vive grazie all’impegno di fare le scelte giuste che non sempre sono quelle di comodo.
Ogni giorno ci vengono date decine di occasioni in cui dimostrare e metterci impegno, dall’umiltà di non fermarsi a quello che divide, ma dalla tenacia di far crescere quello che unisce; dalla perseveranza che occorre per prendersi cura dell’altro mettendo da parte la pretesa che l’altro si occupi di noi.
Dio ha un progetto per il cuore dell’uomo, una proposta. Ha dato anche le istruzioni perché questo cuore conosca l’amore e non si indurisca. Solitamente agli inizi ci riesci ad esserne all’altezza, poi si comincia a pensare di poter dare meno, che basti anche meno; cominciamo a riprenderci un poco di quella libertà che abbiamo donato all’altro.
Certo in un tempo come il nostro dove le cose rotte si buttano, ciò che non funziona si sostituisce, quello che non serve si scarta, la parola di Gesù appare dura e rigida e ad essa si preferisce la legge molto meno esigente e più comprensiva. Ma per chi vuole sognare e costruire qualcosa di grande la strada della legge non può che risultare stretta e chiusa. L’accondiscendenza della legge nei confronti della nostra debolezza, dei nostri sbagli o del nostro scarso impegno non ci rende più forti o migliori. Ti può dare il permesso di smettere di amare quando la strada si fa dura, ma mai ti darà la forza di amare di più e di andare avanti.
Possiamo anche sentirci inadeguati ad amare così come Gesù insegna, ma questo non è un buon motivo per non desiderare di saperlo fare perché è esattamente questa la strada su cui conosceremo la felicità che cerchiamo. Egli insegnava loro, come era solito fare. Quella di Gesù è una proposta chiara e impegnativa, non certo seducente e piana, ma credo che quello che davvero conta sia avere qualcuno che ti aiuti ad andare avanti non che ti dia il permesso di tornare indietro.

Pubblicato in Riflessioni, Vangelo della domenica | Lascia un commento

2 domenica dopo Pentecoste

non séminano e non mietono, non hanno dispensa né granaio, eppure Dio li nutre

Ascoltami, figlio, e impara la scienza, e nel tuo cuore tieni conto delle mie parole.Così abbiamo ascoltato dal libro del Siracide. Ascolta: ho da dirti una cosa. Guarda che quando il Signore da principio creò le sue opere, dopo averle fatte ne distinse le parti. Ordinò per sempre le sue opere e il loro dominio per le generazioni future. Non soffrono né fame né stanchezza e non interrompono il loro lavoro. Ha fatto le cose per bene Dio.  
Però non possiamo non sollevare l’obiezione e farti e farci una domanda.
Se tutto è stato fatto così per bene e per il meglio, perché a volte ci ritroviamo scontenti e tristi sotto il peso di questa o di quella preoccupazione? Perché in alcuni momenti ci ritroviamo incapaci di continuare a sperare, sognare, creare, progettare? Perché smettiamo di sorridere senza sapere bene dire la ragione? Diventiamo nervosi e trattiamo gli altri male? Perdiamo la voglia di stare con loro, di pregare e stare con Dio? Perché a volte la vita ci sembra solo un peso?
Nel vangelo tu ci dici: Non preoccupatevi! Ma come Signore! È una delle cose che sappiamo fare meglio? La facciamo anche senza volerlo. A volte ci sembra perfino di essere destinati, quasi condannati, a vivere in mezzo alle preoccupazioni.
Nel vangelo oggi tu ci dici: non state in ansia! Neppure questo sentimento non ci è sconosciuto.
Perdiamo facilmente il senso delle proporzioni e anche una minima cosa diventa improvvisamente un pensiero grande. Ci perdiamo dietro cose che solo dopo averle guadagnate con fatica, tempo e anche denaro, ci accorgiamo non sono in grado di darci quella felicità che avevamo intravisto quando abbiamo cominciato a desiderarle.
Il nostro cuore e le nostre mani si fanno insaziabili. Si aprono per prendere e poi si richiudono per trattenere e così facendo diventano inabili a fare qualsiasi altra cosa, soprattutto a prenderci cura di qualcuno, diventano restie a donare, a ricevere ancora, ad accogliere. Nervosamente trattengono qualsiasi cosa perché niente ci sembra mai abbastanza. Accade così che anche il tempo che non ci sembra mai abbastanza.
Io vi dico: non preoccupatevi per la vita, di quello che mangerete; né per il corpo, di quello che indosserete. La vita infatti vale più del cibo e il corpo più del vestito.La vita è più della materialità necessaria alla sopravvivenza. È anche questo, ma è più di questo. Queste parole sono un invito non alla superficialità, ma alla leggerezza.
Sono due atteggiamenti molto diversi come scrive Italo Calvino in Lezioni Americane: «Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore».
La leggerezza evangelica non è sinonimo di scarsa serietà e frivolezza.
È quell’atteggiamento che ci permette di andare in profondità e nello stesso di essere capaci di volare in alto e prendendo le distanze dall’affanno del presente, dalla pesantezza di tutti i giorni fatta di stress, rabbia, insoddisfazione, delusione e aspettative tradite.
Chi ha il cuore leggero non traffica con il superfluo, non perde tempo con l’inutile.
Cerca contentezza, non il divertimento. Contentezza credo abbia a che fare con il contenere, non con il trattenere, non con il consumare. Queste parole di Gesù e il vangelo intero, ci ricordano che più cerchiamo di trattenere nel tentativo di spegnere preoccupazione e ansie, più le cose ci sfuggono e che le cose che veramente possediamo sono proprio quelle che sappiamo donare.
È la leggerezza che ci permette di accogliere queste parole del vangelo senza la fretta di scartarle come inutili, ci permette di stare nel mondo con quel vivace senso dell’osservazione che oggi Gesù suggerisce di custodire: Guardate i corvi: non séminano e non mietono, non hanno dispensa né granaio, eppure Dio li nutre. Guardate come crescono i gigli: non faticano e non filano. Eppure io vi dico: neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro.
Fermarsi a guardare i corvi e i gigli non è attività per i perditempo e gli sfaccendati.
Guardate i corvi, i gigli e l’erba e imparate a vedere Dio che nutre e veste le sue creature. Trovate il tempo per fermarvi a vedere Dio che si prende cura di ogni sua creatura, imparate a vedere con leggerezza il mondo e la vita.
Il Signore sa di cosa abbiamo bisogno. Cercate il suo Regno. Il resto vi verrà dato in più.

Pubblicato in Riflessioni, Vangelo della domenica | Lascia un commento

Oratorio estivo 2024

Scarica qui il volantino

Pubblicato in Oratorio, Senza categoria | Lascia un commento

Trinità

O Dio, tu sei il mio Dio, dall’aurora io ti cerco,
ha sete di te l’anima mia,

Tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo. Sembra quasi un dispetto quello che Dio vuole fare a Mosè: il dispetto di non farsi proprio vedere. Passerò davanti a te, ti coprirò gli occhi con la mano, finché sarò passato, ti parlerò. Poi toglierò la mano dai tuoi occhi, ma vedrai solo le mie spalle. Più che un dispetto, questo è semplicemente l’invito, che verrà più volte ripetuto e ricordato, a custodire la fede non attraverso gli occhi, ma attraverso il cuore. È l’invito a custodire non la visione di Dio, ma il desiderio di vedere Dio e custodire quindi il desiderio di cercarlo.
È l’invito a custodire un cuore come quello di Davide a cui viene attribuita la composizione del salmo che abbiamo pregato che così ci ha fatto dire: O Dio, tu sei il mio Dio, dall’aurora io ti cerco, ha sete di te l’anima mia, desidera te la mia carne in terra arida, assetata, senz’acqua. Così nel santuario ti ho contemplato, guardando la tua potenza e la tua gloria. 
Proprio su queste parole vorrei fermarmi in questa domenica in cui celebriamo il mistero della santa Trinità, il mistero stesso di Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo.
O Dio, tu sei il mio Dio. Tu che ti sei fatto conoscere come Padre, tu che ti sei mostrato in Gesù, tu che sei disceso come Spirito, proprio tu sei il mio Dio. Non altri. È la risposta dell’uomo ad un Dio che gli si è fatto incontro e che intuisce essere unico e prezioso, tanto prezioso da meritare fiducia e fedeltà. Come viene detto in un altro salmo, il numero 85: fra gli dèi nessuno è come te, Signore, e non c’è nulla che uguagli le tue opere.
Come accade ad un cuore innamorato, quando mi alzo, sei il mio primo pensiero: dall’aurora ti cerco. È la cosa più urgente, per questo è la prima che faccio.
Quando mi alzo non mi vengono in mente le cose da fare, gli impegni a cui provvedere e per questo non vengo assalito dalla preoccupazione o dall’ansia di non farcela, rimango libero da ogni timore e da ogni inquietudine, perché so che tu risponderai a questa mia ricerca, a questo desiderio di dare inizio e seguito ad un nuovo giorno con te accanto. Mentre tutto intorno a noi sembra incoraggiarci a correre e a rincorrere, come se la vita fosse una competizione, l’uomo che prega il suo Dio dichiara di cosa e di chi  è in cerca.
Ha sete di te l’anima mia. Oggi sembra essere impossibile la felicità senza vivere emozioni forti, senza esperienze uniche e spesso per questo costose. Siamo alla ricerca di una passione che ci faccia sentire vivi, che renda le giornate memorabili e cerchiamo tutto questo fuori di noi, dimenticando che quella sete che ci brucia dentro non verrà mai spenta da questo genere di cose e di esperienze. 
Non troveremo pace alla nostra scontentezza e insoddisfazione ricorrendo ai soliti sedativi che hanno il nome di denaro, successo, potere, divertimento, relazioni, piacere o cibo, capaci di colmare solo temporaneamente quella sensazione di vuoto e di malessere.
Il salmista ha ben chiaro questo e ce lo ricorda: certo la mia anima ha sete; mi è però ben chiaro che ha sete di te che sei il mio Dio.
Non è una sete qualsiasi che si possa ingannare e soddisfare con false promesse. Non è una sete che possiamo nascondere e fingere di non avere.
Ci diciamo da soli che non ci possiamo permettere il lusso di fermarci e cominciamo le nostre giornate di corsa per finirle stanchi, rimanendo nel mezzo intrappolati negli schemi di sempre dettati dalle necessità quotidiane, da obblighi, da impegni.
Il salmista dice: nel mio letto di te mi ricordo e penso a te nelle veglie notturne.
Ma non sono le preoccupazioni a tenerlo sveglio. Sa che il mondo non è tutto sulle sue spalle; penso a te che sei stato il mio aiuto e quando succede questo esulto di gioia all’ombra delle tue ali. Oggi, questa domenica della Trinità sia per noi l’occasione a dissetare il nostro cuore nel mistero stesso di Dio. Sia l’occasione di fermare il nostro passo e sederci anche solo per un attimo accanto a lui. Solo così quel mistero che ci sembra così difficile da capire si aprirà a noi e ce ne sentiremo parte; gusteremo anche noi la stessa gioia proclamata dalle parole del salmo: Poiché il tuo amore vale più della vita, le mie labbra canteranno la tua lode. Così ti benedirò per tutta la vita: nel tuo nome alzerò le mie mani.

Pubblicato in Riflessioni, Vangelo della domenica | Lascia un commento

Candidati elezioni Consiglio Pastorale 26 maggio 2024

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

6 domenica di Pasqua

Ricordare: per grazia di Dio, però, sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana.

Vi ho detto queste cose affinché, quando verrà la loro ora, ve ne ricordiate. Quando ho letto queste parole ho pensato: a chi non è mai capitato di dimenticare qualcosa che gli era stato detto? Ancora di più: a chi non è mai capitato di dimenticare qualcosa o di dimenticarsi di qualcuno?
A volte capita perché di quel qualcosa o di quel qualcuno ti importa poco.
A volta capita perché capita e non te lo sai proprio spiegare nemmeno tu perché ti sei dimenticato di quella cosa o di quella persona a cui pure tieni; di quell’appuntamento che ti eri anche segnato per bene sull’agenda; di rispondere a quel messaggio, di mantenere la parola data.
A volte capita che la promessa l’avevi fatta a te stesso: non farò più quella cosa, non mi arrabbierò più; non capiterà di alzare ancora la voce, di rispondere male a mia moglie o ai miei figli o ai miei genitori. Non capiterà più: te lo sei detto in cuor tuo, eri sincero in quella promessa, ma poi ricapita e il primo a rimanerci male sei proprio tu.
Perché nella vita le cose non è importante solo saperle, è fondamentale ricordarsele al momento giusto; quando servono.
Purtroppo, però, capita di dimenticare: ti accorgi dopo di cosa ti sei dimenticato, ma è tardi. Ti viene in mente dopo cosa volevi e potevi dire, ma non l’hai detto; ti accorgi dopo che potevi star zitto, ma ormai hai parlato.
Non sto parlando di quelle situazioni in cui la memoria viene meno per una qualche patologia particolare o di quel declino inevitabile della memoria dovuto all’età; neppure di quelle dimenticanze che ti capitano per via della stanchezza o della disattenzione o perché hai troppe cose da ricordare.
Sto parlando di quei momenti della vita in cui le cose che sai non riesci a metterle in pratica: come se non le sapessi, come se nessuno te le avesse mai insegnate, come se tu non le avessi mai sentite; come se non te lo fossi mai detto!
È vero che il proverbio dice: “uomo avvisato, mezzo salvato”, ma quante volte pur essendo noi stessi sull’avviso e attenti riusciamo comunque a combinare pasticci.
Sto pensando a quelle situazioni in cui facciamo quello che sappiamo non dovrebbe essere fatto o diciamo quello che non dovremmo dire. Capita a volte consapevoli che stiamo sbagliando, ma incapaci di fermarci, a volte capita quasi senza che ce ne accorgiamo.
Da piccoli solitamente le conseguenze non sono gravi. Magari prendi un brutto voto a scuola, perché, pur sapendo che il pomeriggio prima dovevi studiare, non lo hai fatto.
Diventando grandi le conseguenze diventano solitamente più importanti e a volte anche meno rimediabili; spesso, inoltre, le azioni sbagliate finiscono anche per coinvolgere altri.
Trovo oggi allora molto consolante sentire Gesù dire ai suoi discepoli: vi ho detto queste cose affinché, quando verrà la loro ora, ve ne ricordiate, perché io ve l’ho detto. 
Lo trovo consolante perché è proprio ciò di cui abbiamo tutti bisogno; dovremmo proprio tutti sentire la necessità, quasi l’urgenza di avere qualcuno che ci dica le cose, ce le insegni e soprattutto ci aiuti a ricordarcele nel momento giusto.
Trovo consolante, mentre ci avviciniamo sempre più alla festa di Pentecoste che porta a compimento il mistero della Pasqua, che il Signore Gesù, si preoccupi di darci un aiuto in quei momenti, in cui da soli non ce la facciamo.
Gli errori sono destinati a ripetersi se non li riconosciamo come tali e non impariamo proprio da loro.
Ci aiuti il Signore a ricordare il bene che abbiamo ricevuto e a non occupare il cuore con ricordi inaciditi e incattiviti, che non aiutano a chiudere le ferite ricevute. Il Signore ci aiuti a fare memoria di quelle promesse che abbiamo fatto; ci aiuti a ricordare dove abbiamo lasciato la nostra anima; quando non perdiamo di vista le persone care e i valori in cui crediamo.
Occorre rimanere umili, proprio in un tempo in cui tutti sembrano voler avere le loro ragioni, ma poca voglia di imparare e di riconoscere i propri errori; un tempo in cui è più facile essere impulsivi che riflessivi; in cui domina la paura, più che la calma, la sfiducia piuttosto che la speranza. In un tempo così, avere memoria e ricordare fa bene e avere un Dio a cui chiedere aiuto per ricordare fa ancora meglio.
Tornando sulle letture trovo straordinario il modo con cui Paolo ricorda la sua storia.
Paolo non ha dimenticato di chi è stato prima dell’incontro con il Signore; non ha dimenticato la fatica che ha dovuto fare la grazia di Dio per condurlo sulla via giusta. In quella memoria non c’è vergogna, c’è piuttosto la gratitudine: Per grazia di Dio, però, sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana. Anzi, ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me.
Papa Francesco più volte ce lo ha ricordato: stiamo attenti a non diventare cristiani smemorati, a cui basta una piccola difficoltà, una contrarietà, una fatica, una crisi per dimenticare l’amore di Gesù e cadere nel dubbio e nella nostra paura.

Pubblicato in Riflessioni, Vangelo della domenica | Lascia un commento

V domenica di Pasqua

alzò gli occhi al cielo

I Vangeli ci raccontano che Gesù ogni tanto spariva; diventava introvabile. Lo cercavano le folle, lo cercavano i discepoli e nessuno lo trovava.
I vangeli ci raccontano, senza dirci molto altro, che quando accadeva di non trovarlo, il motivo era che Gesù si era ritagliato dei momenti di preghiera: in disparte, da solo, su di un monte o in luoghi deserti, non precisati, preferibilmente di notte o al mattino presto.
I discepoli e noi con loro potevano solo immaginare cosa facesse, quali parole usasse. Potevano solo intuire che quel tempo di solitudine e di apparente lontananza, di inattività, fosse un tempo prezioso per Gesù, un tempo a cui non sapeva e non poteva rinunciare, un tempo e un esercizio, quello appunto della preghiera, di cui aveva assolutamente bisogno. Ci raccontano, sia Luca che Matteo, che una volta, incuriositi, al ritorno da uno di questi momenti, i discepoli chiesero esplicitamente di insegnare anche a loro a pregare: Signore, insegnaci a pregare.
La risposta di Gesù a quella domanda è il dono della preghiera del Padre nostro.
Oggi l’evangelista Giovanni apre una porta e ci accompagna a conoscere molto di più della preghiera di Gesù, ci porta dentro la preghiera di Gesù, così dentro da poter sentire le parole di quel colloquio tra il Figlio Gesù e il Padre.
Siamo nel cenacolo, siamo dentro una notte particolare, perché drammatica, della vita di Gesù. Al termine di quella cena, sa che sarà arrestato e ancora prima tradito da uno dei suoi discepoli. Possiamo allora ben immaginare che già nel cuore si sia infilata la preoccupazione per tutto quello che stava per succedere; un timore che poi sarà ancora più visibile nella preghiera dell’orto del Getsemani.
Giovanni coglie il gesto di Gesù e intuisce che quel gesto è già preghiera: Il Signore Gesù, alzàti gli occhi al cielo, disse.Prima ancora che sulle parole, val quasi la pensa soffermarsi su questo Gesù che merita di essere riconosciuto come decisivo proprio perché capace di modificare, oso quasi dire ribaltare, lo sguardo su quanto sta per accadere.
Quando le cose sulla terra non vanno per il verso giusto, quando il cuore è in affanno, quando la testa è intasata e bloccata da mille pensieri, alzare gli occhi al cielo, cercando Dio, è gesto che permette di vedere le cose da un’altra prospettiva.
Questo ci insegna Gesù; questo possiamo imparare guardandolo in quel cenacolo mentre rivolge la sua attenzione e le sue parole non più ai discepoli, ma al Padre, in quella notte che sarà di tristezza e angoscia. 
Ci insegna che quando lo scorrere della vita mostra i suoi lati bui e faticosi, alzare gli occhi al cielo è esattamente la giusta maniera per cercare la luce, è rivolgere lo sguardo nell’unica direzione in cui puoi intuire una via d’uscita dentro il labirinto di affanni e di problemi. Ci insegna che trovare magari anche solo nel fondo di noi stessi il desiderio e la forza necessaria ad alzare gli occhi al cielo, è già un primo passo per reagire e rialzarsi, per ritrovare quel filo di coraggio che ci manca per reagire e affrontare le nostre personali passioni.
La preghiera non è l’azione di chi non sa cosa fare o peggio non ha niente da fare o di chi si è arreso e perciò lascia fare a Dio, ma è l’azione di chi resiste e cerca l’aiuto di Dio per fare il primo passo e poi ancora il successivo.
Gesù, alzando gli occhi al cielo, non chiede che venga modificato il suo destino, non chiede di essere esonerato dalla prova: è venuta l’ora! 
Chiede di saper attraversare quell’ora e di poterla attraversare senza perdere la speranza e l’amore, come può capitare quando il dolore diventa grande.
Gesù ci insegna ad alzare lo sguardo, non per esprimere disappunto o impazienza, ma per affidare anche quei sentimenti negativi a Dio nella preghiera e ampliare gli orizzonti, guardare oltre l’ostacolo.
Ci insegna ad alzare lo sguardo nella preghiera per riuscire a guardare più lontano nello spazio e nel tempo, rinnovando la speranza in un Dio che continua ad agire nella storia degli uomini. Ci insegna a darci tempo e speranza, a ritrovare pazienza. Non sempre le soluzioni che cerchiamo stanno ad un metro da noi, non sempre arrivano domani: occorre camminare, darsi tempo, chiedere aiuto.
Così ci ha fatto pregare il salmo: Mi avevano spinto con forza per farmi cadere, ma il Signore è stato il mio aiuto. Alzare gli occhi al cielo è atto di fiducia di cui abbiamo bisogno; è ribellione alla paura.
Così ha fatto Gesù nel momento della prova, così impariamo a fare noi.

Pubblicato in Riflessioni, Vangelo della domenica | Lascia un commento

Mese di Maggio

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

4 domenica di Pasqua

ascoltano la mia voce

Talvolta ascolto le voci senza farmi distrarre dalle parole che contengono. È allora che ascolto le anime. Ciascuna ha la propria vibrazione. Così scrive Christian Bobin in un libretto che raccoglie suoi piccoli pensieri intitolato Resuscitare.
Quanto è preziosa la voce. Troppo superficialmente l’abbiamo sottovalutata, sostituendola spesso con dei messaggi con cui poi a volte è sempre è facile intendersi. Troppo facilmente sottovalutiamo il fatto che le parole hanno bisogno di un tono, di una cadenza, di un volume e perfino di un corpo da cui uscire.  Non è questione di recitare o di avere particolari strategie; non è invito a sostituire i messaggi scritti con i messaggi vocali.
Servono anche gli occhi che aiutano a capire meglio cosa uno dice osservando il volto mentre la mimica facciale, difficile da controllare spontaneamente, fa trasparire il pensiero e le emozioni. Servono le orecchie che perfezionano la comprensione dal tono, dal ritmo, dal volume con cui l’altro parla, facendoci intuire meglio anche le parole e i pensieri.
Tutto questo potrebbe farci dire che sarebbe bello se Dio lo potessimo vedere e potessimo sentire la sua voce come sentiamo la voce delle persone che stanno accanto a noi.  Oggi, a complicare le cose, si sono aggiunte le voci digitali. Un computer è in grado di dare voce ad un testo scritto. Ancora di più, non so se dire “ancora meglio” sa anche comporlo grazie a quella che chiamano intelligenza artificiale un testo; lo sa riassumere. Ma questo è un altro discorso e ci porta lontano. Tutto questo potrebbe farci dire che sarebbe bello se Dio lo potessimo vedere e potessimo sentire la sua voce come sentiamo la voce delle persone che stanno accanto a noi.  Sarebbe tutto più facile; sarebbe più facile credere, più facile capirti, fidarsi. In realtà la storia ci insegna che non è andata così per i giudei, per i farisei e neppure per i discepoli di allora.
Non è bastato loro vederlo, non è bastato ascoltarlo. Basta andare a leggere i tre versetti (10,24-26) immediatamente precedenti a quelli che abbiamo ascoltato: Allora i Giudei gli si fecero attorno e gli dicevano: «Fino a quando ci terrai nell’incertezza? Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente». Gesù rispose loro: «Ve l’ho detto, e non credete; le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste danno testimonianza di me. Ma voi non credete perché non fate parte delle mie pecore.
Occorre qualcosa di più: occorre la profonda fiducia in Lui. Occorre sapere che Lui è il pastore da seguire, ma anche il pastore che viene a cercarsi quando ci perdiamo, dice Luca nel suo Vangelo, addirittura lasciando le 99 che sono già al sicuro per cercare la pecore smarrita.
Il motivo della loro e della nostra incredulità non è da ricercarsi nella sua poca chiarezza, nel fatto di non poterlo vedere o sentire, ma nella nostra innata diffidenza che rende difficile ogni rapporto, nella nostra difficoltà ad appartenere, preferendo il possedere.
Vi è una fiducia reciproca necessaria che qui è descritta da queste parole: Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono.Vi deve essere un desiderio di adesione. È interessante che Gesù dica: ascoltano la mia voce e non dica semplicemente: conoscono il mio insegnamento, capiscono quello che ho detto loro.
È qualcosa di molto più profondo saper riconoscere una voce, qualcosa che dice di una grande familiarità, di una solida confidenza prolungata nel tempo e nell’ampiezza. Una madre, come un padre, riconosce la voce del proprio figlio in mezzo a tante; magari nella confusione non capisce cosa sta dicendo, ma capisce bene che è la sua. Un neonato non capisce ancora le parole della mamma o del papà, ma riconosce la voce e in quella voce riconosce una presenza e trova sicurezza. Siamo ad un livello più profondo che precede l’ascolto delle parole pronunciate.
Quella voce com-muove: le pecore mi seguono. 
Quella voce è inconfondibile. Ascolti e dici: è Lui.
Questo ci fa uscire dall’incertezza, rassicura anche perché, abbiamo ascoltato dal Vangelo, fede è sentirsi conosciuti; sentire che non siamo estranei a Dio. Egli sa di cosa abbiamo bisogno, così come il pastore lo sa delle pecore per questo le mie pecore mi seguono; si fanno guidare da me. Non hanno timore che le possa portare a perdizione. L’espressione che Gesù usa è molto forte: nessuno le strapperà dalla mia mano. Nessuno.
Nes­suno ci porterà via dalle mani di Dio. Avere fede è ricordare questo. È sentire le mani di Dio dalla propria parte.

Pubblicato in Senza categoria | Lascia un commento

3° domenica di Pasqua

Tienimi un posto Signore.

Le parole rivolte da Gesù ai suoi discepoli durante l’ultima cena, che Giovanni raccoglie nel suo vangelo nei capitoli che vanno dal 14 al 17, sono così dense e ricche che andrebbero lette a piccole dosi, pochi versetti alla volta. Oggi la liturgia ce le offre in una misura così abbondante che comincio con il prendere solo alcune delle parole che abbiamo ascoltato, per cercare e indicare qualche sentiero di preghiera.
Potrebbe così bastare prendere in considerazione il versetto 2 e 3 del capitolo dove Giovanni riferisce queste parole: Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. 
Leggendole mi viene in mente quando, incominciando le vacanze estive in montagna, i ragazzi chiedono: “posso stare in stanza con i miei amici?”. È così importante avere qualcuno che ti tiene il posto che lascio fare a loro le stanze, vigilando semplicemente sul fatto che nessuno venga escluso e rimanga senza posto.
Già da molte settimane prima, cominciano a chiedere quanto sono grandi le stanze, quanti letti hanno, così da capire con quanti amici ci si può accordare e ancora prima alla partenza, salendo sul pullman, fanno di tutto per stare seduti vicino a loro.
L’importanza di tutto questo la conoscono bene gli sposi che devono organizzare i tavoli del ricevimento. Anche noi, quando usciamo in compagnia a mangiare, sappiamo bene anche noi che decidere dove sederti non è sempre una scelta che convenga lasciare al caso.
“Ti tengo il posto” o “tienimi il posto”: sono le frasi con cui si esplicita non semplicemente il bisogno di avere un letto in una stanza o il posto a sedere sul pullman, ma si esplicita il desiderio preciso di vivere una certa esperienza con qualcuno a cui tieni e che tiene a te.
In quelle frasi c’è la consapevolezza che il viaggio fatto con una persona amica è molto più piacevole che fatto con uno sconosciuto; che condividere la stanza e il tempo quindi della notte e non semplicemente del giorno con una persona cara, rende la vacanza già così qualcosa di speciale. L’essere seduti accanto è occasione per scambiare parole o anche condividere il silenzio, possibilità per qualche confidenza e più lunghi discorsi.
Quando qualcuno ti dice: “ti tengo il posto” ti sta implicitamente dicendo che tu sei importante; che ci tiene ad averti vicino fisicamente e che tu comunque hai già un posto nel suo cuore. È una palese dichiarazione di affiatamento e di simpatia. “Ti tengo il posto” ha il sapore e il profumo buono dell’amicizia e del bene.
È la dimostrazione che la vita è fatta soprattutto di relazioni e di legami che spezzano la solitudine, che scacciano la paura che a nessuno importi di te; legami che ci permettono di credere che siamo importanti per qualcuno.
Oggi, se torniamo al vangelo, accade che sia Gesù a dire ai suoi discepoli: vado a prepararvi un posto.  Vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. 
Le parole di Gesù, che Giovanni oggi ci regala, ci raccontano del desiderio di Dio di averci accanto.  È Dio che dice a ciascuno di noi: la mia casa senza di te è vuota. Io mi sento a casa se ci sei tu. Oggi a questo vangelo non dobbiamo chiedere chissà quali pensieri su Dio, ma dobbiamo chiedere di farci sentire la straordinaria emozione di aver davanti a noi un Dio che ci dice: “ti tengo il posto. Tu devi essere con me.”
Ma noi siamo capaci di dire la stessa cosa? Siamo capaci di dire: ti tengo un posto nella mia vita, nei miei pensieri, nel mio tempo?
Se capissimo questa cosa, se sapessimo anche emozionarci di questa promessa di Gesù, allora anche noi ricambieremmo il favore, almeno una volta ogni tanto e diventeremmo capaci di dire al Signore: “anche io ti ho preparato un posto nella mia casa, te l’ho preparato nella mia vita, nel mio cuore, nei miei pensieri. Con te accanto il viaggio della vita è diverso; mi sento più sicuro; so di potermi confidare, so di potermi fidare. So che una tua parola detta al momento giusto sa riportare pace nel mio cuore, sa sciogliere i turbamenti; mi sostiene quando c’è da prendere una decisione importante; spezza la solitudine.”
C’è una vecchia canzone degli 883 che dice così:Come è bello il mondo insieme a te. Mi sembra impossibile che tutto ciò che vedo c’è da sempre,è solo che io non sapevo come fare per guardare ciò che tu mi fai vedere. Come è grande il mondo insieme a te
È come rinascere e vedere finalmente che rischiavo di perdere mille miliardi e più di cose
se tu non mi avessi fatto il dono di dividerle con me.

Come è bello Signore il mondo insieme a te.

Pubblicato in Riflessioni, Vangelo della domenica | Lascia un commento