V domenica di Pasqua

alzò gli occhi al cielo

I Vangeli ci raccontano che Gesù ogni tanto spariva; diventava introvabile. Lo cercavano le folle, lo cercavano i discepoli e nessuno lo trovava.
I vangeli ci raccontano, senza dirci molto altro, che quando accadeva di non trovarlo, il motivo era che Gesù si era ritagliato dei momenti di preghiera: in disparte, da solo, su di un monte o in luoghi deserti, non precisati, preferibilmente di notte o al mattino presto.
I discepoli e noi con loro potevano solo immaginare cosa facesse, quali parole usasse. Potevano solo intuire che quel tempo di solitudine e di apparente lontananza, di inattività, fosse un tempo prezioso per Gesù, un tempo a cui non sapeva e non poteva rinunciare, un tempo e un esercizio, quello appunto della preghiera, di cui aveva assolutamente bisogno. Ci raccontano, sia Luca che Matteo, che una volta, incuriositi, al ritorno da uno di questi momenti, i discepoli chiesero esplicitamente di insegnare anche a loro a pregare: Signore, insegnaci a pregare.
La risposta di Gesù a quella domanda è il dono della preghiera del Padre nostro.
Oggi l’evangelista Giovanni apre una porta e ci accompagna a conoscere molto di più della preghiera di Gesù, ci porta dentro la preghiera di Gesù, così dentro da poter sentire le parole di quel colloquio tra il Figlio Gesù e il Padre.
Siamo nel cenacolo, siamo dentro una notte particolare, perché drammatica, della vita di Gesù. Al termine di quella cena, sa che sarà arrestato e ancora prima tradito da uno dei suoi discepoli. Possiamo allora ben immaginare che già nel cuore si sia infilata la preoccupazione per tutto quello che stava per succedere; un timore che poi sarà ancora più visibile nella preghiera dell’orto del Getsemani.
Giovanni coglie il gesto di Gesù e intuisce che quel gesto è già preghiera: Il Signore Gesù, alzàti gli occhi al cielo, disse.Prima ancora che sulle parole, val quasi la pensa soffermarsi su questo Gesù che merita di essere riconosciuto come decisivo proprio perché capace di modificare, oso quasi dire ribaltare, lo sguardo su quanto sta per accadere.
Quando le cose sulla terra non vanno per il verso giusto, quando il cuore è in affanno, quando la testa è intasata e bloccata da mille pensieri, alzare gli occhi al cielo, cercando Dio, è gesto che permette di vedere le cose da un’altra prospettiva.
Questo ci insegna Gesù; questo possiamo imparare guardandolo in quel cenacolo mentre rivolge la sua attenzione e le sue parole non più ai discepoli, ma al Padre, in quella notte che sarà di tristezza e angoscia
Ci insegna che quando lo scorrere della vita mostra i suoi lati bui e faticosi, alzare gli occhi al cielo è esattamente la giusta maniera per cercare la luce, è rivolgere lo sguardo nell’unica direzione in cui puoi intuire una via d’uscita dentro il labirinto di affanni e di problemi. Ci insegna che trovare magari anche solo nel fondo di noi stessi il desiderio e la forza necessaria ad alzare gli occhi al cielo, è già un primo passo per reagire e rialzarsi, per ritrovare quel filo di coraggio che ci manca per reagire e affrontare le nostre personali passioni.
La preghiera non è l’azione di chi non sa cosa fare o peggio non ha niente da fare o di chi si è arreso e perciò lascia fare a Dio, ma è l’azione di chi resiste e cerca l’aiuto di Dio per fare il primo passo e poi ancora il successivo.
Gesù, alzando gli occhi al cielo, non chiede che venga modificato il suo destino, non chiede di essere esonerato dalla prova: è venuta l’ora! 
Chiede di saper attraversare quell’ora e di poterla attraversare senza perdere la speranza e l’amore, come può capitare quando il dolore diventa grande.
Gesù ci insegna ad alzare lo sguardo, non per esprimere disappunto o impazienza, ma per affidare anche quei sentimenti negativi a Dio nella preghiera e ampliare gli orizzonti, guardare oltre l’ostacolo.
Ci insegna ad alzare lo sguardo nella preghiera per riuscire a guardare più lontano nello spazio e nel tempo, rinnovando la speranza in un Dio che continua ad agire nella storia degli uomini. Ci insegna a darci tempo e speranza, a ritrovare pazienza. Non sempre le soluzioni che cerchiamo stanno ad un metro da noi, non sempre arrivano domani: occorre camminare, darsi tempo, chiedere aiuto.
Così ci ha fatto pregare il salmo: Mi avevano spinto con forza per farmi cadere, ma il Signore è stato il mio aiuto. Alzare gli occhi al cielo è atto di fiducia di cui abbiamo bisogno; è ribellione alla paura.
Così ha fatto Gesù nel momento della prova, così impariamo a fare noi.

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