Domenica 22 marzo, l’Arcivescovo di Milano, monsignor Mario Delpini, presiederà alle 11.00 la celebrazione eucaristica della quarta domenica di Quaresima presso la Fondazione Sacra Famiglia di Cesano Boscone. Sentiamoci vicini a lui e tra noi nella possibilità di seguire su Rai 3 Regione questa Messa.
Dopo il Policlinico di Milano, un altro luogo-simbolo della cura e della prossimità, materiale e spirituale, a persone in condizioni di sofferenza, disagio e difficoltà. La celebrazione sarà anche l’occasione per esprimere solidarietà e attenzione concreta a tutto il personale medico e infermieristico e di volontariato che svolge il suo quotidiano e qualificato servizio presso l’Istituto Sacra Famiglia e in tutte le strutture ospedaliere della città e della diocesi di Milano e dell’intera provata terra lombarda
Il sussidio per pregare nella IV domenica di Quaresima
Parrocchia S. Agata – Monticello
Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla – 22 marzo 2020
Passando, il Signore Gesù vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?» Non dovremmo mai finire di rimanerci male della domanda che i discepoli fanno a Gesù di fronte a quell’uomo cieco dalla nascita di cui ci parla il vangelo di questa quarta domenica
di quaresima – non stanchiamoci di ricordare che siamo in Quaresima!
Il male desta poco più che curiosità banali quando non ti tocca in prima persona. Se poi è lontano, non riesci neppure a preoccuparti. Non abbiamo forse anche noi guardato con banalità al comparire di questo male nella città di Wuhan? Abbiamo ascoltato certo confusi le prime notizie, ma non ne eravamo più di tanto spaventati.
Personalmente, non ricordo neppure di aver mai fatto o sentito una preghiera per quella che già allora, per quella terra, era un’epidemia a tutti gli effetti.
Poi è stato Codogno. Vicino, ma nemmeno tanto. Ora è fuori dalle nostre case, se non dentro.
Ora che tocca a noi farci i conti… non sappiamo più a che santo votarci e ci siamo scoperti capaci di preghiera.
«Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?» Il male finchè non ti tocca di persona, non diventa paura, non ti toglie il fiato e la certezza del domani, genera al più curiosità banali se non addirittura morbose.
Come dimenticare i plastici dei luoghi e delle case dei delitti famosi e le trasmissioni loro dedicate?
Ora siamo qui ad invocare il miracolo. Saremmo disposti, in questo tempo in cui anche solo toccare qualcuno ci mette paura e uno starnuto ci fa allontanare invece di farci dire semplicemente “salute”, a sentirti sputare per terra e spalmarci gli occhi di fango pur di vedere finire lo scempio che questo virus sta facendo delle nostre vite.
Ma mentre chiedo anche io questa grazia, mi soffermo a pensare a cosa accadrebbe se domani mattina, improvvisamente e quindi miracolosamente, tutto finisse. E me ne vengono in mente di ogni colore.
Diventeremmo improvvisamente tutti ferventi cristiani? Sono sicuro che qualcuno esulterebbe all’idea di una miracolosa guarigione che si porti appresso una generale conversione. Ma i mussulmani non potrebbero a lorovolta dire che sono state le loro preghiere ad Allah ad ottenere la grazia?
E se cominciasse una piccola guerra nel nome di Colui al quale attribuire il miracolo?
Quante volte i farisei domandano al cieco nato che finalmente vede: ma come è successo? Chi è stato? Come si è permesso dal momento che nel giorno di sabato è proibito?
E nessuno intanto fa festa con quell’uomo per la sua guarigione.
(E se questo miracolo non accadesse? Continueremmo a fidarci di Dio e a pregarlo? Questo virus non sta minacciando solo la salute e il sistema sanitario, le nostre abitudini e la nostra economia. Chiudiamo la parentesi). Meglio pensare che accadrà e che faremo in quel caso una grande festa. Tutti in strada. Tutti a cantare non più sui balconi, ma nelle piazze. Tutti a battere le mani per i medici e gli infermieri, gli eroi di oggi che stanno già facendo miracoli insieme a tutti coloro che continuano a lavorare per permetterci le azioni essenziali alla vita.
Spero che quel giorno fermeremo per un attimo la festa per ricordarci anche di tutti coloro che nell’attesa del miracolo avranno perso un genitore, un figlio, un amico, un collega.
Ma in quanto tempo poi torneremo a cercare di saltare le file oggi così ben ordinate dalla paura, a discutere perchi deve portare fuori il cane? A vedere i nostri ragazzi annoiati di dover andare a scuola? A smettere di voler fare corsette, di leggere libri, di cantare con i nostri vicini, di stare con i nostri figli perché non abbiamo più tempo: dobbiamo lavorare per guadagnare il tempo e i soldi persi. Ottenuto quel che volevamo, smetteremo di pregare? Ora assistiamo alle donazioni agli ospedali, poi si ricomincerà ad evadere le tasse sottraendo risorse agli ospedali e agli stipendi di medici e infermieri?
Signore non sono pronto a vedere scomparire questo nuovo terribile male per vederci ricadere nella banalità delmale di prima.
Allora Signore, io il miracolo te lo chiedo, ma te lo chiedo tutto. Non guarirci a metà. Non limitarti a uccidere il virus che minaccia i nostri polmoni, la nostra vita e la nostra economia e quando dico nostra dico di tutto il mondo.
Perché se non avremo imparato che quello che succede a Wuhan, a Codogno, nella casa del nostro vicino, ci riguarda e ci chiama alla preghiera, prima o poi, tutto questo tornerà ad accadere.
Fallo per bene questo miracolo. Apri i nostri occhi su ogni male e dacci la forza di combatterlo a cominciare da quello che sta dentro di noi e che a volte non vogliamo vedere. Sia la tua grazia di sempre e non la paura di oggi ad aprire i nostri occhi e il nostro cuore. Mettici nel cuore la stessa domanda del cieco nato: “chi sei, Signore, perché io creda in te?» Non permettere che la nostra fede nasca dopo aver visto il miracolo, ma arrivi prima. Adesso. Faccia cadere le nostre maschere e le nostre cecità. Ci renda migliori ora, non dopo. Non per sdebitarci del miracolo, ma come inizio del miracolo.
Sia questo il tempo di una promessa. Tra noi e Te. Tra noi e il nostro prossimo. Tra noi e noi stessi.
Quando tutto questo sarà finito / e potrò finalmente riprendere la mia vecchia vita,
io non la riprenderò, / me ne voglio fare una nuova.
«Chi sei, Signore, perché io creda in Te?». «Credo, Signore!». Questo è il miracolo che ti chiedo.
La settima e la nona sono il ricordo di due cadute.
Mi ha sempre fatto tanto pensare Gesù che cade. Una. Due. Tre volte.
Il vangelo non ci parla delle cadute di Gesù, ma la tradizione spirituale le ha fatte comunque diventare parte della via crucis perché fanno parte della vita.
Rialzarsi la terza volta non è come rialzarsi la seconda e neppure come rialzarsi dopo la prima caduta. Ogni volta è forse più difficile, ma ogni volta rialzarsi è necessario.
Un proverbio giapponese dice: Così è la vita. Cadere sette volte e rialzarsi otto.
E se dopo ogni caduta, arrendersi è una possibilità, Gesù lungo la via della croce ci ricorda che alzarsi è la possibilità! Invincibile non è chi vince sempre, ma chi dopo ogni sconfitta si rialza e ricomincia.
Come Gesù. Lungo le 14 stazioni della via crucis, dentro quelle che vengono chiamate le stazioni delle cadute, si intravede già la risurrezione: Gesù si rialza.
Siamo dentro giorni difficili che non sappiamo quando e come finiranno: giorni che ci chiedono ancora sacrifici senza lasciar intravedere facili e immediate soluzioni.
Ma la soluzione è nascosta in quell’alzarsi, ogni giorno, tutte le volte che serve, non perché la via crucis sia finita, ma perché rialzarsi è il passo necessario verso l’alba di quel nuovo giorno che stiamo aspettando.
Ricordo la possibilità di pregare queste tre stazioni anche collegandosi alla pagina Facebook della Fom www.facebook.com/pgfom/ alle ore 15.00 di venerdì 20 marzo 2020
In questo momento di prova e sofferenza per l’emergenza sanitaria, la Chiesa italiana promuove un momento di preghiera per tutto il Paese, invitando ogni famiglia, ogni fedele, ogni comunità religiosa a recitare in casa il Rosario (Misteri della luce), simbolicamente uniti alla stessa ora: alle 21 di giovedì 19 marzo, festa di San Giuseppe, Custode della Santa Famiglia. Alle finestre delle case si propone di esporre un piccolo drappo bianco o una candela accesa. TV2000 offrirà la possibilità di condividere la preghiera in diretta.
Parrocchia S. Agata – Monticello
Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla
Terza domenica di quaresima – di Abramo – 15 marzo 2020
Tra le cose che questo virus ci sta togliendo, qual è che ci manca di più?
Io credo che siano quelle certezze in cui ci eravamo tutti quanti accomodati.
In poco più di un attimo ci è stata portata via la certezza di poter disporre a nostro piacimento della nostra libertà che riteniamo sacra: noi non siamo mai stati schiavi di nessuno. Abbiamo certo ragione… Noi sappiamo. Questo il modo con cui i Giudei parlano a Gesù nel Vangelo di questa terza domenica di Quaresima.
Questo è il nostro modo di guardare alla vita: quello di chi sa già tutto e vive delle proprie certezze. Ci è stata portata via la certezza di poter disporre del nostro tempo. Di poter perfino bastare a noi stessi. Di poter garantire il nostro domani con il nostro lavoro. Di poter tutelare la nostra salute e quella dei nostri cari. La certezza di aver costruito in questo angolo di mondo il nostro piccolo paradiso, certo migliorabile, ma sicuramente invidiabile e da difendere contro tutto e tutti.
La certezza di poter perfino fare a meno di Dio.
È già accaduto, chissà quante volte, nella vita di molti: una diagnosi sfavorevole, una malattia, un incidente, un lutto, una disgrazia… e le certezze crollano.
Mai era però accaduto contemporaneamente alla vita di tutti.
Permettiamoci allora una seconda domanda: se è bastato un invisibile virus e 20 giorni per portarcele via, erano davvero così preziose e vitali queste nostre certezze? Erano così vere ed affidabili se improvvisamente ora ci ritroviamo in questa situazione?
Scrive Antonia Scardicchio nel piccolo, ma prezioso libro “La ferita che cura”: Quando arriva la sofferenza, quando arriva la manifestazione della nostra fragilità in ogni sua forma, quello è il grande momento in cui la
Vita, con il suo fare baldanzoso e graziatamente incontrollabile e imprevedibile, ti dice: “tu non sai”.
Ora che le nostre certezze sono crollate, ci accorgiamo dolorosamente di non sapere e non siamo più nemmeno così sicuri di avere ragione.
Ci auguriamo allora che finisca presto. Ci diciamo gli uni con gli atri: andrà tutto bene.
In questa domenica di quaresima io oso però sperare che questo non significhi avere semplicemente nostalgia della vita di prima, così come era; delle certezze che abbiamo perso; di quella libertà di consumare, di spostarci, di andare e venire; della presunzione quasi di poter fare il bello e il brutto tempo di cui abbiamo creduto di godere.
Quando la vita ti dice: “tu non sai”, è il momento di imparare davvero.
Quelle certezze in cui ci siamo accomodati, ora dovrebbe essere evidente che ce le siamo costruite da soli, nonostante tu Signore ci avessi pure avvertito tante volte che non erano quelle giuste perché esili, fragili, illusorie e ingannevoli, incapaci di difenderci: opera delle mani dell’uomo che hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non odono, hanno narici e non odorano (sal 115).
In una parola: idoli.
Tutta questa sofferenza che stiamo sperimentando non può lasciarci come frutto il semplice tornare alla vita di prima dove il fiato era corto non per una polmonite o per la paura, ma per l’affanno, il gran correre, il tanto lavorare che ci sembrava pure un motivo di vanto. Perché sotto sotto ci vantavamo di non aver tempo, di essere sempre di corsa, di avere tante incombenze. Ci sembrava fosse un merito. È a questo che vogliamo semplicemente tornare, senza aver imparato nulla di nuovo da tutto questo dolore?
La vita ora ci sta dicendo che non sapevano nulla della Vita; che la libertà di cui credevamo di godere, aveva forse un prezzo troppo alto per la sua qualità e forse non era neppure libertà.
Proprio in questo tempo di quaresima che abbiamo sempre vissuto come un tempo di penitenza in vista di un cambiamento, noi Signore, ora non vogliamo affrontare tutto questo semplicemente per resistere e per tornare alla vita di prima. Tutto questo dolore merita qualcosa di più che il semplice ritornare alle vecchie certezze e alle vecchie abitudini. Non ti chiederemo quando finirà. Aiutaci a sostituire questa domanda con una più vera: cosa possiamo imparare da te prima che finisca?
In questa insicurezza non si vive bene, ma ci deve far più paura tornare alle finte sicurezze di prima. Una finta sicurezza non può essere né preziosa né vitale; è solo una trappola in cui siamo rimasti prigionieri troppo a lungo. Siamo anche noi come il popolo di Israele: un popolo di dura cervice. Tu abbi ancora misericordia di noi e compi ancora meraviglie. È il momento di sognare qualcosa di meglio.
Una Parola in cui rimanere. Una verità che ci renda e ci custodisca liberi.
Allora tutto questo male, non lo avremo patito per nulla.
tutto questo passerà molto presto e spero che niente torni ad essere normale deve rimanere questo nostro nuovo raccoglimento interiore, il silenzio che abbiamo conosciuto deve diventare più amico, un confidente un amante deve rimanere questo senso di vita breve la consapevolezza del nostro precariato su questo mondo, la fragilità che si è presentata deve rimanere dentro, essere accolta e non lasciare che se ne vada al primo appuntamento con un corpo in salute tutto questo finirà molto presto e spero che niente torni come prima dobbiamo conservare il sacro del dettaglio il viaggio nel vicinato l’immersione familiare investire meno nel superfluo dare una mano al necessario degli altri uscire non sempre cucinare insieme andare a dormire con la stanchezza di chi non ha dato per scontato il sole del pomeriggio tutto questo finirà molto presto e niente deve tornare alla normalità, abbiamo davanti a noi la grande occasione di lasciarci alle spalle la paura della morte per puntare tutto, finalmente, sul coraggio di vivere. (Gio Evan)
Cosa ci manca ora che non possiamo “andare a messa”?
Credo che siano tante le possibili risposte e, proprio nella loro diversità, è possibile riconoscere quanto prezioso sia il sacramento dell’Eucarestia celebrato in ogni messa e soprattutto quando è celebrato nel giorno di domenica.
Quanto sia prezioso, ogni sette giorni, il prepararci, indossando dentro e fuori l’abito della festa, e uscire di casa per andare in Chiesa al “solito” orario, per la “solita” messa, incontrando le “solite” persone, il “solito” Signore.
Il ritrovarsi sui sagrati, salutarsi, sorridersi, gioire perché ci si rivede dopo la settimana lavorativa, intrattenersi a volte fino all’ultimo prima di entrare in chiesa.
Il prender posto – il solito nostro posto – perché così accade anche alla tavola di famiglia: ognuno ha il suo posto.
Il partecipare: l’ascolto della Parola, dell’omelia, le risposte a volte automatiche, il canto, il Padre nostro; alzarsi, sedersi, stringersi la mano, mettersi in fila per la comunione, inginocchiarsi…
L’uscire e il ritrovarsi di nuovo sul sagrato, per gli ultimi saluti prima di tornare a casa.
Cosa ci manca ora che non possiamo andare a messa?
Ciascuno saprà trovare le proprie risposte.
Perché la messa non è solo una cosa e una cosa sola. È Sacramento. Presenza di Cristo, Pane, Parola. Comunione, festa, gioia, speranza, incontro. Pasqua.
Pensiamo a cosa ci manca ora e ricordiamocelo quando potremo tornare a celebrarla e potremo tornare quindi ad andare a messa.
E domani, 15 marzo, terza domenica di Quaresima, uniamoci nella preghiera alla messa celebrata alle ore 11.00 in diretta su Rai 3 regione dal nostro Vescovo monsignor Mario Delpini, nella chiesa San Giuseppe del Policlinico di Milano per esprimere vicinanza ai malati e a chi soffre a causa dell’epidemia da Coronavirus, nonché a tutto il personale sanitario, che in queste settimane opera con grande impegno e abnegazione.
L’Arcivescovo invita in particolare i sacerdoti rettori dei santuari mariani della Diocesi, e tutti i fedeli a compiere singolarmente una preghiera simile.
O mia bela Madunina che te dominet Milan, prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte. O mia bela Madunina che te dominet Milan, Mater dolorosa, consolatrix afflictorum, conforta con la tua presenza coloro che più soffrono nei nostri ospedali e nelle nostre case: invoca ancora per tutti il dono dello Spirito Consolatore che ti ha consolato. O mia bela Madunina che te dominet Milan, Maria, auxilium Christianorum, sostieni nella fatica i tuoi figli impegnati nella fatica logorante di curare i malati, dona loro forza, pazienza, bontà, salute, pace. O mia bela Madunina che te dominet Milan, Maria, mater amabilis, insegnaci l’arte di renderci amabili, nei momenti dell’apprensione suggerisci le parole buone che incoraggiano, nelle ore della solitudine ispira segni di sollecitudine per coloro che sono troppo afflitti, la delicatezza e il sorriso siano una seminagione di simpatia, nelle decisioni infondi sapienza, nessuno sia così preoccupato per se stesso da difendersi con l’indifferenza, nessuno si senta straniero, abbandonato. O mia bela Madunina che te dominet Milan, Maria, virgo fidelis, incoraggia la perseveranza nel servire, la costanza nel pregare, la fermezza nella fede, la nostra familiarità con Gesù ci aiuti a riconoscere Dio che è Padre, a rifiutare le immagini di un Dio lontano, indifferente, vendicativo, a credere nel Padre che dona il Suo Spirito per renderci figli nel Figlio, perché credendo abbiamo la vita, la vita eterna. O mia bela Madunina che te dominet Milan, Maria, refugium peccatorum, regina pacis, abbraccia tutti i tuoi figli tribolati, nessuno si senta dimenticato, non permettere che noi, in questo momento, ci dimentichiamo di coloro che soffrono vicino e lontano, per l’assurdità della guerra, l’ingiustizia insopportabile della miseria, lo scandalo delle malattie che si possono facilmente guarire, la schiavitù delle dipendenze che il vizio, cercato e indotto, rende invincibili, O mia bela Madunina che te dominet Milan, Maria, causa nostrae laetitiae, prepara i nostri cuori alla gioia, perché la benedizione di Dio ci aiuti a essere protagonisti, tutti insieme, da tutte le genti, con ogni lingua, dialetto, cultura e religione di una storia lieta, solidale, semplice, operosa, fiera, perché la nostra terra sia una terra in cui sia desiderabile abitare. O mia bela Madunina che te dominet Milan, prega, benedici, sorridi in questa città, in questa Chiesa Ambrosiana, in questa terra che si affida a te, ora e sempre. Amen
Ciao a tutti.
Non so quale sia la vostra percezione, ma questi, che lo si voglia o no, che lo si capisca o no, sono giorni drammatici.
Negli ospedali della Lombardia i posti letti in terapia intensiva sono tutti pieni.
Quei posti non servono solo per chi si ammala di coronavirus, ma anche ad altre emergenze.
I medici già da qualche giorno si trovano a dover decidere chi continuare a curare e chi no, a chi dare la precedenza e a chi dover staccare il respiratore. Come in guerra!
Continuando la vita di sempre, come se nulla fosse, come se non ci fosse un domani, potrebbe accadere che siate proprio voi a portare il virus nelle vostre case o nelle case dei vostri amici: contagiarlo ai vostri genitori, ai vostri nonni.
SENZA VOLERLO, CERTO. MA NON POTRETE CERTO DIRE: NON LO SAPEVO!
Non lo scrivo per spaventarvi, ma perché è spaventoso camminare ad occhi chiusi per non vedere. Si va sbattere e ci si fa male.
In futuro questi giorni verranno raccontati sui libri di storia e noi potremo dire di esserci stati. Ma esserci stati soltanto non avrà importanza. Conterà ciò che avremo fatto perché tutto finisse bene.
DOBBIAMO RISPETTARE E FAR RISPETTARE le norme di comportamento suggerite dalla scienza. Questo è il miglior modo per proteggere la nostra salute e quella degli altri. Per volerci bene e volersi bene.
Se ti voglio bene ora non ti abbraccio, non ti bacio.
Sì! adesso è questo il modo per dirsi il bene: tener da parte tutti quegli abbracci e quei baci, quel camminare vicini vicini per il giorno in cui tutto sarà finito e sarà meraviglioso abbracciarci, baciarci, camminarci vicini e dirsi: mi è mancato tutto questo.
Parrocchia S. Agata – Monticello
Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla – 8 marzo 2020
Era circa mezzogiorno…
L’ora buona per non incontrare nessuno. Il sole picchia sulle teste e scalda la terra.
L’ora buona per non incontrare nessuno…
In questi giorni è chiesto e verrà ancora chiesto anche a noi di limitare gli incontri, le strette di mano, le vicinanze e di non incontrare nessuno che non sia necessario incontrare.
La samaritana, vien da pensare, temeva il “virus” del giudizio e del pettegolezzo: non tutti i suoi conoscenti si limitavano a dire: “Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito”. Ben altre erano le parole, ben altri i giudizi e le considerazioni che si sentiva rivolgere o che le venivano “detti dietro”: roba da far male, capace di far morire dentro e che ti può portare a scegliere l’ora meno favorevole per andare al pozzo ad attingere acqua, per non incontrare nessuno.
Noi abbiamo timore di un altro virus; invisibile agli occhi e per questo nemico ancora più pericoloso.
Ma anche noi abbiamo bisogno ogni giorno di attingere acqua per vivere: abbiamo bisogno di incontrarci, di non saperci soli, di non sentirci abbandonati, di sapere che finirà bene…
Era verso mezzogiorno. Nel vangelo di Luca è l’ora della croce quando il sole si eclissò e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio.
Questa quaresima è, molto più di altre, un’autentica quaresima. Senza segni e celebrazioni, la realtà stessa diventa segno e celebrazione: diventa croce, diventa digiuno, diventa penitenza.
Ma il Signore al pozzo ci aspetta, mentre andiamo ad attingere l’acqua di cui abbiamo bisogno per vivere.
Ci aspetta sulla croce, mentre il sole si oscura e ci domandiamo: quando finirà? E come finirà?
Il Signore non ci abbandona certamente ora.
Sta a noi porre la domanda giusta, porre la richiesta giusta. La richiesta della donna è molto pratica:
«Signore dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua».
Non sono forse però le cose pratiche quelle di cui dobbiamo immediatamente preoccuparci e che abbiamo veramente bisogno di chiedere al Signore.
Abbiamo bisogno e sete di speranza; di fiducia; di un vivo senso del bene comune ora minacciato da un male comune. Signore dacci una speranza viva che riempia il nostro cuore e da lì trabocchi fino a raggiungere i nostri famigliari, i nostri genitori, i nostri figli, i nostri amici, le persone che incontriamo.
Abbiamo bisogno di pregare gli uni per gli altri, come fa san Paolo chiedendo che il Signore illumini gli occhi del nostro cuore per farci comprendere a quale speranza ci ha chiamati.
Abbiamo bisogno di lasciarci raggiungere dalle parole di Gesù: Voi non dite forse: “Ancora quattro mesi e poi viene la mietitura”? Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura.
È più facile in questo tempo essere preoccupati, stanchi, pensierosi, abbassare lo sguardo, temere di vedere andar distrutto tutto ciò che abbiamo seminato magari per una vita intera.
La Parola oggi ci incoraggia a tener alto lo sguardo, rivolgendolo al Signore che ci aiuterà a vedere quello che gli occhi ancora faticano a vedere e a sperare. Impariamo a guardare al futuro con gli stessi occhi di Dio. Ad attenderlo pazienti, ma anche operosi e collaboranti, con Dio e tra noi.
La nostra vita non può essere interrotta e neppure sospesa: certo è che alcune cose non torneranno come prima, ma possiamo lavorare e adoperarci perché altre diventino migliori di prima.
In questi giorni mi si chiede e ci si chiede: “c’è messa?”. Anche questa è domanda forse troppo pratica.
La messa non c’è, ma nelle nostre chiese aperte per la preghiera c’è Gesù Eucarestia e val la pena passare a trovarlo, con l’affetto di chi passa a salutare un amico e dice: “passavo di qui”, di chi magari dice: “son passato apposta perché è un po’ che non ci vediamo”.
Non c’è messa. La messa è fatta con la gente e per la gente. C’è Gesù Eucarestia, nel tabernacolo. Chiunque passi, Lui c’è. Puoi anche passare in un’ora in cui non incontri nessuno, perché stai certo che Lui c’è.
Il Signore ci permetterà di tornare di nuovo in città, di abbracciare la gente e di poter dire loro: ho incontrato il signore, era circa mezzogiorno; nell’ora meno favorevole per incontrare qualcuno, la stessa ora della croce, ho incontrato il Signore
Buona continuazione di Quaresima.
don Marco
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