Terza domenica di quaresima – di Abramo – 15 marzo 2020

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Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla

Terza domenica di quaresima – di Abramo – 15 marzo 2020

Tra le cose che questo virus ci sta togliendo, qual è che ci manca di più?
Io credo che siano quelle certezze in cui ci eravamo tutti quanti accomodati.
In poco più di un attimo ci è stata portata via la certezza di poter disporre a nostro piacimento della nostra libertà che riteniamo sacra: noi non siamo mai stati schiavi di nessuno. Abbiamo certo ragione… Noi sappiamo. Questo il modo con cui i Giudei parlano a Gesù nel Vangelo di questa terza domenica di Quaresima.
Questo è il nostro modo di guardare alla vita: quello di chi sa già tutto e vive delle proprie certezze. Ci è stata portata via la certezza di poter disporre del nostro tempo. Di poter perfino bastare a noi stessi. Di poter garantire il nostro domani con il nostro lavoro. Di poter tutelare la nostra salute e quella dei nostri cari. La certezza di aver costruito in questo angolo di mondo il nostro piccolo paradiso, certo migliorabile, ma sicuramente invidiabile e da difendere contro tutto e tutti.
La certezza di poter perfino fare a meno di Dio.
È già accaduto, chissà quante volte, nella vita di molti: una diagnosi sfavorevole, una malattia, un incidente, un lutto, una disgrazia… e le certezze crollano.
Mai era però accaduto contemporaneamente alla vita di tutti.
Permettiamoci allora una seconda domanda: se è bastato un invisibile virus e 20 giorni per portarcele via, erano davvero così preziose e vitali queste nostre certezze? Erano così vere ed affidabili se improvvisamente ora ci ritroviamo in questa situazione?
Scrive Antonia Scardicchio nel piccolo, ma prezioso libro “La ferita che cura”: Quando arriva la sofferenza, quando arriva la manifestazione della nostra fragilità in ogni sua forma, quello è il grande momento in cui la
Vita, con il suo fare baldanzoso e graziatamente incontrollabile e imprevedibile, ti dice: “tu non sai”.
Ora che le nostre certezze sono crollate, ci accorgiamo dolorosamente di non sapere e non siamo più nemmeno così sicuri di avere ragione.
Ci auguriamo allora che finisca presto. Ci diciamo gli uni con gli atri: andrà tutto bene.
In questa domenica di quaresima io oso però sperare che questo non significhi avere semplicemente nostalgia della vita di prima, così come era; delle certezze che abbiamo perso; di quella libertà di consumare, di spostarci, di andare e venire; della presunzione quasi di poter fare il bello e il brutto tempo di cui abbiamo creduto di godere.
Quando la vita ti dice: “tu non sai”, è il momento di imparare davvero.
Quelle certezze in cui ci siamo accomodati, ora dovrebbe essere evidente che ce le siamo costruite da soli, nonostante tu Signore ci avessi pure avvertito tante volte che non erano quelle giuste perché esili, fragili, illusorie e ingannevoli, incapaci di difenderci: opera delle mani dell’uomo che hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non odono, hanno narici e non odorano (sal 115).
In una parola: idoli.
Tutta questa sofferenza che stiamo sperimentando non può lasciarci come frutto il semplice tornare alla vita di prima dove il fiato era corto non per una polmonite o per la paura, ma per l’affanno, il gran correre, il tanto lavorare che ci sembrava pure un motivo di vanto. Perché sotto sotto ci vantavamo di non aver tempo, di essere sempre di corsa, di avere tante incombenze. Ci sembrava fosse un merito. È a questo che vogliamo semplicemente tornare, senza aver imparato nulla di nuovo da tutto questo dolore?
La vita ora ci sta dicendo che non sapevano nulla della Vita; che la libertà di cui credevamo di godere, aveva forse un prezzo troppo alto per la sua qualità e forse non era neppure libertà.
Proprio in questo tempo di quaresima che abbiamo sempre vissuto come un tempo di penitenza in vista di un cambiamento, noi Signore, ora non vogliamo affrontare tutto questo semplicemente per resistere e per tornare alla vita di prima. Tutto questo dolore merita qualcosa di più che il semplice ritornare alle vecchie certezze e alle vecchie abitudini. Non ti chiederemo quando finirà. Aiutaci a sostituire questa domanda con una più vera: cosa possiamo imparare da te prima che finisca?
In questa insicurezza non si vive bene, ma ci deve far più paura tornare alle finte sicurezze di prima. Una finta sicurezza non può essere né preziosa né vitale; è solo una trappola in cui siamo rimasti prigionieri troppo a lungo. Siamo anche noi come il popolo di Israele: un popolo di dura cervice. Tu abbi ancora misericordia di noi e compi ancora meraviglie. È il momento di sognare qualcosa di meglio.
Una Parola in cui rimanere. Una verità che ci renda e ci custodisca liberi.
Allora tutto questo male, non lo avremo patito per nulla.

3domenica2020a

tutto questo passerà
molto presto
e spero che niente
torni ad essere normale
deve rimanere
questo nostro nuovo
raccoglimento interiore,
il silenzio che abbiamo conosciuto
deve diventare più amico,
un confidente
un amante
deve rimanere
questo senso di vita breve
la consapevolezza del nostro precariato
su questo mondo,
la fragilità che si è presentata
deve rimanere dentro,
essere accolta
e non lasciare che se ne vada
al primo appuntamento con un corpo in salute
tutto questo finirà
molto presto
e spero che niente
torni come prima
dobbiamo conservare
il sacro del dettaglio
il viaggio nel vicinato
l’immersione familiare
investire meno nel superfluo
dare una mano al necessario degli altri
uscire non sempre
cucinare insieme
andare a dormire con la stanchezza
di chi non ha dato per scontato
il sole del pomeriggio
tutto questo finirà
molto presto
e niente deve tornare alla normalità,
abbiamo davanti a noi la grande occasione
di lasciarci alle spalle
la paura della morte
per puntare tutto, finalmente,
sul coraggio di vivere.   (Gio Evan)

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