Parrocchia S. Agata – Monticello
Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla
E a ciascuno ordinò di prendersi cura del prossimo
Si dice che rimarrà una delle immagini simbolo di questa pandemia: papa Francesco che sul sagrato vuoto della Basilica di san Pietro prega davanti al crocifisso, sotto la pioggia e un cielo scuro e minaccioso.
Prega per la fine della pandemia. Ma quella sera Francesco non ha pregato solo per la fine della pandemia e ora che almeno in Italia e in qualche altra parte del mondo – ma non in tutto il mondo – la situazione sembra farsi meno drammatica, faremmo bene a ricordarcelo.
Faremmo bene ad andare ad ascoltare di nuovo le parole di quella sera: «In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: “Svegliati Signore!”».
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, ci rivolgi un appello, un appello alla fede.
Che non è tanto credere che Tu esista, ma venire a Te e fidarsi di Te. In questa Quaresima risuona il tuo appello urgente: “Convertitevi”, «ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12). Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è».
La Parola oggi proclamata e ascoltata, le puntuali parole di san Paolo insieme alle parole del vangelo sembrano voler dare di nuovo voce a quell’appello di papa Francesco: quello rivolto al Signore: “svegliati”, come quello rivolto a ciascuno di noi: “è il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri”.
Ci aiuta a ricordare che questo virus non è l’unico male che ci affligge e ci mette in guardia sui nostri guai: mentre si dichiaravano sapienti, gli uomini sono diventati stolti. Con uguale forza offre l’indicazione di un rimedio: Disse loro: «Guardatevi da ogni ingiustizia!» e a ciascuno ordinò di prendersi cura del prossimo.
Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste.
Questa la medicina per un mondo malato in cui noi pensavamo di poter vivere, rimanendo sani. Questo mondo è malato di un virus contro cui il vaccino efficace è esattamente quel vangelo che oggi – come ogni volta che il vangelo arriva a chi lo vuol ascoltare – risuona nitido: amerai; non solo quelli che ti amano, non solo quelli che ti sono simpatici, non solo quelli che ti conviene amare perché quello che ricevi è comunque molto più di quello che dai. La preghiera che dovremmo oggi rivolgere diventa: svegliaci, Signore!
Svegliaci e donaci di ricominciare dall’amore perché quanto sta accadendo al nostro tempo non necessariamente ci trasformerà in persone migliori. Può anche trasformarci in persone più ciniche, sospettose, indifferenti. Facilmente possiamo cadere nella trappola del credere che “tanto non ne vale la pena”. Che vantaggio ha chi si dà da fare con fatica? Si domanda il libro del Qoelet (3,9).
I sentieri della legge antica ci conducono senza fatica a recuperare il mondo come lo conosciamo e come è sempre stato: un mondo malato in cui illudersi di vivere sani, in cui ciascuno tentava di tenersi stretto il suo pezzettino di benessere ereditato o conquistato.
I sentieri nuovi tracciati da quel “ma io vi dico”, anche se sembrano scalare versanti impossibili e impraticabili, conducono invece a vette inesplorate e sorprendenti, preparano a diventar medicina per la malattia del mondo, con quegli anticorpi che il Vangelo fa nascere nel sangue e nel cuore di chi si affida a quel comando fuori moda: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del
Padre vostro che è nei cieli.
Come ci ha ricordato papa Francesco, questo virus non attua il giudizio di Dio. La paura non educa nessuno, anzi il vangelo ci racconta che è nemica della fede: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?».
Nel libro dell’Esodo il racconto delle piaghe d’Egitto ci ricorda come il faraone, colpito dal flagello delle piaghe sembra piegarsi alle richieste di Mosè, salvo poi ostinarsi di nuovo nel suo proposito di non lasciar partire il popolo di Israele. Quanto tempo passerà prima di tornare ad essere anche noi ostinati e perdere l’abitudine a fare la fila, a salutare chi incontriamo, a ringraziare chi lavora, ad applaudire e stimare chi fa il proprio dovere, a cantare dal balcone con i nostri vicini, a chiedere loro se possiamo essere di qualche aiuto? Quanto tempo passerà prima di sentir di nuovo confondere la bontà con il buonismo e la gentilezza con la stupidità, prima di tornare a pensare che i poveri non sono un fastidio, ma il nostro prossimo?
Discernimento, lingua, occhi, orecchi e cuore diede loro per pensare. Li riempì di scienza e d’intelligenza e mostrò loro sia il bene che il male. Grande è la stima e la fiducia di Dio in noi, sue creature. Non vadano sprecato questa fiducia e questa enorme ricchezza. La strada in discesa non è sempre la più conveniente e quasi mai porta lontano.
Dal Diario di Etty Hillesum
Alla tristezza del mondo non bisognerebbe offrire, di tanto in tanto, un piccolo rifugio?
E un bel giorno dirò forse a Ilse Blumenthal: Sì, la vita è bella, la lodo alla fine di ogni giorno, eppure so che figli di madri, e lei è una madre, sono trucidati nei campi di concentramento. E il dolore di tutto ciò bisogna saperlo sopportare; anche se te ne lasci devastare, dovrai rialzarti un giorno, perché un essere umano è tanto forte, perché il dolore deve diventare una parte di te, una parte del tuo corpo e della tua anima, non devi fuggirlo ma sopportarlo come una persona adulta. Non sfogare i tuoi rancori in un odio che vuole vendetta su tutte le madri tedesche, che adesso, in questo istante, hanno lo stesso tuo dolore da sopportare per i loro figli caduti e massacrati. Devi lasciare a questo
dolore tutto lo spazio possibile in te stessa e concedere a esso l’asilo che gli è destinato, e forse, così facendo, il dolore nel mondo diminuirà, se tutti sopportiamo, onestamente e lealmente e in maniera responsabile, ciò che ci viene assegnato.
Se invece non dai un opportuno ricovero al dolore, ma concedi maggior spazio all’odio e ai piani di vendetta – da cui nascerà ulteriore dolore per altri -, be’, allora il dolore non finirà mai in questo mondo ma crescerà soltanto. Quando avrai concesso al dolore il posto e lo spazio che le sue nobili origini richiedono, allora sì che potrai dire: la vita è tanto bella e ricca. Lo è al punto che potresti credere in Dio.
Sabato mattina 28 febbraio 1942
Una pace futura potrà esser veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in sé stesso – se ogni uomo si sarà liberato dall’odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quest’odio e l’avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore se non è chiedere troppo.
È l’unica soluzione possibile…
Sono una persona felice e lodo questa vita, la lodo proprio, nell’anno del Signore 1942, l’ennesimo anno di guerra. Sabato sera, 20 giugno, 1943



