Parrocchia S. Agata – Monticello
Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla
Siamo stati a lungo privati di quel dono di Dio a cui oggi è dedicata questa festa: la solennità del Corpus Domini.
La festa dell’Eucarestia. Abbiamo dovuto vivere anche la messa, come molte altre cose, a distanza. Guardandola su uno schermo, senza poterci ritrovare con quelle persone che abitualmente troviamo andando in Chiesa la domenica e con cui sentiamo un legame non solo di fede, ma di amicizia. Invece di riceverlo nelle mani, siamo stati invitati a riceverlo nel cuore recitando la comunione spirituale.
E chissà se, come a volte capita quando si perdono le cose, abbiamo saputo e potuto scoprire il valore e il dono di questo sacramento. Pensando a questa solennità, mi sono tornati in mente i primi giorni di questa pandemia. Alla notizia della chiusura di scuole e attività c’era stata la corsa alla spesa. Erano i giorni della prima metà di marzo: l’Italia intera diventava zona rossa; la reazione quasi ovunque era la stessa: file lunghissime, carrelli pieni e scaffali vuoti.
Noi abbiamo bisogno di mangiare per vivere. Come una macchina ha bisogno di benzina per funzionare, come una pianta ha bisogno di acqua, sole e terra, noi abbiamo bisogno di mangiare per vivere.
E ci siamo preoccupati di farne scorta. Per noi e per i nostri cari. Per vivere occorre mangiare. Senza cibo diventiamo niente, moriamo, inevitabilmente. Siamo dei bisognosi, siamo dei mendicanti. Non bastiamo a noi stessi. Abbiamo terribilmente bisogno che arrivi qualcosa da fuori a “salvarci” e a darci vita.
Oggi la prima lettura ci ricorda che anche Dio lo sa e ha questa premura nei confronti dell’uomo: Ricòrdati di tutto il cammino che il Signore, tuo Dio, ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto… che ha fatto sgorgare per te l’acqua dalla roccia durissima; che nel deserto ti ha nutrito di manna sconosciuta ai tuoi padri».
Quando siamo corsi a fare la spesa, abbiamo provveduto al primo bisogno che c’è venuto immediatamente in mente, ma poi giorno dopo giorno ci siamo resi conto che non bastava il cibo. Non bastava a noi e non bastava ai nostri cari. Non era sufficiente riempire le dispense di generi alimentari, se la dispensa del nostro cuore era vuota di amore. Non bastava la dispensa piena di cibo per vivere insieme sereni, occorreva anche altro.
Forse proprio in quei giorni ci siamo accorti dell’importanza non solo di quello che mangiamo, ma dell’importanza delle persone che mangiano al tavolo con noi. Ci siamo accorti dell’importanza di coloro, amici o parenti o compagni di scuola o colleghi, con cui non potevamo più condividere la tavola. Mangiare con gli altri non riempie di più la pancia, eppure ha un altro sapore, un’altra ricchezza. Ci siamo accorti che alcune sere, intorno a quella tavola, è calato il silenzio; era difficile parlarsi, forse anche guardarsi: erano i giorni in cui c’è era stato qualche bisticcio o qualche incomprensione.
Ci siamo accorti che attorno alla tavola in altri giorni le parole uscivano più facili e più gioiose a rallegrare l’anima, tanto quanto il cibo rallegra il palato e la pancia. Erano i giorni in cui ci si era presi cura gli uni degli altri e ciascuno aveva aperto la dispensa del cuore, aveva messo mano alle proprie scorte di amore e lo aveva offerto agli altri.
Mangiare è necessario alla vita, così tanto necessario che il Signore ha scelto un pezzo di pane per farsi presente a noi, ma nel vangelo, ci viene anche ricordato che sfamare e sostenere il nostro corpo non è tutto quanto serve a vivere da uomini: “Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che
io darò è la mia carne per la vita del mondo”.
Mi colpisce sempre tanto ricordare che nell’ultima cena Gesù mette i suoi intorno ad una tavola. Non li mette seduti a dei banchi. Li fa sedere intorno ad una tavola e li fa sedere tutti. Spezza il pane per tutti e non solo per alcuni. Lo offre a Giuda, a Pietro, a Tommaso. A quella tavola invita anche me che non sono migliore di loro: non sono degno, ma tu di’ soltanto una parola…
Perché per vivere occorre mangiare, ma occorre anche potersi donare o più semplicemente occorre amare.
Occorre che nel cuore ci sia una dispensa piena di una scorta di amore sufficiente per sfamarci davvero.
Questo il Signore ci insegna ogni volta che ci invita all’Eucarestia.
Tu ci insegni che a quella tavola hai invitato tutti i tuoi discepoli, un unico tavolo, un unico pane, a ricordare che anche nei momenti difficili, c’è sempre qualcosa di più dei nostri litigi e delle offese ricevute, delle nostre fatiche.
Signore, con questo Pane ci insegni la vita, non mettendoci dietro un banco di scuola, ma mettendoci intorno alla tavola dell’Eucarestia.
Signore oggi siamo qui perché hai qualcosa da dirci e da darci. È un dono. Ci è mancato. I doni non si pretendono.
Non sono diritti e nemmeno doveri.
Vogliamo tornare avendo imparato che l’Eucarestia non è semplicemente un dovere. Un precetto a cui noi obbediamo perché altrimenti tu ti offendi e non ci parli più.
Vogliamo tornare perché abbiamo imparato che l’Eucarestia non è neppure un diritto, qualcosa che tu ci devi e noi veniamo a prendere.
Non è un diritto e non è un dovere perché è un dono e come tale desideriamo che ogni volta ci riempia di gioia.
Come fosse la prima volta che lo riceviamo, come fosse l’unica volta che lo riceviamo, come se fosse l’ultima volta.
Non vogliamo vada sprecato. Come il pane. Come ogni cosa importante per la vita. Come ogni cosa che ci tiene in vita.



