Parrocchia S. Agata – Monticello
Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla
Il 20 gennaio 1961, nel suo discorso d’insediamento dopo aver prestato giuramento come 35º presidente degli Stati Uniti, John Fitzgerald Kennedy pronunciò queste parole diventate famose: «Non chiedete cosa può fare il vostro Paese per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro Paese»
Mi sono tornate in mente, mentre leggevo di nuovo il lungo racconto che Giovanni fa dell’incontro di Gesù con la samaritana, ascoltando questa richiesta decisa: “Dammi da bere”.
Ho pensato che anche noi oggi, come indicazione per il nostro cammino di questa seconda settimana di quaresima, dentro una delle regioni diventata arancione, dentro un tempo che si fa di nuovo carico di preoccupazioni, potremmo raccogliere esattamente questa richiesta di Gesù: dammi da bere.
Ho pensato che potremmo anche noi chiederci non cosa Dio possa fare per noi, ma cosa possiamo fare noi per Dio. Cosa posso fare per te Dio? Come posso dissetarti?
Non te lo chiedo per presunzione, non te lo chiedo pensando di essere il migliore, non te lo chiedo pensando che tu abbia bisogno solo di me.
Te lo chiedo, mettendo nel conto l’umiltà di sapere che quello che posso fare è poco, ma non per questo farò mancare quel poco, tirandomi indietro.
Te lo chiedo nella fiducia che, proprio facendo quel che posso, ritroverò coraggio e fiducia, spargerò semi di bene che a loro tempo daranno frutto, diventerò migliore di come sono adesso e diventerà migliore la situazione di quel piccolo pezzo di mondo che abito.
Te lo chiedo sapendo che hai bisogno non solo di me, ma anche di me, e che questo mi rende parte di un esercito del bene, armato di buona volontà, di gentilezza, di disponibilità e attenzione.
Signore, sentirmi rivolgere da te la domanda: “Dammi da bere”, come se io avessi la possibilità di esaudire una richiesta simile, mi pare folle e fuori luogo, ma se penso al bene che hanno fatto i servi delle nozze di Cana quando è venuto meno il vino, semplicemente facendo quello che hai chiesto loro, e a quello che è accaduto quel giorno grazie alla loro disponibilità allora – incoraggiato da Maria – ti dico: “farò tutto quello che mi dirai”.
Ascoltando il resto del discorso che Gesù intrattiene con la Samaritana, la prima cosa che devo fare è riconoscere che anche io ho sete, ma nello stesso tempo, come la Samaritana, imparare a purificare la mia sete e ad andare alla sorgente giusta. Sono tante le cose che ci possono mancare, ma non tutte sono essenziali. Occorre imparare allora a non lamentarci di tutto, ma imparare a farlo, se proprio serve, per le cose giuste. Imparare a non contrapporre i bisogni, ma a condividere le risorse.
Mi fa sempre pensare quella brocca abbandonata al pozzo per correre più velocemente in città. Ha una buona notizia da portare.
La donna è preoccupata dell’acqua, i discepoli del pane, ma il cuore conosce un’altra fame.
Ciò che disseta il cuore non è solo l’amore che entra, ma è anche, e a volte soprattutto quello che esce.
La fine della sete del cuore non è trovare la fontana giusta e a buon mercato, ma diventare fontana per altri, dissetare altri, farsi sorgente per i loro bisogni, per la sete degli altri.
Detto in altro modo, alla maniera di san Paolo: comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore, avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace.
Tenere viva la speranza: alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura.
Unirsi in questo momento al coro degli sfiduciati e dei pessimisti, degli scontenti e degli impauriti è facile. Verrebbe da dire che il coro è già al completo, ma soprattutto che non abbiamo bisogno di questo genere di canti. Abbiamo bisogno di speranza che aiuti a resistere e ci permetta di farci trovare pronti quando finalmente potremo dire: è finita.
Avvertiamo tutti come sia facile, quando siamo pensierosi, preoccupati e stanchi, abbassare lo sguardo; la testa ci pesa sulle spalle, temiamo l’orizzonte, viene naturale rifugiarsi nel presente.
Ci sono momenti nella vita in cui non ci è dato di camminare spediti, ma in cui la pazienza e la lentezza si fanno virtù indispensabili: per non arrendersi allo scoraggiamento; per non lasciarsi vincere dall’agitazione; per non perdere il passo e neppure il tempo. È lo stesso passo che occorre per camminare dentro la Quaresima e camminare con il Signore. È lo stesso passo della primavera che si fa comunque largo e rimette in moto la vita.
In ogni Eucarestia che celebriamo, per quattro volte risuona l’augurio: il Signore sia con voi. Il Signore è con noi, rimane accanto, si prende cura di noi nella situazione reale in cui ci troviamo, nei tempi che non conosciamo, nei cambi repentini di programma o nel mutare di colore delle regioni, nei progetti mortificati. Il Signore sia con noi!



