2 domenica di Pasqua

Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco

Anche quando parliamo della Pasqua facciamo ricorso ad un linguaggio per così dire bellico. Cristo ha vinto la morte, ha sconfitto il peccato, ha disperso i nemici. È il rischio che corriamo in molte situazioni. Quando parliamo di una malattia, quando ci siamo ritrovati in una pandemia, quando ci sono delle elezioni politiche e addirittura in generale dentro il dibattito politico, quando si parla di un gioco e di sport. Anche una semplice conversazione più diventare un duello o uno scontro. Parliamo di avversari, di rivali, di nemici. Parliamo di vinti e di vincitori, di perdenti e di trionfatori.
La metafora della guerra e della battaglia ci presta le parole e riempie tanti nostri discorsi.
E normalmente a nessuno piace stare dalla parte dello sconfitto. A nessuno piace neppure arrivare secondo;  molto più facile e attraente riuscire a salire sul carro del vincitore.Ma questa preferenza per questo genere di forza forse mette a nudo esattamente la nostra debolezza, la nostra fatica a fare i conti con il limite, con la possibilità sgradita, ma naturale, di subire una sconfitta, con le nostre fragilità.
Voglio ancora una volta dichiarare la mia simpatia per questo discepolo, chiamato Tommaso, che oggi di fronte ai suoi amici che gli annunciano «Abbiamo visto il Signore!» dice loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Tommaso non chiede nulla del Risorto, non è quello che desidera vedere, non ha bisogno di quello per credere.
Tutti credono nei vincitori! Tutti, anche solo per non passare per invidiosi, fanno i complimenti.
Lui vuole rivedere il crocifisso e vuole vedere i segni nella sua carne. Vuole vedere cosa è costata quella vittoria, quale è stato il prezzo che ha dovuto pagare Gesù stesso e non chi lo ha tradito, catturato, processato, umiliato, percosso e infine ucciso.
Tommaso vuole capire come si possa rimanere vivi dopo tutto questo dolore, dopo tutta questa ingiustizia che normalmente apre la strada alla vendetta, ad altra violenza, ad altro dolore. Mi piace pensare che Tommaso abbia bisogno di chiedere a Gesù come si rimanga in vita dopo che ne hai subite di ogni colore.
Vuole vedere la parte vulnerabile del suo Signore, non la forza, non la potenza, non il vigore, non la ritrovata vitalità. Tutti sanno stare dalla parte di un Dio forte, di un Dio potente che annienta i nemici e li sottomette.Forse Tommaso ha compreso più degli altri il significato della Pasqua, che non è quello di una semplice vittoria, non è quello di un trionfo all’ultimo minuto che ribalta ogni pronostico e ogni attesa.
La Pasqua non è tale se lascia dietro di sé degli sconfitti, se la vittoria di uno ha come prezzo l’umiliazione dell’altro. Vedere il Risorto non significa ritrovare il coraggio di chi ora rialza la testa, ricompone le truppe, rimette mano alla spada e va alla riscossa contro il nemico.Lo scrittore israeliano David Grossman scrive: «È una legge non scritta: chi vuole starmi vicino deve assumersi la responsabilità della mia anima. Perché qualunque idiota può capire come sia facile uccidermi. Uno sguardo ben mirato basterebbe. Sono convinto che da qualche parte, dentro me, c’è un punto vulnerabile che chiunque, anche uno sconosciuto, può vedere e colpire. Eliminarmi con una parola».
Nel mattino di Pasqua non ci sono nemici e, se ci sono, il Vangelo impone di amarli, non di combatterli.
In guerra c’è sempre un vincitore e un vinto e anche quando si arriva a fare la pace c’è un più forte che prevale e un più debole che deve cedere. Nell’amore non è così: chi è il più forte? Chi ama o chi è amato? Chi vince e chi perde?
Nel mattino di Pasqua non ci sono nemici e neppure sconfitti, perché la Resurrezione di Gesù paradossalmente intende liberare anche il carnefice dal peso delle proprie violente azioni, intende riscattare anche Giuda dal peso del proprio tradimento, intende liberare i discepoli dal fardello delle loro infedeltà.
Il vero nemico è ciò che dentro di noi ci impedisce di essere gentili, di essere capaci di perdono e di deporre la sete di vendetta, di rimanere umani anche quando tutto intorno è disumano e bestiale.
Gesù sa, ed è quello che chiede Tommaso, che per liberare il cuore dei discepoli dalla paura e aprirlo alla fede, è molto più efficace questa condivisione delle ferite, che l’esibizione della forza; molto più efficace la testimonianza di come, nonostante le ferite, si possa rimanere vivi, piuttosto che l’ostentazione di una trionfale vittoria. 
Le ferite di Gesù ci parlano di amore e non di potere e per questo sono mostrate come riconoscimento, come lasciapassare per entrare nel cuore dei discepoli. Gesù prima ancora che esporre le proprie ferite a Tommaso, è colui che si è esposto alle ferite, al dolore e al tradimento, proprio per indicare come vera la parola da Lui annunciata: chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Tocca Tommaso, proprio così ti sarà possibile credere.
Metti le tue mani nelle ferite di Dio, perché le tue mani possano imparare non a ferire, ma ad amare.



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