
Poter vivere una quaresima è un dono di grazia. Non è certamente una passeggiata, chiede e occorre un grande impegno. Non è una formalità, chiede e occorre tanta sincerità e insieme umiltà. Non è un obbligo; chiede e occorre il cuore. Occorre costanza: 40 giorni sono tanti. Occorre anche regolarità: bisognerà far attenzione a trovare il passo giusto per evitare di fare propostiti che non riusciamo poi a mantenere o al contrario di non farne neppure uno e di navigare a vista, senza un programma, senza qualche punto fermo. Ricordo un principio che suggerivano al tempo del Seminario.
È il tempo in cui cominciare a fare quello che si dovrebbe fare e non si fa.
Di fare bene quello che semplicemente si fa per fare.
Fare meglio quello che pure si fa già bene.
Un principio di progressione che ha una sua sapienza e che permette a tutti di camminare al passo giusto.
I vangeli con un piccolo sforzo di memoria li conosciamo, si può dire che son sempre quelli, ma siam noi diversi dall’ultima volta che li abbiamo ascoltati e questo ci permette di tornare a sentirli come nuovi.
Il primo è quello che abbiamo appena ascoltato. Il racconto delle tentazioni di Gesù.
Il Signore Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò.
Non è di poco conto notare che tra le parole che Gesù consegnerà ai propri discepoli di ogni tempo ci stanno anche queste: non ci abbandonare alla tentazione/non ci indurre in tentazione. Non è cosa da poco pensare che proprio dopo averla conosciuta in prima persona, Gesù suggerisca ai suoi discepoli di invocare l’aiuto del Padre per evitare di entrare e di cadere. Il tentatore si mostra infatti abile e affrontarlo non è mai facile. La sfida che lancia passa attraverso una piccola congiunzione che ritroveremo altre volte anche nelle altre domeniche e che già oggi in questo vangelo troviamo due volte esattamente sulla bocca del tentatore: SE.
Due semplici lettere che diventano una congiunzione, per l’esattezza una congiunzione condizionale, ovvero che presenta delle condizioni o delle conseguenze. Se tu fai questo, allora accade questo.
Oggi la ritroviamo tre volte e ogni volta è sulla bocca di colui che è chiamato prima il diavolo e poi il tentatore. «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane»
«Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; »
Infine, l’ultima «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai».
Il diavolo è colui che divide: quello che quando ti vede in un momento di difficoltà o di debolezza arriva a farti credere di poterti aiutare subito e senza che tu debba fare molto; è quello che quando vede dentro di te un’indecisione ci si infila per farti prendere la decisione sbagliata, dopo averla travestita elegantemente.
Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane» Davvero elegante come soluzione, affascinante. Cosa c’è di male?
Il tentatore è colui che tenta, fa tentativi, ci prova. Il primo tentativo fallisce, il secondo anche, prova di nuovo con il terzo e solo a quel punto si arrende.
Gesù non abbocca a quel SE, non ci sta a cedere alle condizioni del diavolo.
Non si domanda solo: cosa c’è di male, ma si domanda: dove è il bene?
Non si domanda solo: Quali sono le conseguenze?
Quando nel cuore sentiamo affiorare la domanda retorica: “che male c’è?” è il momento di stare in guarda.
San Paolo nella lettera ai Corinzi: «Tutto mi è lecito!». Ma non tutto giova. «Tutto mi è lecito!». Ma io non mi lascerò dominare da nulla.
Anche con noi – lo ha fatto con Gesù! – in questo tempo di quaresima il tentatore ci proverà, ci metterà alla prova, tenterà di distrarci, di farci inciampare, ci farà promesse.
Lo farà con i suoi se e i suoi ma… suggerendoci modi di fare e di essere diversi da quelli proposti dal vangelo, ogni volta promettendo e lasciandoci immaginare vantaggi più grandi.
Non siamo obbligati ad ascoltarlo. Lui ci proverà, ma starà a noi scegliere. A dire, come Gesù: vattene! A non stancarci prima di lui. Perché sia lui ad andarsene e non noi a perdere la strada.



