
ma per abbracciarsi si fa così:
ci si avvicina lentamente
eppure senza motivo apparente,
poi allargando le braccia,
si mostra il disarmo delle ali,
e infine si svanisce,
insieme,
nello spazio di carità
tra te
e l’altro.
Chandra Livia Candiani
Quelli che precedevano e quelli che seguivano, gridavano: «Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Benedetto il Regno che viene».
Sono parole che conosciamo. Sono le parole della folla che accoglie Gesù nel suo ingresso a Gerusalemme. Sono parole che hanno il sapore della gioia e della festa. Sono parole di coloro che accolgono rivolte a colui che è accolto. Sono parole di Vangelo che siamo abituati a sentire a proclamare la Domenica delle Palme, ma sono anche parole che ci aiutano a comprendere meglio il mistero del Natale, non come il semplice ricordo di un fatto storico accaduto in quel tempo, ma l’accoglienza nuova di un fatto che avviene ora: l’incarnazione di un Dio che nasce in me e che anche da me chiede accoglienza.
In questi giorni in cui ho cominciato la visita alle famiglie casa per casa, ho percepito la gioia che la mia visita ha dato a qualcuno. Solitamente quella gioia si prolunga in una conversazione cordiale, a volte in piedi, a volte seduti.
Ma è anche vero, senza giudicare nessuno, che qualcuno non apre.
Una volta che mi sono presentato più o meno con queste parole: “buon giorno sono don Marco, sto passando per la visita alle famiglie, se ha piacere”, una persona mi ha risposto, dicendo: “no, grazie”.
Qualcuno mi dice: “sto uscendo”. “Siamo già a tavola”. “ Don Marco chi?”
Uno mi ha detto: “non ho nessun tempo e nessuna voglia”.
Qualcuno mi dice: “ci sono solo io” e decide di non farmi entrare, non so se per timore o per imbarazzo.
Qualcuno, dietro finestre comunque illuminate, non risponde.
Accade che, quando sono accolto, cerco, con la mia presenza, di parlar bene di Dio e poi, dopo aver pregato insieme, di benedire, degli altri; quando non sono accolto cerco, provo a parlar bene a Dio di chi non mi fa entrare. Questo nessuno me lo può impedire. Solo l’irritazione e il mio orgoglio mi possono ostacolare in questo parlar bene anche di chi non mi accoglie. Solo il fastidio presuntuoso mi può impedire di accogliere nel mio cuore almeno quelle voci e insieme le loro storie.
Ho diritto a pensarne male per il solo motivo di non essere stato accolto? Direi proprio di no. Ho piuttosto il dovere di farli entrare nel mio e di accoglierli in me.
La visita è un’offerta, l’accoglienza rimane un gesto di libertà.
Non è forse questo il mistero stesso del Natale?
Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe. Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto.
Chi mi accoglie e mi apre mi ricorda che l’accoglienza è un’arte. C’è chi prepara la casa pulita, chi prepara la moka sul fornello, c’è chi prepara i cioccolatini, chi mette la tovaglia bella; c’è chi attende con pazienza e rinuncia ad andare da qualche altra parte; chi torna prima o chi esce più tardi.
Chi non mi accoglie mi ricorda che l’accoglienza è un rischio, è un disturbo: ai nostri comodi, alle nostre stanchezze, alle nostre delusioni passate a cui abbiamo finito per dare peso e farle diventare certezze; è un disturbo ai nostri schemi e alle nostre sicurezze; è un inciampo ai nostri pregiudizi.
Accogliere significa mettere da parte i nostri calcoli per camminare insieme su un terreno a volte sconosciuto e incerto. Chi non mi accoglie mi ricorda che l’accoglienza non è cosa scontata; che anche io in questo Natale potrò sentirmi disturbato dal Dio che viene; che potrei non farmi trovare pronto a dire: Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Benedetto il Regno che viene»
Mi ricorda che anche io potrei non voler essere scomodato e infastidito dal Dio che viene: l’orario della messa non è quello giusto, le cose da fare sono tante, le persone a cui dare retta pure. Accade così che a Natale si finisce a far di tutto, ma non si riesce a pregare: proprio in quel giorno! Quando facciamo entrare un ospite in casa solitamente si usa, o forse si usava dire: “prego, accomodati”.
È una buona espressione di cortesia che si rivolge all’ospite che arriva nella nostra casa e che possiamo anche immaginare di rivolgere a quel bambino Gesù che stiamo aspettando in questo Natale.Solitamente quelle parole sono accompagnate dal gesto della mano che mostra la direzione all’ospite arrivato: prego, accomodati in casa nostra, sii nostro ospite in questo giorno e rallegraci con la tua presenza.
Vorrei suggerire un altro modo di intendere e pronunciare quelle parole: pronunciare quel “prego” consapevoli che è la prima persona singolare indicativo del verbo pregare: io prego. Allora le mani si muovono in un altro modo, si congiungono a cercare il raccoglimento e la concentrazione. Io prego, tu accomodati, Signore! Credo sia questo il modo migliore di pronunciarla in vista di questo Natale.
Accogliere: non c’è Natale senza qualcuno che accoglie.



