Quinta domenica di Avvento

Tu, chi sei?

Appello. Chiamata. Teniamo questa parola come chiave di comprensione della Parola che ci è rivolta in questa quinta domenica di Avvento. Appello significa chiamata. Lo si fa a scuola, per verificare chi è presente e chi è assente.
La presenza e la prontezza: si fa l’appello per verificare chi c’è e chi è pronto!
La disponibilità e la sensibilità: si fa appello quando si cerca un aiuto e un coinvolgimento di altri.
È un appello quello che Giovanni il Battista rivolge a ciascuno di noi, ancora oggi, grazie all’evangelista che ha fissato come parole di Vangelo, parola buona, la sua testimonianza. Forse, anche oggi, per molti le sue parole arriveranno come in un deserto, dove non c’è nessuno ad ascoltarle e a raccoglierle. «Io sono voce di uno che grida nel deserto».
Quei sacerdoti e leviti mandati ad interrogarlo, come quei Giudei che li avevano mandati, non sembrano interessati ad ascoltare, ma solo a screditare Giovanni: «Tu, chi sei? Che cosa dici di te stesso?»
Giovanni fa di tutto per non far ombra al messaggio che ha il compito di annunciare: io non sono il Cristo, ma uno che ha il compito di ricordarvi di rendere diritta la via del Signore. Ma l’attacco si fa ancora più personale: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». Ancora più forte diventa il tentativo di screditarlo: ma chi ti credi di essere!? Cosa vuoi insegnare a noi?
È facile quando ci si può nascondere nel gruppo. Ancora di più quando puoi mandare avanti gli altri. I Giudei non ci vanno di persona e mandano i sacerdoti e i leviti che vanno in gruppo, si fanno forti gli uni con gli altri. Non sono tenuti a presentarsi, non sono tenuti a dar conto di sé e neppure di chi li manda; non sono tenuti a giustificazioni e spiegazioni. Si sentono in diritto di interrogare: Tu, chi sei?
Nessuno di noi si è scelto il nome con cui essere chiamato. Lo hanno scelto i nostri genitori e da quel giorno quel nome è ciò che ci permette di non essere anonimi. Se non abbiamo scelto il nome, a noi tocca scegliere cosa fare di quel nome!
Avere un nome è un vantaggio per chi attende una chiamata desideroso di rispondere all’appello, affermare la propria presenza, accettare di essere interrogato, di affermare a se stesso e agli altri di essere pronto, di mostrare chi è, cosa sa o anche semplicemente di dare il proprio contributo e di fare la propria parte; uno svantaggio per chi preferisce rimanere nell’ombra, per chi non osa o non sa; uno svantaggio per chi non vuole responsabilità e non ama gli impegni.
Accade così anche per la nostra fede. Andare controcorrente non è facile. Dichiararsi oggi cristiani non è più cosa scontata; più facile passare per stupidi, che suscitare ammirazione. È scelta. È risposta non solo alla chiamata di Dio, ma anche alla chiamata alla vita. Non si può rispondere rimanendo nella folla, rinunciando al proprio nome e al diritto di parola, alla possibilità di dire e dissentire. Rispondere è affermare chi si desidera essere; dichiarare quali sono i valori che ci muovono e ci orientano.
Rispondere è anche dire chi non si vuole essere; a quali logiche non ci si vuole sottomettere ed adeguare; è sottrarsi alla logica del “così fan tutti, allora lo faccio anche io”.  È rinunciare all’esercizio sterile della protesta per passare non solo alla proposta, ma ancora di più all’azione.
Rispondere infine è riconoscere che non ascoltiamo e rispondiamo solo a noi stessi; rispondiamo di noi stessi perché c’è una voce a cui prestare ascolto. È riconoscere che il mondo e la storia degli uomini non sono trascinati dal caso verso la fine; non sono destinati ad essere travolti dal disordine e dal male senza che nessuno possa far nulla. Ciascuno di noi è chiamato a rispondere alla chiamata di Dio, a collaborare alla costruzione del suo Regno, confidando nella promessa di pace:  Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse, un virgulto germoglierà dalle sue radici. Su di lui si poserà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e d’intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore. Il lupo dimorerà insieme con l’agnello; il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un piccolo fanciullo li guiderà.
Anche in questo Natale il Signore ci chiama. Sottrarsi agli eccessi e alle esagerazioni; sottrarsi alle tensioni e ai contrasti; affermare che il Natale è semplicemente la meravigliosa presenza del Dio della pace non è fare i guastafeste. Certo arriveranno a dirci che siamo presuntuosi, fuori tempo, ingenui. Ci diranno che non sappiamo stare al mondo, che non sappiamo divertirci e che siamo solo invidiosi.
Perché non provare, in prima persona, a rispondere all’appello di Giovanni Battista: Rendete diritta la via del Signore.

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