
«Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!».
Seconda domenica di Avvento. Seconda pallina. Seconda parola che vuole aiutarci a ricordare la Parola. Comincia anche questa, come lo saranno del resto anche le successive, con la lettera A. Annuncio.
La parola “annuncio” e il verbo corrispondente “annunciare” hanno una loro forza particolare che oggi riconosciamo presente in Giovanni Battista.
Egli venne e predicava nel deserto della Giudea dicendo: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!»
Lo faceva con un impeto che potrebbe apparire perfino eccessivo ed esagerato: «Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione, e non crediate di poter dire dentro di voi: “Abbiamo Abramo per padre!”».
Eppure, tutti accorrevano a lui, per nulla infastiditi da questa veemenza, ma addirittura affascinati e attratti: Gerusalemme, tutta la Giudea e tutta la zona lungo il Giordano accorrevano a lui.
Non conosce la vanità: portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi.
Non conosce eccessi: il suo cibo erano cavallette e miele selvatico.
Di poche parole e quelle poche neppure tanto accattivanti: Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco.
Eppure la gente di lui si fida: si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Il detto ambasciator non porta pena, che sta ad indicare che colui che porta il messaggio non ne è il responsabile e può perfino prenderne le distanze e in cuor suo anche non essere d’accordo, non ci può certo far pensare a Giovanni.
La sua missione infatti è proprio identificarsi con la Parola che Dio lo ha mandato ad annunciare.Quando sei chiamato ad annunciare qualcosa devi necessariamente esserne coinvolto; il contenuto di quello che dici deve passare dal cuore prima di arrivare alla bocca. Diversamente il tuo è semplicemente un avviso, non un annuncio. È un’informazione; è poco più di una notizia come tante e tra le tante. Non tocca il cuore e difficilmente viene memorizzata e ricordata. Un annuncio ha una potenza diversa, non per il contenuto, ma in forza di colui che lo porta.
Come è accaduto per Giovanni Battista, l’annuncio e colui che annuncia occorre che provino ad essere una cosa sola.
Colui che annuncia, a differenza dell’ambasciatore, non può prendere le distanze da ciò che dice, rivela e proclama. Non può dire o anche solo far pensare: questo annuncio è solo per voi e non per me.
Quell’annuncio ha innanzitutto prima di tutto provato a cambiare la sua vita e così, a volte, senza che nessuno lo costringa, lo regala ad altri.
Non predica bene e razzola male, o quanto meno ciò che predica, lo predica innanzitutto a se stesso, consapevole che se ancora è distante da ciò che dice, in quella direzione sta camminando.
Il predicarlo e annunciarlo serve innanzitutto a dire a se stesso, proprio per convincersi, che è quella la strada, è così che deve essere, è così che deve fare.
Si chiama forse più semplicemente coerenza. Le sue parole sono annunci, non sono avvisi.
Dire a qualcuno che aspetti un figlio, che ti sei laureato, che hai cambiato lavoro, che ti sei innamorato, ma anche dire che hai una malattia seria, che stai vivendo un lutto, che hai perso il lavoro, non sono avvisi.
Sono annunci; sono eventi che hanno toccato prima la vita.La fede è fatta per essere annunciata; l’incontro con il Signore che ti cambia la vita.
Dobbiamo solo dispiacerci del fatto che oggi tutto sembra possa essere detto per messaggio, che possa essere detto al posto di altri fino quasi a diventare pettegolezzo.
Dovremmo riscoprire la bellezza del metterci in comunicazione e del fare comunione.La bellezza di saper trovare parole che costruiscono, che accarezzano, che consolano, che incoraggiano; parole che dicono di noi.La bellezza – così ci dice Giovanni – di avere anche parole che correggono, ma non umiliano; richiamano, ma non impongono; parole che educano, ma non feriscono.
Già tra qualche settimana forse cominceremo ad augurarci un buon Natale.
Saranno parole di cortesia, o avremo il cuore pronto a regalarcelo come annuncio?
Io credo che, perché questo accada, dobbiamo prima far entrare il Natale di Gesù nel cuore.
Il tempo dell’Avvento serve proprio a questo. Non perdiamo l’occasione.
Poiché le tue parole, mio Dio, non son fatte per rimanere inerti nei nostri libri,
ma per possederci e per correre il mondo in noi,
permetti che, da quel fuoco di gioia da te acceso, un tempo, su una montagna,
e da quella lezione di felicità,
qualche scintilla ci raggiunga e ci possegga, ci investa e ci pervada.
Fa’ che, abitati da esse, come “fiammelle nelle stoppie”, corriamo per le vie della città,
e fiancheggiamo le onde della folla, contagiosi di beatitudine, contagiosi della gioia.
M. Dêlbrel



