V dopo il martirio del precursore

Cappella dei Penitenti Bianchi - FolonFinalmente una parabola. Una Parola dentro cui accomodarsi per lasciarsi scomodare. Protetti perché a metterci la faccia sono altri: È il dottore della legge, seppure anche lui esterno alla parabola, che si espone con una domanda e che chiede a Gesù di esporsi: si alzò per mettere alla prova il Signore Gesù; È l’uomo che scendeva da Gerusalemme a Gerico che cade nelle mani dei briganti; Sono anche i briganti; È il sacerdote che percorreva la stessa strada.  È il levita. È il samaritano. È l’albergatore. Sono loro che ci mettono la faccia: li possiamo osservare, ascoltare, giudicare, interrogare… sapendo che per avere risposte, dobbiamo avere l’ardire di provare a metterci nei loro panni e infine mettere in gioco noi stessi. A far nascere la parabola stessa è una domanda fatta per mettere alla prova Gesù ma certamente seria, pratica: cosa devo fare? Cosa devo fare per avere la vita eterna? È domanda che nel Vangelo si ripete più volte: è la stessa del giovane ricco. È la stessa che viene rivolta a Giovanni Battista per tre volte, dalla folla, dai pubblicani e poi dai soldati. Cosa dobbiamo fare? Perché il Vangelo non è una teoria. È una parola che chiede di diventare una pratica. L’uomo saggio è colui che innanzitutto ascolta perché solo così sa cosa mettere in pratica. E infatti Gesù, alla domanda del dottore della legge risponderà con una domanda che dice: «Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?». Sta scritto: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai». La prima considerazione che mi pare importante fare è che per sapere cosa fare, occorre ascoltare. Dicevo che su questo il Vangelo è molto chiaro. Non ascoltare quello che abbiamo dentro, ma una Parola che viene da Dio. Se mentre cammini per la strada, incontrando quell’uomo malmenato, ti fermi ad ascoltare quello che hai dentro, allora potresti ritrovarti nei panni del sacerdote o del levita. Se ascolti le tue paure, scappi perché potrebbero aggredire anche te; se ascolti i tuoi pregiudizi, quell’uomo mezzo morto forse se l’è cercata e meritata; se ascolti la tua agenda o il tuo senso pratico, hai sicuramente qualche impegno che ti aspetta e qualche cosa da fare; se ascolti le tue insicurezze, penserai che non sei capace di aiutare quell’uomo ed è meglio che lo faccia qualcuno d’altro; e passerai oltre. Ascolta, come ha ricordato la prima lettura, è il primo comando: ascolta, o Israele, e bada di metterli in pratica, perché tu sia felice.  Nell’ascolto della Scrittura si impara la vita e si impara a capire la via da seguire. Ascolta e istruisci il tuo cuore. Si impara che quell’obbedire e mettere in pratica è la strada semplicemente della vita, prima ancora che essere la strada per la conquista della vita eterna. Non serve preoccuparsi dell’aldilà, della vita eterna, se non siamo preoccupati di chiederci se la vita che facciamo, qui ed ora, è conforme alla vita eterna. Leggi. Impara la vita che è quella cosa che comincia quando cominci ad amare: «Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso». Il buon samaritano della parabola salva innanzitutto se stesso dalla morte, prima ancora che l’uomo incappato nei briganti. Fare il bene fa bene. Amare fa vivere. Non domandarti chi è il tuo prossimo, ma se tu sei disposto a farti prossimo. Non domandarti chi ha diritto al tuo amore, chi se lo merita, a chi convenga darlo. Lo vide, passò oltre. Vide e ne ebbe compassione. In quello sguardo sull’altro, è fatto dono di uno sguardo su se stessi. Si capisce chi è il prossimo ma si capisce quando sono capace di farmi prossimo. Gesù invita il dottore della legge a mettersi non dal punto di vista del sacerdote, del levita e neppure da quello del samaritano, ma da quello dello sfortunato viandante, e gli domanda: “Chi di questi tre ti sembra sia stato il prossimo di colui che è incappato nei briganti?”. Il dottore della legge risponde giustamente: “Chi ha avuto compassione di lui”. Per l’uomo derubato e ferito dai briganti il prossimo è il samaritano: egli si è comportato come suo prossimo.  Solo se sai metterti nei panni dell’uomo povero, malmenato, puoi dire chi è il prossimo. Se ti levi dalle tue sicurezze dentro le quali non hai forse neppure bisogno di un prossimo e dentro le quali forse fai fatica a farti prossimo; se senti compassione, ovvero se sai sentire il dolore dell’altro come fosse tuo; se sei capace di non andartene, ma di fermarti… allora sei pronto a diventare prossimo di qualcuno. Fratelli, non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole; perché chi ama l’altro ha adempiuto la Legge. Perciò gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo. Come spesso capita, Paolo ha certo parole potenti e incoraggianti, chiare e quindi comprensibili. Possano diventare vita per noi che le ascoltiamo: ecco la cosa migliore che possiamo fare.

 

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