In quel tempo. I Giudei si misero a mormorare contro il Signore Gesù… Un altro Vangelo che chiede un passo indietro per essere meglio compreso. Chiede la lettura di tutto il capitolo 6 del Vangelo di Giovanni o almeno il richiamo alla memoria di cosa sia appena accaduto in quel tempo, di quali siano i fatti e i motivi che hanno portato i giudei a mormorare contro il Signore Gesù. I fatti sono questi: il giorno prima, Gesù, sulla riva del mare di Tiberiade, aveva compiuto il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci a beneficio di una folla che lo aveva seguito, ascoltato e si ritrovava comunque affamata. «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; avevano detto i discepoli aggiungendo subito: ma che cosa sono per tanta gente?» . Proprio quel poco, messo nelle mani di Gesù, pur tra la perplessità e i timori dei discepoli, quel giorno diventa però il molto sufficiente a sfamare tutti e perfino a riempire 12 ceste con gli avanzi. Nel cuore di quella gente si era così fatta strada l’intuizione che quel Gesù non era un profeta qualsiasi. Scrive Giovanni: la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!» e cerca così Gesù con l’intenzione di farlo re, ma annota sempre Giovanni, «Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.» Gesù si sottrae a questa ricerca. Egli non è venuto per essere Re in quella maniera. Egli è venuto perché all’uomo non manchi mai quel pane, non attraverso il miracolo della moltiplicazione, ma attraverso lo stile della condivisione e perché così non manchi mai la vita. Gesù stesso tenta di sciogliere questa incomprensione: In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna. Ma come abbiamo sentito nei versetti appena ascoltati: i Giudei continuarono a mormorare. Questa incomprensione trova il suo motivo nello sguardo diverso su quanto accaduto sulla riva del mare di Tiberiade, dove la gente era rimasta meravigliata e soddisfatta dal miracolo della moltiplicazione del pane senza cogliere la profonda intenzione e il grande insegnamento di Gesù. Quel giorno, davanti a quella folla e proprio in risposta alla sua fame, Gesù non moltiplica i pani, ma racconta il senso della croce e anticipa l’Eucarestia. Davanti a quella folla Gesù dona il pane, ma presto donerà se stesso come Pane. Sulla Croce viene svelata la verità profonda di questo miracolo: il nostro Dio si “spezza per noi”, per farci vivere. Il nostro Dio è davvero un Padre che darebbe la sua vita per far vivere i suoi figli e le sue figlie. Rileggete le parole di questo Vangelo, guardando alla croce: «Io sono il pane della vita; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo». Il vero miracolo, vuol far intendere Gesù, non è la moltiplicazione che produce ricchezza materiale, ma la divisione e la condivisione, che è generata dall’amore e genera la vita. Il mormorare dei Giudei manifesta la loro resistenza nei confronti di un Dio che ha certo moltiplicato quel giorno il pane per avere l’attenzione degli uomini, ma non certo per comprarli riempendo loro semplicemente la pancia. Il mormorare dei Giudei nasce da quella logica umana che ritiene la moltiplicazione delle ricchezze la soluzione alla povertà, alla fame, e ad ogni bisogno dell’uomo. Il loro mormorare racconta la fatica a capire che la soluzione proposta da Dio è invece quella della divisione che nasce dalla condivisione; la stessa fatica del resto che l’uomo prova nel comprendere la Croce. Come diceva padre Turoldo: «Credo sia più facile moltiplicare il pane, che non distribuirlo. C’è tanto di quel pane sulla terra che a condividerlo basterebbe per tutti» Gesù sta cercando di far comprendere ai suoi discepoli e ai Giudei un pensiero per la verità semplice: io faccio vivere. Io alimento la vita, anche quella di chi come Elia, non ne può più, è stanco, affamato, impaurito; la vita di chi sta camminando nel deserto e ritiene il cammino troppo lungo per le sue sole forze ed è tentato di dire: basta! Io faccio vivere, dice Gesù. Io sono il pane della vita non perché libero dalla fame, ma perché libero dalle catene dell’egoismo e dalla paura del condividere, dal timore che quel che abbiamo sia così poco da poter bastare solo a noi stessi. Se torniamo indietro a quel giorno sul mare di Tiberiade possiamo vedere Gesù compiere tre gesti che permetteranno a tutti di sfamarsi: prese i pani e, dopo aver reso grazie, li distribuì. Prendere, rendere grazie, distribuire. Sono queste le tre azioni di colui che di sé dirà: io sono il pane della vita. Sono le tre azioni che generano vita per tutti e per sempre.
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