I dopo il martirio del precursore

 

IMG_3037 2Poiché questo popolo / si avvicina a me solo con la sua bocca / e mi onora con le sue labbra, / mentre il suo cuore è lontano da me / e la venerazione che ha verso di me / è un imparaticcio di precetti umani, / perciò, eccomi, continuerò / a operare meraviglie e prodigi con questo popolo; La lettura di queste parole di Isaia che aprono la prima lettura, fanno con buona ragione pensare ad un solenne rimprovero che il profeta rivolge a Gerusalemme per conto di Dio.  Un rimprovero pesante e che credo possiamo anche ritenere motivato. La venerazione del popolo nei confronti di Dio parte da una conoscenza scolastica di Dio stesso: quello che avete nel cuore è un imparaticcio di precetti umani. Avete mandato a memoria qualche nozione, avete fatto vostra qualche buona abitudine, avete nel cuore qualche buona tradizione, una qualche idea su Dio ve la siete fatta con qualche comandamento; oltre che a conoscerlo, lo rispettate. Quello che però dite con le labbra non nasce dal cuore che rimane lontano e devono ancora venire i giorni in cui coloro che al momento sono come sordi alla Parola di Dio potranno sentire e coloro che sono come ciechi possano vedere ed essere liberati dall’oscurità e dalle tenebre. Parole certo dure che farebbero immaginare duri provvedimenti da parte di Dio, severi castighi e punizioni. Se rileggete attentamente invece, non può sfuggirci e non meravigliarci come Dio reagisce e quel che Dio decide di fare proprio a seguito di questa lontananza da parte del popolo: perciò, eccomi, continuerò / a operare meraviglie e prodigi con questo popolo. Proprio così! La Parola ci racconta di un Dio che non si stanca di andare a cercare ogni uomo e non per rimproverare le mancanze, ma per meravigliarlo e stupirlo con prodigi sempre più grandi, nella straordinaria e divina convinzione che non è altro che l’amore di Dio verso l’uomo a generare la fede e a permettere a quel punto di rispondere all’uomo con l’amore verso Dio. Ma a quell’amore dobbiamo imparare ad esporci, perché ci raggiunga. Abbiamo bisogno di crederci e ancora prima di riconoscere che ne abbiamo bisogno. Guai a quanti vogliono sottrarsi alla vista del Signore per dissimulare i loro piani, a coloro che agiscono nelle tenebre, dicendo: «Chi ci vede? Chi ci conosce?». Ma attenzione che il primo prodigio che Dio compie è quello di portare alla luce quanto stolta sia la logica degli uomini, quanto sia insufficiente a leggere il senso della vita; è quello di svelare la stoltezza di coloro che si sono proclamati sapienti e intelligenti; di smontare la convinzione di superiorità di coloro che credevano di aver capito già tutto della vita. Sparirà l’arrogante, saranno eliminati quanti tramano iniquità, quanti con la parola rendono colpevoli gli altri, quanti alla porta tendono tranelli al giudice e rovinano il giusto per un nulla. Il primo prodigio che compirà è di rimettere in cammino coloro che sinceramente cercano Dio: Udranno in quel giorno i sordi le parole del libro; liberati dall’oscurità e dalle tenebre, gli occhi dei ciechi vedranno. Gli umili si rallegreranno di nuovo nel Signore, i più poveri gioiranno nel Santo d’Israele. Prodigio del Signore è avvicinare labbra e cuore. È diminuire la distanza, è rimuovere tutto ciò che ha occupato quello spazio non permettendo al discepolo una lode sincera, una professione di fede convinta e convincente, ostacolando quell’abbandono fiducioso a Dio che Giovanni il Battista sembra già essere capace di vivere ricavandone una gioia piena e facendogli dire ancora: lui deve crescere e io devo diminuire. Prodigio che il Signore può e noi dobbiamo desiderare si compia e quindi invocare, è proprio quello di svuotarci di quel io che credo occupi esattamente quello spazio tra il cuore e la bocca, non lascia posto a niente e nessuno, che a volte ci fa solo apparire senza essere e mostrarci per quel che non siamo, che interrompe il contatto e ci fa parlare senza sincerità, senza cuore appunto. Giovanni interrompe immediatamente il tentativo dei discepoli di contrapporlo a Gesù, quasi di ingelosirlo, di farlo sentire scavalcato e accompagna i suoi discepoli all’incontro con colui cui è venuto semplicemente a preparare la strada. Conosce il suo compito, non si lascia confondere neppure dal successo della sua azione e ora accompagna anche noi. Come viene spesso rappresentato nelle opere d’arte, anche oggi egli punta il dito verso Gesù, ci invita ad incamminarci verso di Lui, a lasciarlo crescere in noi, a liberare spazio, a ripristinare il contatto tra cuore e labbra perché nella nostra preghiera, nel nostro essere qui per l’eucarestia, nel nostro ritrovarsi di queste sere per la preghiera del rosario possiamo sentire lui vicino al cuore, possiamo lasciarlo agire e compiere i suoi prodigi a nostro favore. Possa, semplicemente, ravvivare la nostra fede proprio mentre ci rimettiamo in cammino dentro un nuovo anno pastorale.

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