
Difficile resistere al rito del Capodanno; difficile resistere alla possibilità di pensare che “anno nuovo, vita nuova”; difficile non augurarsi che l’anno nuovo ci permetta di lasciarsi alle spalle problemi, preoccupazioni e affanni; naturale desiderare che porti novità buone; difficile non fare propositi e prevedere e augurarsi traguardi e obiettivi. È un desiderio legittimo quello di desiderare sempre il meglio, ma a volte ho l’impressione che questo augurio di un anno buono sia più spinto dalla lamentela e dalla scontentezza per quello che è stato, che da desideri precisi di cose buone per il futuro.
Così sento di voler dar ragione a Franco Arminio quando scrive che ogni giorno dovremmo cominciarlo con piccoli esercizi di ammirazione, con piccoli esercizi di riabilitazione alla gioia. Istituire una sorta di Capodanno tra un giorno e l’altro, tra un’ora e l’altra. Dobbiamo scendere molto in fondo a noi stessi e rimanere ben saldi in superficie assieme agli altri. Senza tenere insieme questi due movimenti non c’è intensità, non c’è bellezza.
Sono parole che sento in sintonia con il racconto del Vangelo; con l’atteggiamento di Maria che, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. Con l’atteggiamento dei pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.
Non c’è bisogno del Capodanno per cercare motivi di meraviglia nella nostra vita, per dare spazio alla gioia nascosta nelle piccole cose, per rinnovare non solo la speranza, ma ancor prima l’impegno e la responsabilità personale nell’accadere di giorni buoni.
Maria aveva i suoi buoni motivi per gioire, ma a ben vedere aveva anche diversi motivi per lamentarsi e di cui preoccuparsi. Papa Francesco lo chiama “lo scandalo della mangiatoia”. Aveva ricevuto da un angelo un annuncio fatto di parole solenni: «Concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre». Quel bambino nascerà, ma lo deve deporre in una mangiatoia per animali.
Raccoglie tutto nel cuore, consapevole che gli occhi a volte non bastano e a volte addirittura ingannano; consapevole che quello che vediamo è solo una parte di un mistero sempre più grande; consapevole che l’attimo presente non sempre riesce a contenere e quindi a svelare la ricchezza delle cose, delle circostanze e delle persone.
Lo stesso possiamo dire dei pastori: anche a loro un angelo aveva fatto una promessa grande: vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Quello che trovano – con loro l’angelo era stato chiaro – è un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia. A loro non riesce di tacere e il loro racconto non è deluso e non delude: se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro. E tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori.
C’è bisogno del tempo. C’è bisogno di aspettare domani e poi ancora un giorno e ancora uno. A volte diventano mesi; a volte si arriva in fondo all’anno. Per questo dovremmo essere contenti dell’arrivo di un anno nuovo, non semplicemente per la possibilità di sbarazzarci di quello vecchio.
Per questo è bello anche festeggiare l’anno nuovo e celebrare in questa ottava il mistero del Natale per ricordare che il tempo e i giorni sono un dono. Non ne disponiamo pienamente. Non ci si può arricchire di tempo che non si lascia accumulare: è permesso solo usarlo. Siamo tutti ricchi uguali. Sta certo a noi decidere come usarlo, nella consapevolezza che quello che decidiamo di non usare andrà perso e non ci verrà restituito.
Non possiamo cadere nella trappola del disimpegno e neppure in quella dell’agitazione.
L’equilibrio è da cercare tra il sereno abbandono e il generoso impegno. Come suggerisce sant’Ignazio: “prega come se tutto dipendesse da Dio e lavora come se tutto dipendesse da te”.
Anche questo nuovo anno sarà fatto di gioie e di dolori, di incontri e di scontri, di inizi e di addii, di lutti e di nascite, di silenzi e di canti, di solitudini e di compagnia. Occorre prepararsi ad accogliere tutto, senza ingenuità e senza timori. Bisogna osare ringraziare perché quando le cose accadono, è segno che siamo vivi.
Come oggi dovremmo saper dar conto di come abbiamo usato il tempo dei giorni dell’anno che si chiude, tra un anno dovremo saper render conto dei giorni che verranno.
È un lavoro mai finito; è il lavoro della vita; è il lavoro di una vita intera.
Per far questo dobbiamo essere pienamente presenti e non solo fare presenza alla vita. Dovremo saper benedire ogni nostro giorno con piccoli esercizi di ammirazione e non solo chiedere a Dio di benedirlo o alla fortuna di baciarlo.



