Parrocchia S. Agata – Monticello
Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla
Ancora una volta, come due domeniche fa, la pagina del vangelo che ci è regalata ci porta ad ascoltare le parole della preghiera che Gesù rivolge al Padre al termine dell’ultima cena. Dopo aver parlato ai suoi discepoli, Gesù si mette in disparte e prega. Parla con il Padre. Come già dicevo, quelle che stiamo ascoltando non sono parole di insegnamento, sono semplicemente parole di preghiera, parole da origliare, da raccogliere e custodire, come fa del resto Giovanni prima di scriverle nel suo vangelo.
Ascoltandole credo possiamo davvero meravigliarci nel sentire che non si sta rivolgendo al Padre per se stesso. Avrebbe certo avuto buone ragioni: Gesù conosce cosa lo aspetta nei prossimi giorni. Lo aveva preannunciato ai suoi discepoli più volte: il Figlio dell’uomo doveva molto soffrire, ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare.
Non sta pregando il Padre di difenderlo e di salvarlo dalla morte. Neppure nel Getsemani quando tornerà a pregare poco prima di essere arrestato dirà semplicemente: «Padre mio, se questo calice non può passare via senza che io lo beva, si compia la tua volontà».
È cosa che non può passare inosservata questo Gesù che prima di entrare dentro la sua passione e di andare a morire in croce non prega per se stesso, ma prega per i suoi discepoli.
Ascoltandole, credo possiamo soprattutto emozionarci nel sentire Gesù, alla vigilia della sua passione, che si rivolge al Padre non per lamentarsi della pochezza dei suoi discepoli; non per mandare a quel paese Giuda che di lì a poco lo avrebbe tradito; non per brontolare di Pietro dopo aver fatto il gradasso ed essersi detto pronto ad andare a dare la propria vita per Gesù; non per parlare male degli altri discepoli che lo avrebbero lasciato solo; prega per loro.
Prega esprimendo la preoccupazione che ha nel cuore per ciascuno di loro: Quand’ero con loro, io li custodivo nel tuo nome, quello che mi hai dato, e li ho conservati, e nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si compisse la Scrittura.
E ora chi si occuperà di loro? Chi continuerà a custodirli, a vegliare e proteggerli? Padre, pensaci tu!
Gesù che conosce il cuore di ciascuno dei suoi discepoli sa che non sono ancora pronti. Sa che le vicende della passione e della morte in croce saranno un duro colpo per il loro morale e ancora di più per la loro fede. Sa che cominceranno a dubitare di tutto quello che ha loro insegnato.
Lo sa Gesù, come lo sappiamo noi. Perché il cuore di quei discepoli non è diverso dal nostro.
Non ci sentiamo mai abbastanza protetti da Dio. Abbiamo sempre paura che la vita all’improvviso ci possa mostrare il suo volto più severo; che le tempeste si abbattano, i fiumi straripino, i venti soffino troppo violenti perché la casa resista; che Dio si possa dimenticare di noi e che il maligno possa avere la meglio. I loro dubbi sono i nostri; le loro paure sono identiche a quelle che abitano il nostro cuore: la paura di non farcela, di non essere pronti, di non poter controllare tutto, di non avere certezze, la paura della morte.
Lo sa Gesù e prega per loro, come prega per noi, con parole delicate e premurose: Padre santo, custodiscili nel tuo nome. Prego che tu li custodisca dal Maligno; perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia.
Un nome in cui essere custoditi. La difesa dal male. La pienezza della gioia. Ecco i tre doni richiesti da Gesù mentre esprime la consapevolezza del suo ritorno al Padre e la sua preoccupazione di non poter più accompagnare di persona il cammino dei suoi discepoli.
Voglio spendere una parola sulla pienezza della gioia che Gesù chiede per noi.
Viviamo in un tempo in cui la felicità non sembra più solo un diritto, ma soprattutto un dovere e se non lo sei ti fa sentire in colpa e in difetto; viviamo in un mondo la cui economia si regge sulla nostra infelicità, in un mondo che fondamentalmente ha interesse a vederci infelici perché è proprio quando sei infelice che sei più propenso a spendere, a comprare, a consumare e quindi a far guadagnare.
Nel cenacolo ascoltiamo invece Gesù che questa gioia la chiede gratuitamente a Dio e nella sua pienezza, non per il suo tornaconto, ma per il nostro bene. Se è Gesù stesso che chiede al Padre questa cosa, non possiamo certo pensare che la sua preghiera venga disattesa o cada nel vuoto.
Il salmo stesso ci aiuta a far nostra questa consapevolezza di un amore che ci precede e ci custodisce quando ci fa dire: Signore, tu mi scruti e mi conosci, ti sono note tutte le mie vie. Sei tu che hai formato i miei reni e mi hai tessuto nel grembo di mia madre. Io ti rendo grazie: hai fatto di me una meraviglia stupenda; meravigliose sono le tue opere, le riconosce pienamente l’anima mia.
Noi non siamo del mondo, noi siamo di Dio. Gli apparteniamo e il mondo non può strapparci dalla sua mano. Provate a strappare qualcosa dalle mani di Dio se ne siete capaci.
Quella sera, i discepoli ebbero la fortuna di sentirlo pregare, ad alta voce, con le parole che anche noi abbiamo oggi riascoltato. Lasciamoci emozionare come si è emozionato Giovanni quella sera, intuendo che quelle parole erano per noi Vangelo, non una tra le tante buone notizie, ma la Buona Notizia.



