Penultima dopo l’Epifania

Parrocchia S. Agata Monticello
Parrocchia S. Maria della Purificazione Torrevilla

Voglio l’amore!

«Se costui fosse un profeta, saprebbe chi è, e di quale genere è la donna che lo tocca: è una peccatrice!».
Così disse tra sé il fariseo di nome Simone che aveva invitato Gesù a mangiare in casa sua. Fermiamoci un attimo su questa frase perché ci rivela e ci dice molte cose.  Dice che quella donna è una peccatrice; che una peccatrice non merita attenzione; dice che Simone è ben informato sui compaesani: vien da pensare sia uno di quelli che sa vita, morte e miracoli di ciascuno; è uno ben informato e che la sa lunga.
Dice anche e soprattutto una certa delusione di Simone stesso nei confronti di Gesù: “Ho invitato questo Gesù a casa mia; so che in giro, tra la gente si è fatto conoscere, la gente pensa che sia Giovanni il Battista, altri Elia, altri uno degli antichi profeti che è risorto, ma non sa chi è quella donna? Veramente deludente come profeta! Un profeta non può non sapere chi è e di quale genere è la donna che lo tocca! Non si vergogna?”.  Parole sprezzanti verso la donna e ancor più verso Gesù e il suo atteggiamento, vero motivo della sua indignazione.
Quelle parole di Simone ci dicono che a suo modo di vedere uno mandato da Dio, un profeta, la prima cosa che deve sapere e deve giudicare è esattamente la fedina penale delle persone che ha davanti.
Raccontano quelle parole di un Dio molto più interessato ai nostri peccati più che alla nostra persona, ai nostri sbagli più che alla nostra vita, alla nostra condanna più che alla nostra liberazione, alla nostra malattia più che alla nostra guarigione. Raccontano di un Dio severo e che non può non sapere; di uno Dio che per essere Dio, deve occupare la maggior parte del tempo a vedere e a tener conto dei peccati che facciamo.
Ma quel giorno anche Gesù ha qualcosa da raccontare a proposito di Dio. Lo vuole raccontare a Simone, con tenerezza e pazienza: «Simone, ho da dirti qualcosa». Gesù sembra già smentire Simone. Conosce non solo questa donna, ma conosce anche i giudizi di Simone, di cui sente i pensieri che non aveva osato manifestare.
Se anche noi oggi sapremo dire con Simone: «Di’ pure, maestro», sentiremo allora Gesù raccontare di un Dio che certamente conosce bene i nostri peccati: quelli della donna, dirà Gesù stesso, sono molti.
Ma sentiremo raccontare anche di un Dio molto più interessato alla nostra persona e alla nostra vita che ai nostri sbagli, alla nostra liberazione più che alla nostra condanna, alla nostra guarigione più che alla nostra malattia. Esattamente un Dio opposto a quello conosciuto e raccontato da Simone. Suggerisce a Simone, per convincersene, di pensare a due uomini, debitori l’uno di cinquecento denari, l’altro di cinquanta.  Nessuno dei due ha modo di restituire quanto dovuto. C’è un solo modo per sistemare la situazione: il gesto del padrone di condonare il debito. Quel gesto spalanca una possibilità nuova. Ora è possibile pensare a costruire, non solo a riparare; ora è possibile guardare al futuro e non rimanere legati al passato. È possibile credere ancora in sé stessi e anche negli altri. Chi apprezzerà di più il gesto del creditore? La risposta appare scontata non solo a noi, ma anche a Simone. Certamente colui che aveva il debito più grande e difficile da restituire.
Di questo stesso Dio, ci parla anche la donna del vangelo che stando dietro, presso i piedi di lui, piangendo, cominciò a bagnarli di lacrime, poi li asciugava con i suoi capelli, li baciava e li cospargeva di profumo.
Ella senza temere il giudizio dei presenti presso cui sa bene quale fame gode, entra e compie dei gesti che la maggior parte della gente presente interpreta come gesti di seduzione, di conquista, gesti di chi offre amore, in sintonia con la sua reputazione, ma che Gesù solo riesce a comprendere come gesti di riconoscenza di chi si sente amata e compresa. La donna non ci stava “provando”, si stava fidando e affidando.
Questa donna ha capito meglio di tutti come non ci sia bisogno di conquistarsi i favori e le attenzioni di Dio, ma ci sia bisogno innanzitutto di fidarsi della sua bontà. In quella casa entra senza essere invitata. È sola. Sa di essere peccatrice e sa bene che quella è la sua reputazione. Non ha niente e nessuno dalla sua parte se non quel Gesù. Lo sa in anticipo. Non ha bisogno di chiedere permesso per esprimere la sua gratitudine e quell’affetto che dimostra prima e non dopo aver ricevuto comprensione. È come se nel suo cuore ci fosse e risuonasse già la certezza di quelle parole che solo dopo Gesù le rivolgerà: «I tuoi peccati sono perdonati». Queste parole sono per lei l’inizio di una vita nuova: «La tua fede ti ha salvata; va’ in pace!». Certa di ottenere clemenza, mette da parte la vergogna. Mentre per farisei quel perdono è di scandalo – «Chi è costui che perdona anche i peccati?» – quella donna sembra l’unica a credere fino in fondo alle meravigliose parole del profeta Osea: “Voglio l’amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti. E ancora prima: “Venite, ritorniamo al Signore: egli ci ha straziato ed egli ci guarirà… ci fascerà. Dopo due giorni ci ridarà la vita e il terzo ci farà rialzare, e noi vivremo alla sua presenza. Affrettiamoci a conoscere il Signore, la sua venuta è sicura come l’aurora. Verrà a noi come la pioggia d’autunno, come la pioggia di primavera che feconda la terra”.
Vedi questa donna Simone? Lei ha capito come non sia il peccato ad allontanarci davvero da Dio, ma l’incapacità ad ammetterlo e a lasciarsi perdonare. Lo sa un genitore e dovrebbe saperlo un figlio: l’errore commesso non è più forte dell’amore; lo sbaglio non riesce a cancellare l’amore; è l’amore che cancella lo sbaglio e restituisce pace. Ne abbiamo tanta di strada da fare, per avere una fede grande come la sua!

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