VII dopo il martirio di Giovanni Battista

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Parrocchia S. Maria della Purificazione Torrevilla

La difficoltà di questa parabola credo sia nella sua stessa notorietà e nello stesso tempo ci è di aiuto il fatto che Gesù stesso la spiega ai suoi discepoli.   Ma ci sono parole che Gesù nella sua spiegazione sembra non voler considerare, sulle quali vorrei fermarmi: Sono l’inizio stesso della parabola: il seminatore usci a seminare. Dio nel parlare di sé si immagina come un seminatore, non particolarmente bravo. Getta senza guardare dove getta e così il seme finisce in tre terreni dove non riesce a dare frutto.
Il dialetto ha un’espressione particolare per dire “risparmiare”: “tegn a mà”, “tenere a mano”.
L’espressione è riferibile proprio all’ambiente agricolo, e in particolare dal rituale della semina.
Quando si seminava a mano, spargendo il seme nei solchi tracciati dell’aratro, si prendeva una manciata di semi dalla sacca e si cominciava a spargerli a destra e sinistra, avendo cura di gettarli dove andavano gettati e soprattutto di non sprecarli, perché non sempre il seme abbondava per cui andava tenuto bene in pugno, gettato con attenzione: “tenuto a mano”, ben stretto in pugno e gettato laddove fosse veramente utile alla crescita del germoglio.  L’esatto contrario di ciò che fa il Dio Seminatore della parabola di oggi, che proprio sembra non conoscere il concetto del “tenere a mano”; Dio “non tiene a mano” il seme, Dio è largo fino allo spreco; Dio non risparmia nulla di ciò che è in suo possesso, ma lo getta e lo offre per creare opportunità, incurante del risparmio.
La forza della Parola di Dio sta proprio nella sua abbondanza, nella sua seminagione senza risparmio, nella sua diffusione ad ogni costo, nella sua lotta al calcolo e al “tenere a mano”.
Un Dio libero dalla convenienza o dalla logica del merito… un Dio che genera opportunità, crea occasioni, non misura la sua fiducia. Offre opportunità anche dove la logica umana è portata a desistere e rinunciare; spera anche nei sassi, imprudente e fiducioso; sogna vita e vede futuro ovunque.
È vero che si è tutti in grado di distinguere una strada, da un terreno sassoso, da un terreno con i rovi, da un terreno che appare propizio per la semina
Ma è il seme che cade che disvela la qualità e la consistenza del terreno stesso.
È la parola che cade che disvela a noi stessi la qualità e la consistenza di noi stessi.
Nella lettera agli Ebrei al capitolo 12 troviamo scritto: la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore. Non vi è creatura che possa nascondersi davanti a Dio, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi di colui al quale noi dobbiamo rendere conto.
Come il seme mette allo scoperto le qualità del terreno, così la parola mette in luce le qualità delle nostre vite, dei nostri cuori, delle nostre menti, della nostra volontà, della nostra perseveranza, del nostro carattere. Ci fa conoscere Dio, ma ci fa conoscere a noi stessi. Conoscersi richiede la collaborazione di altri; di chi ha visto di me alcuni aspetti che io non conosco.  Occorre evitare che altri, per svariati motivi, abbiano paura di rivelarmi ciò che di me vedono e comprendono. Questo richiede fiducia e trasparenza. Richiede sincerità a disponibilità a lasciarsi mettere in discussione.
Non devo temere sorprese perché la conoscenza di se stessi passa attraverso qualche sorpresa.
Talora si incontrano sorprese amare nell’ascoltare gli altri che ci fanno dire “non credevo di essere così”.
Richiede l’umiltà di sapere che non tutto mi è dato di sapere per ricerca personale.
Signore, tu mi scruti e mi conosci, tu conosci quando mi siedo e quando mi alzo, intendi da lontano i miei pensieri, osservi il mio cammino e il mio riposo, ti sono note tutte le mie vie.
La terra ha bisogno del seme, come noi abbiamo bisogno della Parola. Il buon seme della Parola ci parla di Dio, ma ci parla anche di noi. Siamo noi che abbiamo bisogno di lasciar cadere e accogliere quel seme perché ci esamini e ci misuri.
Per lasciare che metta alla prova la custodia del mio cuore rispetto all’agire del maligno; per mettere alla prova la mia perseveranza o incostanza e la mia capacità di resistere nelle tribolazioni o nelle persecuzioni a causa della Parola stessa; per vedere la mia reazione di fronte alle preoccupazioni del mondo e la seduzione della ricchezza;
Abbiamo bisogno della Parola perché ci dica chi siamo; perché ci sveli quello che crediamo di essere, ma non siamo. Quanto detto dalla profezia “ho chiamato e non avete risposto, ho parlato e non avete udito. Avete fatto ciò che è male ai miei occhi, ciò che non gradisco, l’avete scelto”, è un rischio molto più comune di quello che si pensi, un rischio a cui ciascuno di noi è sottoposto
Abbiamo bisogno di questa Parola che ci faccia conoscere Dio e far pace con noi stessi.

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