VI dopo il martirio di Giovanni Battista

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La parola di oggi apre davanti a noi un sentiero impegnativo lungo cui camminare e pone una domanda a cui ciascuno dovrà trovare una risposta: conviene credere in Dio? Conviene credere in questo Dio del vangelo? Quale vantaggio ne viene? Quale umana convenienza? Siamo provocati e accompagnati in questa domanda dalla vicenda di Giobbe e del servo della parabola del Vangelo a cui il padrone dopo una giornata di lavoro ordina ancora: “Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi… e dopo mangerai e berrai tu”
Siamo abituati a conoscere Giobbe semplicemente come l’uomo dalla grande pazienza, l’uomo che di fronte alla disgrazia e alla tragedia persevera nella fede e continua ad affidarsi di Dio; l’uomo che nella prova rimane saldo, non si incattivisce e sopporta l’avversità con calma rassegnata Giobbe é in realtà molto di più. È l’uomo con una famiglia felice sulla quale si abbatte una bufera fatta di una serie impressionante di sciagure che lo lasciano nella miseria – perde tutto il suo bestiame-, nel lutto – muoiono i suoi figli – e nella malattia – si ricopre di piaghe dalla pianta dei piedi alla cima del capo. Una vicenda che per qualcuno può risultare simile a quella dei nostri giorni. Una vicenda resa ancora più misteriosa dal racconto di quella che sembra una scommessa tra Dio e il diavolo che sostiene che Giobbe benedica Dio solo perché la sua vita è colma di felicità e ricchezza: “Forse che Giobbe teme Dio per nulla?  Tu hai benedetto il lavoro delle sue mani e i suoi possedimenti si espandono sulla terra. Ma stendi un poco la mano e tocca quanto ha, e vedrai come ti maledirà apertamente!”.
Così da una parte troviamo Giobbe che pur ridotto ad un rottame, mentre si gratta, immerso nella cenere e nella sporcizia, rimane saldo: Nudo uscii dal grembo di mia madre, e nudo vi ritornerò. Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!».
Dall’altra parte troviamo la moglie che non si trattenne e gli grida: “Rimani ancora saldo nella tua integrità? Maledici Dio e poi muori!”, mentre i suoi amici cercano in tutti i modi di fargli ammettere che se è caduto in disgrazia, qualche colpa deve pure avercela per aver incattivito così Dio.
Così sulle labbra di Giobbe al capitolo 19 troverete questo grido disperato: Il mio fiato è ripugnante per mia moglie e faccio ribrezzo ai figli del mio grembo. Anche i ragazzi mi disprezzano: se tento di alzarmi, mi coprono di insulti. Pietà, pietà di me, almeno voi, amici miei, perché la mano di Dio mi ha percosso!
Chi ha ragione? Siamo tutti facilmente tentati di pensare che la fiducia abbia bisogno di un ritorno, di un guadagno, di una prova: che quel ritorno e quel guadagno lo debbano aver la fede, l’amore, l’amicizia.
Pensiamo anche solo a quante cose più convenienti del pregare e del dar retta a Dio facciamo ogni giorno. C’è sempre qualcosa di più conveniente di Dio a cui dedicarsi. Credi finché conviene.
Anche il servo della parabola che deve obbedire ad un padrone che dopo averlo fatto lavorare nei campi, invece di permettergli di lavarsi, mangiare e riposare gli dice: prima servi me, poi penserai a te stesso, ci provoca.  L’immagine di Dio che pare emergere dalla parabola certo appare poco lusinghiera. Egli sembra paragonato a un padrone al quale il servo non può chiedere comprensione: che convenienza ha quest’uomo a stare al servizio di un padrone le cui richieste e pretese sono enormi e mai finite?
La storia di Giobbe, come quella del servo e del suo padrone, scuotono il senso della nostra fede e ci obbligano a far cadere la polvere perché ne esca più pulita e splendente dal confronto con questa parola.
Ci invitano a non misurare tutto sulla convenienza e a ritenere inutile pensare come servile il nostro rapporto con Dio: se diamo, dobbiamo ricevere.
Giobbe in compagnia del servo instancabile, ci costringe a purificare la nostra fede. Ci costringe a domandarci i motivi della fiducia che poniamo in Dio. Se non appoggia sulle giuste e solide basi, oggi più che mai rischia di crollare e venir meno, proprio mentre anche noi come Giobbe ci siamo ritrovati improvvisamente e tutti insieme in mezzo alla prova economica, sanitaria, relazionale.
Ci invita non a protestare contro le condizioni ingiuste del servo, come fossimo semplicemente avvocati difensori dei suoi diritti e a smetterla di sentirci servi che credono in Dio per avere la giusta paga e ricompensa; ad abbandonare il nostro servile rapporto con Dio troppe volte misurato nella sua bontà sulla convenienza per entrare dentro un rapporto filiale e amorevole. Il Vangelo ce lo dice in moltissimi modi; con la parabola dei servi dell’ultima ora raccontata da Matteo; con la parabola del padre misericordioso che non vuole servi, ma figli nella sua casa dove si non si entra alla ricerca di salario, ma per essere rivestiti di abiti e calzari nuovi e partecipare alla festa; con le parole di Gesù che dice ai suoi discepoli: non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici. Ancora nel Vangelo di Luca troviamo scritto: Siate pronti, con le vesti strette ai fianchi e le lampade accese… Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli. E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!
Liberiamoci dalla tentazione di vivere il rapporto con Dio in maniera servile. Anche oggi il Signore ci ha donato una Parola, un Pane, una presenza per poter presentarci davanti a lui come figli amati.

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