
L’evangelista Matteo mette particolare cura nel riferire le parole di Gesù che racconta il regno di Dio, tanto da raccogliere nel capitolo 13 del suo vangelo ben 7 parabole su questo tema. La parabola del seminatore; la parabola della zizzania e del buon grano; la parabola del granello di senape e del lievito; la parabola del tesoro e della perla; la parabola, ed è quella che abbiamo ascoltato quest’oggi, insieme alla conclusione del discorso, della rete e dei pesci.
Il regno dei cieli è simile a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. Non è una parabola facile. La sua conclusione incute paura: gli angeli separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti e rischia forse di distrarre, facendo pensare semplicemente ad un racconto dall’intento minaccioso. Potrebbe farci pensare ad un Dio minaccioso, con il dito puntato, che minaccia: se non fai il bravo, ti mando all’inferno!
Evitiamo queste conclusioni frettolose e proviamo allora a rileggere il testo con calma per chiedere cosa vuole dire a noi oggi.
Una cosa che possiamo subito dire è che questo racconto sembra inoltre un doppione della parabola del buon grano e della zizzania dove si ricorda che il giudizio ci sarà, ma sarà solo alla fine: perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponételo nel mio granaio. Come buon grano e zizzania crescono insieme e non è opportuno separarli, così il pesce buono e il pesce immangiabile vivono e nuotano insieme. Possiamo evidenziare differenti momenti in questi due racconti. C’è il momento della convivenza tra grano e zizzania, tra pesce buono e pesce cattivo. Il momento della raccolta nella prima parabola e il momento della pesca nella seconda. Arriva poi in entrambe il momento della separazione e della distinzione di quanto raccolto. Vi è inoltre da sottolineare che questa separazione e distinzione è fatta da gente del mestiere, mietitori e pescatori. In entrambi i casi, Gesù dirà chiaramente che mietitori e pescatori sono gli angeli. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli.
Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni e li getteranno nella fornace ardente.
Da questa prima rilettura, provo a raccogliere tre pensieri.
La distinzione ci sarà.
Non siamo noi a poter effettuare questa distinzione.
Questa distinzione viene effettuata comunque alla fine.
La distinzione ci sarà. Un giudizio sarà dato. Pur invocando diritti e libertà, non ci è possibile vivere come vogliamo e pretendere che gli altri, e men che meno Dio, approvino poi le nostre scelte e la nostra condotta. Arriva un momento in cui a volte la vita stessa, prima degli altri e prima di Dio, emette il suo giudizio; il momento in cui ogni inganno avrà termine, ogni maschera verrà tolta; ogni nodo verrà al pettine; ogni apparenza verrà rivelata. Non va sempre bene tutto. Chi pensa di vivere con questa idea, metta in conto che non sempre poi va tutto bene. Qualche volta le cose finiscono male, proprio a motivo delle nostre scelte a volte leggere, a volte affrettate, a volte proprio cattive, se non scellerate.
Non siamo noi a poter effettuare questa distinzione: questo giudizio spetta a Dio e a Dio va semplicemente lasciato. Intanto perché custodiamo l’umiltà di chi sa che anche lui dovrà essere giudicato; di chi ricorda le parole di Gesù: Non giudicate, per non essere giudicati; perché con il giudizio con il quale giudicate sarete giudicati voi e con la misura con la quale misurate sarà misurato a voi.
Se proprio vogliamo giudicare, dobbiamo avere l’animo dell’angelo custode e non dell’angelo del giudizio.
Dobbiamo ricordare che quel mare in cui nuotano pesci buoni e altri immangiabili è il nostro stesso cuore, dove convivono nobiltà e miseria. Non siamo chiamati neppure a giudicare noi stessi. Meglio lasciar fare a Dio, così che non ci accada di essere a volte troppo indulgenti e presuntuosi e neppure di essere troppo severi e duri. È nella luce della sua misericordia che ci è dato di conoscere il nostro peccato e il nostro errore.
Infine, ci suggerisce la parabola, il giudizio avverrà alla fine. Mai darsi allora per vinti; mai dire: è finita. Si impara a volte più dagli errori che dai successi. Si impara qualcosa di più su Dio toccando con mano la sua misericordia che perdona il peccato, piuttosto che dal nostro provare a presentarci davanti a Lui come dei giusti.
Questa parabola non ci racconta di un Dio minaccioso, con il dito puntato, che minaccia: se non fai il bravo, ti mando all’inferno!
Ci parla piuttosto di un Dio che il profeta Isaia ci ricorda essere così: Fuori di me non c’è altro dio; un dio giusto e salvatore non c’è all’infuori di me. Volgetevi a me e sarete salvi, voi tutti confini della terra, perché io sono Dio, non ce n’è altri.
Ci parla di un Dio di cui san Paolo parla così: la nostra cittadinanza infatti è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo… perciò, fratelli miei carissimi.. rimanete in questo modo saldi nel Signore!



