2 domenica dopo l’Epifania

parla alla roccia

In quei giorni. Mancava l’acqua per la comunità. Ci fu un assembramento contro Mosè e contro Aronne che si allontanarono dall’assemblea per recarsi all’ingresso della tenda del convegno e non sapendo cosa fare e come risolvere il problema, decisero di rivolgersi al Signore e si prostrarono con la faccia a terra.
Alla festa di nozze a Cana di Galilea, venne a mancare il vino. Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino».
Accade così anche a noi. Quando sentiamo la nostra vita privata di qualcosa, minacciata da qualche mancanza ci rivolgiamo a Dio. 
Solitamente gli chiediamo di intervenire direttamente, di procurarci quello che non abbiamo, di liberarci dal pericolo, di risolvere i problemi. Siamo abbastanza sicuri di quella che è la soluzione e abbiamo un piano già in testa; se Dio non ci ascolta e non esegue lo giudichiamo inaffidabile o disinteressato.
È curioso però oggi andare a leggere nella prima lettura e nel Vangelo come Dio reagisce e risponde a Mosè e ad Aronne e leggere come Gesù reagisce e risponde a Maria.
Non dà acqua, facendola piovere dal cielo o aprendo improvvisamente una sorgente.
Non fa comparire in cantina le anfore con il vino.
A Mosè dice Prendi il bastone; tu e tuo fratello Aronne convocate la comunità e parlate alla roccia sotto i loro occhi, ed essa darà la sua acqua.
A Maria che lo ha interpellato risponde quasi infastidito «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Ai servi dice: «Riempite d’acqua le anfore» 
Sembrano risposte di un Dio burlone, che si diverte a confondere, che si prende gioco di chi si rivolge a lui, che rimane indifferente e quasi infastidito da chi lo prega, che illude e si fa beffa proprio chi si trova nel bisogno e per questo è più esposto e indifeso.
Dai non scherzare, Dio! come fai a dire a chi ti sta parlando a nome di un popolo assettato che sta attraversando nel deserto: parla alla roccia? Come fai a dire a dei servi di una festa dove manca vino di riempire di acqua le giare della purificazione? Forse non si sono spiegati bene? Sei tu che non hai capito quale è il problema? Come hanno pensato e detto anche i discepoli sulla barca in tempesta: non t’importa che moriamo?
Domande legittime che meritano una risposta e che mettono alla prova la nostra fede.
Quello che pare chiaro da questi racconti è che Dio raramente risolve in prima persona. Non è questa la sua strategia solitamente nei confronti dell’uomo forse perché Lui si fida di noi e delle nostre capacità più di quanto sappiamo fare noi.
Nel film “Un’impresa da Dio” a un certo punto Dio dice alla moglie di Evan -l’uomo scelto e incaricato di costruire una nuova Arca, proprio come fece Noè̀- : “A chi pregando chiede pazienza, credi che Dio dia pazienza? O dia invece l’opportunità di essere paziente? A chi chiede coraggio, Dio lo concede… o dà l’opportunità di essere coraggiosi? A chi chiede la gioia di una famiglia più unita, credi che Dio regali sentimenti rassicuranti o l’opportunità di dimostrare amore?”.
Quando manca l’acqua Dio non fa piovere dal cielo, non ti dice dove scavare, ma ti offre l’occasione di trovare l’acqua attraverso la fiducia che devi dare ad un comando che pare ridicolo: parla alla roccia.
Non diversamente quando qualcuno ti percuote la guancia: tu porgi anche l’altra. O quando hai un nemico: tu prega per lui.
In qualche modo Maria deve avere capito che le cose con Dio funzionano così.
Innanzitutto, quando si rivolge a Dio, si limita a far presente il problema, a dir cosa manca, non a dire di cosa ha bisogno. Le sue parole a Gesù non sono una richiesta di miracolo, sono l’ammissione di una mancanza a cui non si sa porre rimedio. Cosa non trascurabile penso possa essere anche il fatto che non sta chiedendo per se stessa, ma per quegli sposi che li avevano invitati alla loro festa.
Ma soprattutto Maria sa cogliere l’opportunità che sta dentro quelle parole in apparenza sgarbate di Gesù: cosa vuoi?
Voglia una parola buona, che illumini la situazione, che tracci un sentiero che si possa percorrere anche senza immediatamente vedere l’arrivo. Una parola che indichi quale è il primo passo.
Voglio una parola a cui dare fiducia e a cui dare obbedienza, una parola da mettere in pratica: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela». Voglio una parola e la capacità di esserle obbediente anche e soprattutto quanto più si stacca dalle mie certezze, dalla mia logica, dai miei progetti. Una parola che ci conduca ad essere obbedienti alla verità, al Vangelo, all’amore. 
Parla alla roccia, metti acqua in quelle anfore… il Signore non ci prende mai in giro, non si diverte a vederci fare cose sciocche. Mosè alzò la mano, percosse la roccia con il bastone due volte e ne uscì acqua in abbondanza; ne bevvero la comunità e il bestiame. 
Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto chiamò lo sposo e gli disse: hai tenuto da parte il vino buono finora.
Cosa vuoi? Il Signore lo chiede anche a noi, ma chiede anche di mettere in conto la disponibilità alla fiducia.
Il salmo oggi ci ha rinnovato un invito preciso:Se ascoltaste oggi la sua voce!
«Non indurite il cuore come a Merìba,
come nel giorno di Massa nel deserto,
dove mi tentarono i vostri padri:
mi misero alla prova pur avendo visto le mie opere»

Videro i fatti e le opere di Dio e dubitarono comunque! Voglio allora che tu, Dio, mi dica una Parola e che quella Parola sia lampada ai miei passi. Non voglio un Dio maggiordomo che esegua i miei ordini, ma una Dio sapiente e maestro che faccia di me un allievo.
Anche se noi facilmente ribaltiamo i ruoli, è bene rimanere discepoli così che a lui chiedano Parole e lasciare che sia Lui a volere da noi che quelle parole diventino fatti.

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