Sant’Agata in Monticello Brianza
Santa Maria della Purificazione in Torrevilla Giovedì 10 dicembre
Salmo 123 e 124 (122 e 123)
Se il Signore non fosse stato con noi
| 1 Canto dei pellegrinaggi. A te alzo i miei occhi, a te che siedi nei cieli! 2 Ecco, come gli occhi dei servi guardano alla mano dei loro padroni, come gli occhi di una schiava alla mano della sua padrona, così i nostri occhi al Signore, al nostro Dio, finché egli abbia pietà di noi. 3 Pietà di noi, Signore, pietà di noi, siamo già troppo sazi di disprezzo, 4 troppo sazi noi siamo dello scherno dei gaudenti, del disprezzo dei superbi 1 Se il Signore non fosse stato per noi |
La vita è dura
Con i miei occhi ti cerco Signore Io so che in tanti momenti davvero difficili |
La vita è dura! Per fortuna il Signore è per noi! È questo il cuore del messaggio dei salmi 123 e 124 che intendono dare voce ad un uomo che, evocati i pericoli attraverso cui è passato, vuole proclamare che è il Signore ad averlo condotto illeso attraverso la prova e lo ha liberato dal male. Andiamo con ordine.
Il canto si apre con un’ invocazione ancora più precisa di quella del salmo 120. Gli occhi ora non si levano genericamente verso i monti, ma proprio verso il Signore, colui che abita nei cieli.
È una preghiera fatta di sguardi e non di parole, fatta con gli occhi più che con le labbra. Per chiarire questa capacità degli occhi di aiutare, sostenere e guidare la preghiera, ecco il paragone con gli occhi dei servi che si volgono anche solo alle mani del loro signore; delle ancelle che si volgono a cercare le mani della propria signora. Non hanno l’ardire di cercare lo sguardo, ma con umiltà fissano le mani. Al lettore comune che non abita palazzi regali e immagina il servitore come una figura dimessa, può sembrare una mancanza di confidenza o un’eccessiva sottomissione quella evocata da queste immagini, ma la Scrittura ci ricorda che il “titolo” di servo è fatto proprio da Maria: L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva. Ancora di più, ci ricorda san Paolo, è la condizione assunta dal figlio di Dio fattosi uomo in Gesù: pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. (Ef 2,6-7)
Mentre invita a cercare con gli occhi il Signore, il salmo invita anche a far proprio, con serenità e fiducia, quell’atteggiamento che è stato di Maria e di Gesù; a far proprio il sentimento di essere creatura che cerca il Creatore; ad attendere da Dio quella pietà che non è compatimento e commiserazione, ma misericordia e benevolenza. Mentre umilmente cerchiamo le mani di Dio e una sua carezza, ci sentiamo guardati, custoditi e protetti da Lui. L’invocazione è subito ripetuta: Pietà di noi, Signore, pietà di noi. È la stessa preghiera che la liturgia specialmente ambrosiana ci fa ripetere con insistenza in diversi momenti: Kyrie eleison, Signore volgi verso di noi uno sguardo di bontà, di accoglienza e di perdono.
Questa richiesta si accompagna ora ad uno sfogo che il salmo trasforma comunque in preghiera: non ne possiamo più di coloro che invece vivono con superbia, che si vantano del loro essersi fatti da sé, che ti guardano e sembrano dirti: non sai chi sono io! Di coloro che vivono la vita alla ricerca esasperata del benessere, della soddisfazione, della realizzazione personale.
Il salmo li chiama: superbi e gaudenti. Possiamo chiamarli gli arroganti, i prepotenti, gli egoisti, i benpensanti, i presuntuosi, i violenti, i rissosi. Tutti costoro guardano dall’alto al basso colui che, umile si affida al Signore, parla di Dio, di vangelo, di servizio, di sacrificio, di bontà, di accoglienza.
Il salmo invita a non scendere al loro livello e non fa questo elenco; non li giudica, ma dice che è sazio. Ne ha piena l’anima e per svuotarla non urla o non si contrappone: alza gli occhi; invoca pietà. Lui vuole la pace e augura pace.
Il secondo salmo sembra voler motivare e raccontare da dove nasce il sentimento di umiltà e affidamento.
Può essere pregato come un ex-voto: la preghiera di gratitudine di chi ha chiesto aiuto, l’ha attenuto e ora intende tornare per ringraziare. Diciamolo e diciamolo tutti insieme, lo dica Israele: se il Signore non fosse stato con noi… Per due volte si innalza, all’inizio della preghiera, a questa confessione: quando siamo stati nella prova e nei pasticci è stato il Signore a tirarci fuori. Avrebbe potuto accadere il peggio, ma non è accaduto, avremmo potuto non essere qui a raccontarlo, ma siamo qui ed è un dovere del cuore farlo.
L’assalitore non ha un volto, non si sta pensando ad un nemico particolare: il male ha tante facce e tanti volti, a volte.
La precedente traduzione che ritroviamo ancora in alcuni testi di preghiera suonava così: il Signore non fosse stato con noi. Più opportunamente la nuova traduzione, più fedele al testo ebraico, dice: per noi. Viene così meglio esplicitato come la presenza del Signore non sia nei termini di una semplice compagnia, ma sia proprio una vera alleanza. Egli è dalla nostra parte, a nostro favore e combatte con noi e per noi.
Questa non è per il pellegrino solo una bella teoria, ma è il fondamento della fede: in questo salmo viene cantata e proclamata come esperienza vissuta. Per ben due volte viene esclamato un “allora” che vuole alludere ad una situazione precisa che torna alla mente con il brivido ancora nel cuore – quasi fosse ancora presente – del pericolo in cui ci si è trovati.
I nemici hanno il volto simbolico dell’acqua, del fuoco, del predatore e del laccio del cacciatore. L’acqua travolge, il fuoco consuma, i denti feriscono, il laccio imprigiona. Sono immagini vive, come vivo è il ricordo e la paura scampata, ma viva a maggior ragione è la gratitudine che ora si sperimenta e si proclama.
Quante volte viene purtroppo taciuta questa gratitudine! Quante volte il pericolo scampato diventa un vanto da esibire quasi fossimo stati gli eroi della situazione e viene a mancare la consapevolezza che se ne siamo usciti solo per grazia. Noi valiamo più di molti passeri! Il laccio non lo abbiamo rotto noi e neppure si è spezzato da solo: è stato il Signore ha romperlo.
Il nemico non ha un volto preciso perché a volte sta dentro di noi.
La presunzione che tanto aveva stancato, a volte rinasce dentro e divora la nostra stessa umanità facendoci credere di essere onnipotenti.
A volte la fiamma della collera si accende in noi e divora non solo chi abbiamo davanti, ma consuma noi stessi.
Altre volte le nostre stesse decisioni, prese con superficialità, sufficienza se non con presunzione ci conducono dentro situazione che finiscono per travolgerci e ribaltarci come acqua impetuose, senza che da soli sappiamo approdare ad alcuna riva.
Altre volte ci ritroviamo prigionieri di lacci che neppure sappiamo come si sono chiusi su di noi e neppure sappiamo come si possano aprire. I lacci sono le lusinghe e attrattive a cui cediamo, sono i vizi in cui indulgiamo, sono le seduzioni affascinanti del mondo, sono le pretese e desideri non certo “all’altezza” di un cuore umile. L’intero salmo sembra voler richiamare decisamente alla memoria l’esperienza di Mosè e del popolo di Israele davanti al mar Rosso. Allora, proprio in quel giorno, se il Signore non fosse stato con noi, stretti tra il mare davanti e l’esercito alle spalle, saremmo morti. Valgono ancora le parole di Mosè rivolte al popolo intimorito: ”Non abbiate paura! Siate forti e vedrete la salvezza del Signore, il quale oggi agirà per voi; perché gli Egiziani che voi oggi vedete, non li rivedrete mai più! Il Signore combatterà per voi, e voi starete tranquilli». (Es 14,13-14).



