Cristo Re

Cristo_ReParrocchia S. Agata – Monticello
Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla

I re, oggi come allora, ci fanno immaginare potere e fascino. Forza e bellezza. Ci fanno immaginare ricchezza e privilegi. Per questo motivo la festa di oggi potrebbe certo essere condizionata da questo immaginario da sogno, un immaginario favoloso e fiabesco. I re della terra sono gloriosi e potenti e suscitano ambizione in chi li guarda;
Ma a sgombrare il campo da questo equivoco, oggi basta il vangelo. Basta uno sguardo anche veloce a questo Gesù trascinato davanti a Pilato con l’accusa di essere il re dei Giudei.
Il Cristo re è senza fascino e potere. Senza forza e bellezza; senza ricchezza e privilegi. Così lontano, a differenza di tutti gli altri re, dall’essere ammirabile e invidiabile, da creare in Pilato insieme curiosità e sconcerto; ma prima e più ancora che in Pilato, da creare sconcerto e turbamento in molti altri.
Pensate a Giuda. Al suo desiderio, così simile al nostro, di un Messia potente; capace di ridare libertà al popolo di Israele e ancora di più di scacciare dalla terra di Palestina l’invasore. Alla corte di quel re aveva già preso la cattiva abitudine di approfittare del potere: ruba dalla cassa si dice nel vangelo; tradisce quando intuisce che non ha molto da guadagnare nel continuare ad essere suo discepolo. Tanto vale guadagnarci qualcosa e cambiar bandiera.
Pensate a Pietro. Non arriva a tradire, ma certo rinnega: “non lo conosco”. Il fascino di un messia potente aveva conquistato anche lui, tanto che, ascoltato l’annuncio della passione, – Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno – la sua reazione è immediata e decisa: «Dio te ne scampi, Signore; questo non ti accadrà mai». Un messia non può essere debole e indifeso.
Il senso di impotenza è atteggiamento scomodo e difficile, diventa facilmente scoraggiamento e rassegnazione. È difficile accettare i silenzi di Dio e i suoi tempi a volte lunghi.
Pensate alla gente. Lo aveva anche cercato per farlo re dopo essersi saziata dei pani moltiplicati. Gesù aveva dimostrato anche di saper guarire dalle malattie. Il desiderio di un mondo rimesso in ordine dall’alto da un “Dio aggiusta tutto” è sempre di moda; lo è anche oggi.
La reazione di Pilato l’abbiamo appena ascoltata e solitamente la rappresentiamo in un gesto preciso: se ne lava le mani. Preferisce non averci a che fare e non lasciarsi scomodare.
E noi? Come reagiamo noi, di fronte a questo Dio così inoffensivo e disarmato?
Quanta parte di Giuda c’è in noi? Così invidiosi del potere e affascinati dalla ricchezza e dal successo; così affascinati dall’uomo forte, da essere disposti a metterci ai suoi piedi in cambio di un poco di protezione e di qualche favore.
Quanta parte del nostro cuore occupa invece Pietro? Quando siamo infastiditi da questa croce così scomoda e agli occhi del mondo così inutile? Quando il nostro cuore invece è affollato dai pensieri della gente così preoccupata dai bisogni materiali da non lasciar spazio ad altro?
Quanto siamo simili a Pilato, incapaci di prendere posizione, impauriti da quel che pensano gli altri e poco interessati a quel che pensa Dio, cristiani, a differenza di quel che raccomanda Paolo, digiuni di quella piena conoscenza della sua volontà, di sapienza e intelligenza spirituale e quindi così poco disposti a comportarci in maniera degna del Signore, per piacergli in tutto, portando frutto in ogni opera buona e crescendo nella
conoscenza di Dio?
Davanti a Pilato il mondo sta giudicando il modo di Dio di governare il mondo, ma senza rendersi conto che è Dio che sta giudicando il mondo. Lo sta facendo mostrando la distanza che c’è tra la regalità di Gesù che dice: non sono venuto per essere servito, ma per servire, una regalità completamente al servizio degli uomini e la regalità dei potenti che si servono degli uomini. A giudizio e a confronto c’è il modo regale di Gesù di abitare la terra e quell’idea di potere e di comando dove vince il più forte, va avanti chi è più ricco, riesce
nella vita chi è più furbo anche, se necessario, a discapito degli altri.
Il regno di Cristo non ha fatto la fine dei gloriosi regni umani che si sono succeduti nella storia. La regalità di Cristo non perde mai il contatto con la vita reale delle persone, mostrando all’uomo di oggi il volto di un Dio che si fa servo, che si umilia, che offre la propria vita per amore dell’uomo. Il suo è un regno dove comanda chi serve gli altri e non dove chi si serve degli altri. Hanno molto da imparare da questo re coloro che vogliono governare. Abbiamo da imparare anche noi per scegliere bene da chi farci governare.
Il suo non è esercizio di potere, ma espressione della potenza del servizio e dell’amore, la logica del dono gratuito che capovolge le regole del mondo e ci pone davanti a quello che vale davvero e rimane per sempre.
È questa la bellezza della sua regalità; è questo il suo fascino e la sua forza: quella di un re da cui ci si può lasciar comandare sapendo che questo è il suo comandamento: amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi.

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