Settima domenica dopo Pasqua

settima domenica pasqua2020Parrocchia S. Agata – Monticello
Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla

Salvare il salvabile o lasciarsi salvare?
Quanto dista Gerusalemme da Emmaus? Circa undici km. È Luca stesso che ce lo dice. Ma questa risposta identifica quella distanza come uno spazio semplicemente fisico. C’è un’altra risposta possibile. Gerusalemme dista da Emmaus lo stesso spazio che c’è tra la speranza e delusione, tra la fiducia e lo smarrimento, tra il trionfo e la sconfitta, tra l’ardire e la disperazione.
Uno spazio enorme che può riempirsi di molte cose: di tristezza: si fermarono con il volto triste; di lamentela e rammarico: “conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto”; di incredulità e cecità: “alcune donne sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Ma alcuni dei nostri sono andati alla tomba, ma lui non l’hanno visto”; di sentimenti di sconfitta: “Noi speravamo che egli fosse colui che
avrebbe liberato Israele”; di rabbia: “Solo tu sei forestiero a Gerusalemme!”.
In questo spazio stanno camminando due discepoli. Di uno di loro conosciamo il nome: Clèopa. Di nessuno dei due sappiamo come, quando e perché lo siano diventati: se per chiamata: “seguimi” o per scelta personale: “ti seguirò ovunque tu vada”. Non sappiamo cosa li abbia convinti ad andare dietro a Gesù.
Di sicuro qualcosa aveva toccato e mosso il loro cuore, qualcosa che aveva sconvolto o almeno cambiato le loro vite. La voglia di novità, l’attesa come ogni buon ebreo del messia, il fascino indiscutibile di quel Gesù che girava predicando e compiendo miracoli e che pure non era tenero con chi decideva di seguirlo: Il figlio dell’uomo non ha dove posare il capo; chi si volge indietro non è degno del regno dei cieli. Volete andarvene anche voi? Ci avevano creduto e scommesso, lasciato tutto e giocato il futuro: noi speravamo…
Sì, ci avevano sperato tanto. Avevano accettato l’invito di Gesù con entusiasmo. Avevano lasciato tutto per seguirlo, affascinati dalla sua persona e convinti della sua causa. Ora però tutto sembrava finito. Nel peggiore dei modi. I suoi nemici avevano catturato Gesù, sottoposto a processo. L’avevano torturato e condannato, come fosse un malfattore, lui che aveva solo fatto del bene a tutti quelli che aveva incontrato. Poi l’avevano ucciso. Tutto era
finito così. Pazienza… era stato un bel sogno, finito troppo presto e nel modo più tragico.
Quegli undici km sono, passo dopo passo, l’ammissione della sconfitta, la consapevolezza che ti prende il cuore quando ti accorgi di essere stato ingannato o di esserti ingannato con la sola differenza che in quest’ultimo caso non puoi neppure prendertela con qualcuno.
Ma che importa, ad un certo punto occorre salvare il salvabile: torniamo a casa. Inutile rimanere a Gerusalemme.
Chissà se ad Emmaus conoscevano qualcuno o se quella meta era stata scelta per evitare di sentirsi dire da chi li aveva visti partire: te l’avevo detto! Sei il solito ingenuo sprovveduto.
Salvare il salvabile: è pur sempre una strategia, talvolta perfino un buon piano di azione, un buon ripiego.
Io credo che anche noi, in questo tempo possiamo riconoscerci in questi due discepoli che camminano dentro quegli undici km. Anche noi fino a tre mesi fa pensavamo di avere la vita e il futuro nelle nostre mani; poi all’improvviso: la fine di ogni certezza. Ora anche noi assomigliamo a uomini che si stanno preoccupando di salvare il salvabile. L’ho sentito tante volte in questi mesi: speriamo di uscirne migliori.
Perché questo accada non possiamo avere a cuore solo di salvare il salvabile. Molte libertà che vogliamo salvare forse è meglio perderle; alcune libertà che abbiamo perso è meglio non andare a riprenderle.
Meglio lasciarsi salvare dal Signore che salvare il salvabile.
Occorre imparare ad attendere la salvezza a Gerusalemme. Occorre fidarsi di quelle donne che credono ai primi indizi della resurrezione e la annunciano. Occorre anche sapere riconoscere nella mancanza di un cadavere la prova che serve alla fede. Dovremo imparare ad avere meno e sentirci più liberi, non più poveri.
Senza averne paura. Senza ritenerla una sconfitta. Senza diventar poveri di gioia, divorati dalla lamentela, dal rammarico, dalla rabbia, incapaci di scorgere i segni della resurrezione e della speranza.
Salvarsi è lasciarsi raggiungere da una Parola che mette ordine a tutto ciò che è accaduto in questi giorni.
«Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».
In questi mesi senza Eucarestia non ci è mancata la possibilità di ascoltare Gesù conversare con noi attraverso le Scritture. Quella Parola non ci è mai stata tolta. Nessuno può zittire Dio.
Quella parola ha la capacità di far ardere il cuore nel petto! Non solo battere: ardere!
Per i discepoli in cammino verso Emmaus, l’incontro con il Signore è stato di nuovo così coinvolgente e sconvolgente, da spingerli ad invertire la rotta. Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme. Non più verso Emmaus a salvare il salvabile, ma verso Gerusalemme a lasciarsi salvare con nel cuore e sulla bocca il nome di Gesù: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!».
Ora torniamo a poter spezzare anche il pane, a poter dare compimento pieno al comando di Gesù: prendete e mangiate. Ci aiuti a non accontentarci di salvare il salvabile. Ci aiuti a custodir viva in noi la speranza, la fede, la carità. Tenga viva in noi la voglia di continuare a sognare e a non smettere di farlo solo perché in questo momento tutto assomiglia ad un incubo! Niente ripieghi!
La direzione del nostro cammino sia Gerusalemme, non Emmaus!

NESSUN GIORNO SENZA AMORE.

Il mondo com’era prima già era ingiusto e faticoso.
Adesso se aggiungiamo a quel mondo le mascherine diventa un misto di pena e noia.
Dopo il panico non ci vuole la normalità, ci vuole la rivoluzione.
E invece perfino nella vita intima delle persone sembra ci sia solo stanchezza.
L’amore sembra finito. Chi esagera con l’amore sembra che non sta bene.
I desideri piccoli vengono ignorati, i desideri grandi vengono respinti.
In questo caso non c’entrano le scelte dei governi. Siamo noi che emaniamo ogni giorno invisibili ordinanze che bloccano l’immaginazione.
Si sente nell’aria questa penuria di slanci, si sente nelle parole che ci scambiamo questa mancanza d’aria.
Bisogna ripartire, ci ripete l’agenda ufficiale.
Ma riattivare le fabbriche serve a poco se non riattiviamo il desiderio.
La vita è un incrocio di abitudine e avventura.
La vita quotidiana è gradevole se contiene una vigilia, la speranza di un bacio, la prospettiva di un mondo altro.
Se togliamo dalla vita della gente l’utopia di un mondo nuovo e la prospettiva amorosa, resta solo l’impaccio delle mascherine, la vita contratta di chi esce di casa per schivare gli altri, non per incontrarli.
Davanti a una malattia che colpisce l’intimità dei corpi noi non possiamo reagire limitandoci a consumare e produrre merci.
Dobbiamo trovare il modo di tenere vivo l’amore.
Se il governo fa decreti per tenere in vita il sistema produttivo, spetta a noi fare decreti per tenere in vita l’amore.
È un compito grande che spetta a ognuno di noi, ogni giorno.
Nessun giorno senza amore, questo ora dovrebbe essere la nostra legge, l’ordinanza più urgente e più rispettata.                           (Franco Arminio)

domenica 24-2020

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