Parrocchia S. Agata – Monticello
Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla
Chi hai seguito?
Il mercenario vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; Quando il lupo si avvicina scopri chi è il pastore e chi è il mercenario. Il lupo non è solo un pericolo, ma è anche una lente di ingrandimento, una cartina di tornasole, la prova del nove: chiamatelo come volete.
Finchè va tutto bene, la pecora è al sicuro: anche il mercenario va bene. Fa il suo mestiere. Il pastore lo paga per accompagnare le pecore al pascolo, controllare che nessuna si allontani, (nel caso riportare a casa le novantanove), riaccompagnarle all’ovile all’imbrunire e tornare a casa propria.
Ma quando arriva il lupo e lo vede arrivare abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.
Il mercenario non è necessariamente cattivo, il suo mestiere lo fa anche bene, ma non gli si deve chiedere di più. Non è pagato per mettersi nei guai, non è pagato per dare la vita… vada il pastore a cercare quella persa!
Chissà se il mercenario ha capito che il pastore non ha neppure bisogno di essere pagato per dare la vita perché conosce le sue pecore e le sue pecore conoscono lui.
È sempre così: il tempo della prova e del pericolo è anche tempo di grandi rivelazioni e scoperte. In questo tempo di quarantena ed emergenza abbiamo potuto capire e scoprire qualcosa di più delle persone che conosciamo: sia di quelle con cui abbiamo avuto una vicinanza quotidiana sia di quelle con cui abbiamo dovuto tenere le distanze. Alcune ci hanno deluso, altre ci hanno sorpreso; di alcuni è cresciuta la stima, di altri abbiamo ridimensionato l’importanza; da alcune abbiamo continuato a ricevere del bene, di altre
abbiamo sperimentato con dolore distanze inattese: non sono lupi cattivi, semplicemente sono stati lontani.
Analogamente, in questo tempo se – solo se! – non siamo state troppo occupati ad osservare e giudicare gli altri, abbiamo potuto capire qualcosa di più anche di noi stessi. Facile credere di essere capaci, di essere pronti, di sapere, di saper fare… è quando arriva il lupo che scopri davvero se lo sei e chi sei.
Scopri il coraggio di cui sei capace, ma prima ancora scopri l’altruismo che ti manca: la semplice capacità di mettere l’altro davanti a te, o più semplicemente il desiderio di stare accanto all’altro.
Scopri che le tue maschere non bastano più a nascondere chi c’è sotto.
Scopriremo alla fine che anche noi abbiamo deluso e di aver deluso noi stessi perché non abbiamo fatto tutto il bene che potevamo fare, non ci siamo fatti prossimo a chi ci aspettava, abbiamo perso l’occasione per lasciar venire fuori la parte migliore di noi. Siamo stati troppo preoccupati di salvare noi stessi nel momento del pericolo. Non siamo cattivi; non siamo il lupo; siamo solo poco altruisti e poco amorevoli e disponibili.
Quando arriva il lupo però, non è solo il momento in cui scopri chi è il pastore e chi è il mercenario, ma scopri anche chi è la pecora.
Questo tempo di quarantena ci ha permesso e ci permette di scoprire anche la nostra fede, chi è il nostro Dio.
Le pecore che si sono lasciate portare al pascolo dal mercenario, ne avevano solo paura.
Per quello ogni giorno gli hanno obbedito, hanno seguito i comandi. Peggio ancora, forse hanno semplicemente fatto quello che facevano tutte le altre pecore, anche senza capire. Non c’era bisogno di ascoltare una voce, bastava imitare quel che fan tutti. Non hanno fiducia nel mercenario, ne hanno timore.
Sanno che cerca il suo tornaconto, e hanno furbescamente imparato da lui a cercare il proprio.
Il biologo evoluzionista William D. Hamilton ha osservato che il gregge è essenzialmente egoismo organizzato: di fronte ad un predatore, molte specie animali cercano la massima protezione compattando il gregge, secondo una logica individualistica ed egoista per cui i più forti cercano riparo al centro del gruppo, lasciando i più deboli all’eterno, esposti al predatore: non sono diversi dal mercenario.
Le pecore che invece si sono lasciate portare al pascolo dal pastore, lo hanno fatto seguendo la voce, dando fiducia. Lo conoscono e soprattutto si sentono conosciute per questo non seguono semplicemente il gregge: seguono una voce, sapendo che come dice la Scrittura: «Chiunque crede in lui non sarà deluso».
Hanno imparato dal pastore che la logica migliore è quella del dare la vita. Si organizzano, si dice nel libro degli Atti, non solo per ascoltare la Parola, ma anche per servire. Il loro pastore, sulla croce non ha ceduto alla tentazione di salvare sé stesso, alla misera logica del “si salvi chi può”.
La sua voce è affidabile appunto perché non fugge, ma dà la vita per le pecore, nessuno gliela toglie, ma la offre da sé stesso. Come ci ha ricordato Francesco sulla vuota piazza di san Pietro la sera del 27 marzo, quando nel cuore nasce il grido «siamo perduti» ci si accorge che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme perché nessuno si salva da solo.
Ora il lupo è in mezzo a noi. Nessuno sia cosi mercenario da scappare; nessuno impari da lui lasciandosi conquistare e guidare dall’egoismo; nessuno smetta proprio ora di ascoltare la voce del buon pastore che offre la sua vita per le pecore e ci insegna a fare altrettanto.
Dal discorso in occasione della giornata del 1 maggio, festa dei lavoratori
dell’Arcivescovo Mario Delpini
Tre parole:
1- Lo sguardo.
Alziamo lo sguardo verso la città promessa, verso la rivelazione di una alternativa alla tirannide di Babilonia. Anche se tutti vogliono convincerci a una ossessiva concentrazione sull’emergenza, quasi a predisporci alla resa, quasi a convincerci che, quando poi si riprende il lavoro, bisogna lavorare a qualsiasi condizione, quasi ad alimentare la rabbia e lo scoraggiamento, noi alziamo lo sguardo. C’è una possibile alternativa, c’è una città in cui si vive non per accumulare profitti, ma per far risplendere la gloria di Dio, cioè l’amore che rende capaci di amare. Alziamo lo sguardo e accogliamo la promessa di Dio.
2- Il pensiero.
La contemplazione della città santa, la considerazione della disastrosa rovina di Babilonia aiutino a pensare, a cercare insieme. Aiutino a tener viva la cultura del lavoro,
il pensiero critico e il pensiero costruttivo, il pensiero che sogna e il pensiero che organizza, il pensiero che ha il senso del proprio limite e il pensiero che coglie il limite del pensiero altrui, il pensiero che produce cultura e non solo slogan. Il pensiero che cerca il senso di ogni cosa. Il pensiero che non disprezza i pensatori di mestiere e il pensiero che sa ascoltare anche la voce dei semplici, il gemito dei poveri, il pensiero che riflette sulle le notizie censurate delle disgrazie altrui e si domanda: ma perché i poveri sono poveri?
3- La resistenza.
La città che Dio ama costruire è solida, resiste alle tempeste, è fondata sulla roccia. L’impresa di aggiustare il mondo, di rimediare al disastro, chiede solidità, impegna a resistere. La forza della resistenza viene dall’essere attaccati alla roccia, radicati nel Dio che non delude e non abbandona. Uomini e donne di preghiera possono resistere nella tempesta. La forza della resistenza viene dall’essere insieme. L’insistenza sulle dodici porte, i dodici angeli, le dodici fondamenta, i dodici apostoli mette in evidenza l’insieme, la compattezza del popolo e la completezza del disegno. Nell’appartenenza convinta al popolo di Dio in cammino nella storia, è possibile la perseveranza che affronta le sfide e non si lascia abbattere dalle sconfitte. L’umanità così umiliata dalla globalizzazione della pandemia, così tribolata dalla globalizzazione dell’iniquità, così minacciata da logoranti, crudeli, conflitti, da questa specie di terza guerra mondiale a pezzi, invoca una conversione alla solidarietà. “Senza una visione di insieme non andrà bene a nessuno” (Papa Francesco). Senza una pratica quotidiana, strutturale della solidarietà tutti prima o poi saremo tra le vittime.




