Giovedì santo – 9 aprile 2020

Parrocchia S. Agata – Monticello Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla

ulivi2020Chi scappa. Chi si addormenta. Chi tradisce. Chi impugna la spada. Chi finge di non capire. Chi rinnega.
Ognuno risponde come può al Dio che parla.
Perché Dio parla. Siamo noi che in questi tempi ci siamo domandati smarriti: ma cosa sta facendo Dio in questo momento di prova? Perché non risponde alle nostre preghiere? Che dice di tutto questo? Perché sta in silenzio? Ma queste domande non sono conseguenza del semplice smarrimento e della paura della situazione. Hanno più profondamente origine nella paura della tua risposta.
Come il sommo sacerdote del racconto dell’evangelista Matteo, ci era più comodo dirti: non rispondi nulla? e coprire la tua voce, piuttosto che dare spazio e poi accoglienza a te che sei Parola.
Ma Dio parla, la sua Parola è più tagliente di qualunque spada a doppio taglio. Penetra a fondo, fino al punto dove si incontrano l’anima e lo spirito, fin là dove si toccano le giunture e le midolla. Conosce e giudica anche i sentimenti e i pensieri del cuore. Non c’è nulla che possa restar nascosto a Dio.
Dio parla e si fatica a volte a lasciarlo parlare e a dare ascolto alla sua voce.
Meglio scappare, addormentarsi, tradire, affidarsi ad una spada, rinnegare o anche solo fingere di non sentire o non capire. L’esperienza del resto insegna: non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.
Non siam cattivi, siam solo diffidenti. Come Pietro, colui che rinnega, ma ci ha anche insegnato una delle più belle e concise preghiere del discepolo: Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna.
In questo paradossale Giovedì santo, giorno in cui ricordiamo l’istituzione dell’Eucarestia, senza poter partecipare all’Eucarestia, le parole di Pietro diventino la nostra preghiera: Signore da chi andremo? Tu solo hai parole che resistono alle vicende del tempo.
La vicenda di Giona ci insegna che più scappiamo da te, più precipitiamo sul fondo: le acque mi hanno sommerso fino alla gola, l’abisso mi ha avvolto, l’alga si è avvinta al mio capo. Sono sceso alle radici dei monti, la terra ha chiuso le sue spranghe dietro a me per sempre.
Ma proprio da quel fondo Giona, prima ancora di essere liberato – prima non dopo – prega così: tu hai fatto risalire dalla fossa la mia vita, Signore, mio Dio. Quando in me sentivo venir meno la vita, ho ricordato il Signore. La mia preghiera è giunta fino a te, fino al tuo santo tempio. La salvezza viene dal Signore».
Il tempo di mezzo è chiaramente il più duro. Lo stiamo sperimentando.
Quando neppure potevamo immaginare questa prova, ci sentivamo forti.
Saremo ancora forti quando potremo nuovamente mettere mani al nostro mondo e ricomporre i pezzi.
Saremo perfino orgogliosi di raccontare di esserci stati, ma ora è il tempo più difficile: il tempo in cui si subisce e non si sa come reagire; il tempo della dolorosa impotenza; il tempo della passione, ovvero il tempo in cui non possiamo agire, ma “siamo agiti”. L’attesa ci snerva, ci innervosisce, ci fiacca: fino a quando Signore?
Ora è il tempo della fede, il tempo in cui chi ha fede prega come Giona: non per chiedere a Dio di salvare, ma per proclamarlo già come salvatore. Anche in questo tempo, anche nella fossa, anche quando l’abisso ci avvolge.
È il tempo in cui ci è chiesto di vedere la liberazione, prima ancora che appaia all’orizzonte.
Nel racconto di san Paolo dell’ultima cena fa rumore quella notazione: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo, che è per voi;
Nella notte in cui veniva tradito… si offre.
Non prima, non dopo. In quella notte. E quel pane spezzato è già come una luce nel cuore della notte.
Quando mi immagino l’atmosfera di quel cenacolo, penso ad un luogo con poca luce. Le tenebre della passione che deve ancora accadere sono già entrate in quella stanza e nei cuori. I discepoli non appaiono sereni e limpidi. Matteo racconta che profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore? In quella stanza si mischiano gesti straordinari che hanno fatto la storia e propositi meschini di tradimento. Sanno di non poter rendere una buona testimonianza di se stessi. Invocano da Dio una rassicurazione che non sanno dare: dimmi se sono forse io? Dimmi per favore che non sarò io.
Lo spirito è pronto, ma la carne è debole
Signore veglia allora tu sulla mia fedeltà che da solo non so custodire soprattutto in questo tempo di attesa così vuoto di possibilità e di opportunità.
In questo giovedì santo in cui non riceveremo l’Eucarestia nelle nostre mani, più che mai abbiamo bisogno di metterci nelle tue mani. Il mondo sembra averci tradito. Pensavamo fino a poco fa di doverlo salvare e invece scopriamo di non poter neppure salvare noi stessi.
Pensavamo di poter salvare noi stessi, programmando, correndo, facendo, accumulando e ora ci siamo resi conto che abbiamo bisogno di qualcuno che ci salvi. Credo possa presto essere spiegato così il senso di ogni Pasqua. Nessuno si salva da solo con le proprie mani. La salvezza viene dal Signore.
(Don Marco)

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