Parrocchia S. Agata – Monticello
Parrocchia S. Maria della Purificazione – Torrevilla
Il nome dato a questa domenica – delle palme – ci fa pensare soprattutto all’ingresso di Gesù in Gerusalemme; alla folla che esultante accoglie e canta: “Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore, il re d’Israele!”.
Ci fa immaginare questa festa come l’inizio di un trionfo inarrestabile.
Ma è sufficiente tornare indietro di qualche versetto, all’altro vangelo proclamato in quella che è detta la messa del giorno, che subito siamo ricondotti ad un’altra realtà. Il racconto si apre con la notizia che “i capi dei sacerdoti e i farisei avevano dato ordine che chiunque sapesse dove si trovava Gesù lo denunciasse, perché potessero arrestarlo” e si chiude con questa: “i capi dei sacerdoti allora decisero di uccidere anche Lazzaro”. Questo ingresso
di Gesù in Gerusalemme non è affatto l’inizio di un trionfo inarrestabile. Dio rimane incompreso fino in fondo.
Mi interroga soprattutto quella decisione di uccidere Lazzaro. Tanta fatica per nulla!
Dio fa e l’uomo disfa. Dio dona e ridona la vita, l’uomo, per i più disparati interessi, finisce per spegnerla. Dio si è fatto uomo, e l’uomo vuole ucciderlo. Quante volte capita!
Come può essere tanto delicata e indifesa l’opera di Dio? Come può essere tanto delicata e indifesa la sua stessa presenza tra noi?
Ci siamo attaccati tanto in queste settimane al buon Dio, proprio perché ci dimostrasse la sua bontà e ci liberasse da questo invisibile ma terribile virus che sembra dominare il mondo, ma quanto durerà questa fiducia?
Riuscirà a resistere la nostra fede quando scopriremo che il suo modo di salvarci non è sconfiggere il virus, ma il nostro peccato? La lettera agli Ebrei ci incoraggia a percorrere una strada precisa: Fratelli, avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo
sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento.
Il vangelo ci mette in guardia e ci testimonia che la fiducia della folla in Gesù non è durata molto. Il canto dell’Osanna benedetto colui che viene, diventerà presto un grido atroce: «Togli di mezzo costui! Rimettici in libertà Barabba!». «Via! Via! Crocifiggilo!» Dio fa e l’uomo disfa. Neppure tra i discepoli troviamo di meglio. Giuda, uno di loro, ci viene ricordato nel vangelo, sta per tradire questo Dio così delicato e indifeso che permette ad una donna di sprecare il prezioso olio di puro nardo, cospargendolo sui suoi piedi. Si poteva vendere, farci dei bei soldi… a suoi occhi, Maria è poco più che una sprovveduta.
Il senso pratico di Giuda! Tutto il vangelo a volte ne sembra sprovvisto; Dio stesso ne sembra sprovvisto e tutta la vicenda della passione e della morte in croce sembra esserne la prova: era necessario arrivare a tanto? Non si poteva ottenere lo stesso risultato con qualcosa di meno che la morte in croce? Ma buon Dio, che scarso senso pratico! Neppure la resurrezione sembra essere sufficiente a giustificare e legittimare quello spreco: il finale è certo entusiasmante, ma era necessario amare e amare fino alla fine? Non si poteva fare con meno?
Ma buon Dio, non si poteva salvare diversamente questo mondo?
Quando il criterio e lo scopo sono il risparmio e il guadagno, l’uomo si illude di fare, ma sta facilmente solo disfacendo o quanto meno costruendo sulla sabbia: cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti, arrivò un virus… e si abbatterono su quella casa. La casa costruita sulla sabbia e quella sulla roccia non la distingui prima, ma quando soffiano i venti, allora la differenza balza drammaticamente agli occhi!
C’è un solo modo per essere partecipi dell’opera di creazione di Dio. Fare con lui e come lui. Il pratico discepolo che si preoccupa e borbotta dello spreco di 300 denari in quella casa riempita dell’aroma di quel profumo di cui non sa gioire e godere, venderà direttamente Gesù per 30 monete d’argento.
Tutto ha un prezzo per l’uomo pratico. Non solo gli altri, ma perfino la propria persona e la propria dignità hanno un prezzo. O la borsa o la vita: è la tradizionale minaccia del malvivente. Quanto ci deve essere nella borsa per scegliere la vita? Il prestigioso settimanale Economist pare essere stato tra i primi a porre la domanda: fino a quando potremo permetterci di dire che una vita umana non ha prezzo? Solo fino a quando la vita messa in discussione è quella degli altri?
Entrare nella settimana santa, celebrare la Pasqua; significa accettare di partecipare all’opera di Dio; significa accettare che la misura del nostro amore sia la totalità; significa accettare lo spreco anche di ciò che è prezioso; significa accettare che se non sei disposto a perdere la tua vita non la salverai mai. Siamo ammirati dall’impegno di medici, infermieri, personale paramedico che giorno dopo giorno, senza tregua, si spendono, ma saremo degni con la nostra vita e il nostro impegno, nel nostro piccolo, di meritare altrettanta
ammirazione? Ci promettiamo che ne usciremo migliori, ma quale prezzo saremo disposti a pagare? A cosa sapremo rinunciare? O continueremo a tenerci stretta la borsa, come Giuda teneva stretta la cassa? Se non vogliamo vedere di nuovo crollare tutto, credo dobbiamo da subito imparare a costruire con Dio e come
Dio. Questa Pasqua che ci prepariamo a celebrare, al tempo del Coronavirus, non sarà per noi il momento in cui potremo ancora dire che tutto è andato bene, ma proviamo a desiderare che diventi il momento in cui lasciamo a Dio di dirci cosa è bene. Sperare non è semplice esercizio di ottimismo, ma il modo con cui noi chiediamo a Dio che le cose vadano come vuole lui. Chiedere che sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra è esercizio di speranza grazie al quale non solo andrà tutto bene, ma andrà tutto meglio.




